mercoledì 20 maggio 2026

L'unità reale

At 22,30;23,6-11 e Gv 17,20-26

Quanto abbiamo addomesticato le parole di Gesù e quanto, il più delle volte, le pieghiamo ai nostri ragionamenti e ai nostri fini: ciò diviene evidente quando la Parola viene negata nella sua verità. «Che tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te» non è un’esortazione, ma un’accorata supplica che Gesù rivolge al Padre. Al tempo stesso, però, indica chiaramente ai discepoli quale sia la strada da percorrere con assoluta determinazione. L’unità che Gesù chiede trova in Dio la sua origine e ne svela il volto. Il mistero trinitario si rivela a noi come comunione e unità da realizzare anche, come battezzati, nella vita quotidiana. L’unità appare là dove il soggetto rinuncia ad apparire. Vivere l’unità non significa semplicemente fare qualcosa insieme agli altri, ma riconoscersi parte di una Chiesa che è ben più di un’istituzione religiosa e che persegue la missione di orientare lo sguardo verso Dio.

Custoditi ...

 At 20,28-38 e Gv 17,11-19

Entriamo in questa parte della "Preghiera Sacerdotale" prendendo atto che fino a questo momento Gesù ha custodito con amore i sui discepoli, ha dato loro la Parola, ha fatto conoscere il Nome di Dio, cioè ha svelato il volto di un Padre ricco di misericordia, ha indicato quei sentieri per raggiungere la beatitudine, ha messo in guardia dal maligno. Questo ministero ora sta per finire, il Figlio ritorna alla destra del Padre. Ed ecco che dopo aver fatto la sua parte, Gesù chiede al Padre di essere lui a custodire i discepoli. Il verbo usato significa aver cura, proteggere, ed essendo un verbo vicino al significato di vedere, possiamo tradurre così: “Padre, non allontanare il tuo sguardo, ti prego non perderli d’occhio”. Aver cura di qualcuno consiste nel seguirlo con attenzione, è bello sapere che viviamo sotto lo sguardo amorevole di Dio.

martedì 19 maggio 2026

Arrivati alla missione

At 20,17 e Gv 17,1-11

I discorsi di addio dei capitoli 13-16 di Giovanni che abbiamo letto e meditato in questo tempo Pasquale convergono nel capitolo 17, nella piena consapevolezza che “è venuta l’ora”. I discorsi di addio si concludono con una preghiera, quella che noi definiamo genericamente la “preghiera sacerdotale”. La preghiera inizia con un’espressione che definisce assai bene la cornice teologica: “è venuta l’ora”, l’ora decisiva in cui anche per i discepoli inizia la missione di portare a compimento cio che Gesù ha iniziato. Più di una volta, nella narrazione del vangelo, Giovanni ha sottolineato che l’ora non è ancora venuta, ma ora tutto sta per compiersi. Non sempre però la ora di Dio  coincide con quella che noi abbiamo scritto nel nostro personale programma di vita, per questo oggi chiediamo di riuscire a cambiare i nostri progetti, se necessario, anche quelli più cari.

lunedì 18 maggio 2026

Adesso crediamo?

At 19,1-8 e  Gv 16,29-33

 «Io ho già vinto». Con queste parole Gesù annuncia la sua vittoria proprio mentre si prepara ad affrontare il dramma della croce. È pienamente consapevole di ciò che sta per accadere e, nonostante l’apparente sconfitta, afferma con certezza che ne uscirà vincitore. La Chiesa propone come modello un uomo che, agli occhi della storia, sembra sconfitto. Una storia che spesso proclama vincitori coloro che conquistano potere e successo, anche con la forza e senza scrupoli. Eppure, in che modo Gesù è veramente vittorioso? Gesù vince perché fa dell’amore la legge suprema della vita: «Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine». La sua è una vittoria definitiva, che nessuna violenza può cancellare. Gesù è vittorioso perché ama. Solo l'amore è credibile!


domenica 17 maggio 2026

Se Dio guarda la terra

At 1,1-11 – Sal 46 – Ef 1,17-23 – Mt 28,16-20

Si racconta che durante l’Ascensione Gesù gettò uno sguardo verso la terra che stava lentamente piombando nell’oscurità. Solo alcune piccole luci brillavano timidamente sulla città di Gerusalemme. L’arcangelo Gabriele, venuto ad accogliere Gesù, gli domandò: «Signore, che cosa sono quelle piccole luci?». Gesù rispose: «Sono i miei discepoli in preghiera, radunati attorno a mia madre. E il mio progetto, ora che torno al Padre, è inviare loro il mio Spirito, perché quelle fiaccole tremolanti diventino un fuoco vivo, capace di incendiare d’amore, poco alla volta, tutti i popoli della terra». Gabriele osò allora chiedere: «E se questo progetto non dovesse riuscire?».Dopo un istante di silenzio, il Signore rispose dolcemente: « … io non ho altri progetti … È attraverso di loro che voglio raggiungere il mondo».

Stasera, stamattina, anche oggi, Dio guarda la terra in silenzio. Vede guerre, menzogne, violenza, solitudine. Vede il peggio di cui noi esseri umani siamo capaci. Vede uomini e donne ferirsi per paura, orgoglio, rabbia.

Ma vede anche altro. Vede una bambina che divide la sua merenda con un compagno affamato. Vede un uomo stanco tornare a casa e trovare ancora la forza di sorridere ai suoi figli. Vede uno sconosciuto dire a qualcuno nel dolore: «Io ci sono».

E allora Dio sorride. Perché riconosce che il mondo non si regge grazie ai potenti, ma grazie a quei piccoli gesti d’amore che quasi nessuno vede.

Ecco allora che possiamo immaginare le parole del Vangelo di oggi pronunciate da Gesù che contempla il mondo dalla gloria del Padre: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Ma che cosa significano oggi, per noi, queste parole?

Prima di tutto, credo che Gesù voglia dirci che nulla gli sfugge e nulla mai gli sfuggirà, neppure quando tutto sembra precipitare. Anche nei momenti più oscuri della storia umana, Lui continua a custodire il mondo. E poi credo che Gesù non ci chieda di imporre la fede a tutti con la forza o con la pressione delle parole. Ci chiede piuttosto di offrire a ogni uomo e a ogni donna la possibilità di incontrarlo, di scoprirlo come via, verità e vita. Essere discepoli significa mettersi in cammino dietro a Lui. Seguire i suoi passi. Imparare i suoi sentimenti, i suoi pensieri, il suo modo di amare. E forse Gesù non ci sta neppure chiedendo semplicemente di “aumentare” i battesimi. Il verbo “battezzare” significa “immergere”: immergere ogni persona nella vita di Dio, dentro una comunione nuova fatta di fraternità, condivisione e amore. Significa vivere relazioni nelle quali possa emergere la presenza di Cristo, il suo Vangelo, il suo comandamento più grande: «Amatevi come io vi ho amato».

Ed ecco allora la promessa più bella: «Io sono con voi tutti i giorni». Con voi per camminare accanto a voi. Con voi fino alla fine. O forse anche: verso il fine, verso la pienezza dell’amore di Dio. Ed è proprio in questo camminare insieme — cattolici, ortodossi, musulmani, credenti, persone in ricerca e anche non credenti — che Cristo si manifesta come Principe della pace.

Giovedì prossimo, 21 maggio, tutti insieme possiamo dire che condividiamo un unico desiderio: la pace per il mondo intero. A partire da qui, da Massa Lombarda, vogliamo affermare che la pace abita il cuore di ogni uomo e di ogni donna e che non può essere negata, ferita o tradita. Un mondo in pace è un mondo più umano. E la pace nascerà dall’accoglienza reciproca, dal rispetto, dalla fraternità che sapremo costruire tra di noi.

sabato 16 maggio 2026

Chiedete!

At 18,23-28 e  Gv 16,23-28

Quanti significati sono racchiusi in un piccolo brano come quello che oggi meditiamo. Al centro vi è il verbo chiedere, da intendere non semplicemente come domandare, ma come invocare con perseveranza e fiducia. Gesù invita i discepoli a pregare il Padre nel suo nome, con insistenza e cuore fiducioso. Così, il nostro chiedere si trasforma in un abbandono totale, fino a poter dire che una sola cosa davvero ci interessa e una sola chiediamo: il perfetto compimento della volontà del Padre. Infatti: «Se chiederete qualche cosa… egli ve la darà». Gesù ci invita a una preghiera piena di fiducia e di abbandono. Da queste parole del Vangelo riaffiora alla memoria la preghiera di Charles de Foucauld: «Padre mio, io mi abbandono a te, fa’ di me ciò che ti piace. Qualunque cosa tu faccia di me (...), la tua volontà si compia in me».

venerdì 15 maggio 2026

Gioia e dolore

At 18,9-18 e Gv 16,20-23

«Ora siete nel dolore; (…) ma nessuno potrà togliervi la vostra gioia». Queste parole lasciano dentro di noi una sottile inquietudine, forse perché la vita è attraversata da situazioni ed esperienze che generano turbamento e smarrimento. Eppure, proprio la fede in Dio ci affida, attraverso Gesù, una promessa: la gioia non andrà perduta. Il legame con Dio trasforma il nostro modo di pensare e di agire: ci insegna a non riversare sugli altri le nostre sofferenze, ma piuttosto a portare con amore anche il peso delle fatiche altrui. Non è facile comprendere fino in fondo queste parole, ed è questa la nostra sfida: non chiedere la sofferenza, ma custodire la gioia che nasce dall’amore. Come tutti, conosciamo la paura del dolore; tuttavia non lo rifiutiamo, perché fa parte della vita… anche della nostra.