sabato 8 agosto 2026

Imparare ad osare!

1Re 19,9.11-13 · Sal 84 · Rm 9,1-5 · Mt 14,22-33

Gesù cammina nella notte sul mare della nostra storia e della nostra vita, non per sorprenderci con segni miracolosi, ma per portarci con Lui dentro una missione che spesso non comprendiamo fino in fondo.
Il Vangelo ci narra Gesù che cammina sulle acque. Ma che cosa rappresenta questo episodio rispetto alla possibilità di condividere il suo mistero? Dobbiamo forse stupirci del Dio onnipotente che si rivela nell'umanità di Gesù? Oppure fermarci a contemplare la nostra fragilità, la nostra poca fede e il Dio che ci salva?
In realtà, il Vangelo ci mostra soprattutto la fatica di andare verso ciò che non vogliamo incontrare.
Dopo la moltiplicazione dei pani, i discepoli non riescono ancora a comprendere la proposta rivoluzionaria di Gesù: la concretezza del Regno passa dall'incontro con chi è diverso e lontano, dal dono gratuito di sé, dalla rinuncia all'autoreferenzialità e dalla fiducia in Dio, che è soprattutto amore per Lui.
Per questo, dopo che la folla si è saziata, Gesù costringe i discepoli a salire sulla barca e ad andare verso l'altra riva, mentre Lui si ritira a pregare.
Fermiamoci un momento.
Anche noi, dopo la celebrazione dell'Eucaristia, il pane che sfama ed è per tutti, chi riusciamo realmente a incontrare nella quotidianità? Quell'Eucaristia che ci fa comunità ci rende davvero Chiesa?
L'evangelista sottolinea che Gesù costrinse i discepoli a partire. Non li invitò semplicemente: li costrinse. Perché il discepolo, quando si abitua alle proprie sicurezze, rischia di smettere di essere missionario.
Dopo il successo della moltiplicazione dei pani, avrebbero potuto fermarsi, godersi l'entusiasmo della folla e il consenso. Ma Gesù non è venuto a costruire una comunità ripiegata su se stessa. Li obbliga a lasciare la riva sicura e a mettersi in mare.
Il Regno dei cieli non cresce dove ci si accomoda, ma dove si ha il coraggio di attraversare il mare.
L'altra riva è il luogo dell'inaspettato: l'incontro con chi è diverso, lontano, con chi non condivide la nostra fede. Ma proprio lì Dio ci precede e ci aspetta.
Non è forse questa la sfida della Chiesa di oggi?
Papa Leone ha chiesto una Chiesa che sappia osare, che non si accontenti di custodire ciò che possiede, ma abbia il coraggio di rischiare per il Vangelo.
Perché il contrario dell'audacia non è la prudenza: è la paura. E la paura è uno dei peggiori nemici della missione.
Quante volte anche noi preferiamo restare sulla riva: quella delle nostre abitudini, delle liturgie ben organizzate, delle attività che conosciamo, delle persone che già frequentano la parrocchia.
Ma Gesù continua a dirci: «Salite sulla barca». Non potete restare qui.
La Chiesa non esiste per aspettare che il mondo venga da lei. Esiste per andare nel mondo. Se aspettiamo che i giovani bussino alle nostre porte, che chi si è allontanato ritorni spontaneamente, che i poveri e gli indifferenti facciano il primo passo, abbiamo dimenticato il Vangelo.
È la Chiesa che deve attraversare il mare.
Certo, il mare fa paura: è il luogo delle onde, del vento contrario, dell'incertezza. Ma è proprio lì che i discepoli scoprono chi è davvero Gesù: non sulla terraferma, ma nella tempesta; non nella tranquillità, ma quando tutto sembra crollare.
Le crisi non sono soltanto ostacoli: possono diventare il luogo nel quale il Signore si rivela con maggiore forza.
Forse oggi il Signore sta costringendo anche noi a lasciare qualcosa: una pastorale di conservazione per una pastorale missionaria; il «si è sempre fatto così» per la creatività dello Spirito; la sicurezza dei numeri per la gioia dell'annuncio.
Una Chiesa che osa non ha paura di uscire, di incontrare, di dialogare, di ascoltare.
Non difende privilegi, ma offre speranza. Non costruisce muri, ma ponti. Non vive di nostalgia, ma della certezza che il Risorto cammina davanti a noi.
Lasciamoci, anche noi, «costringere» da Gesù.
Saliamo sulla barca, anche se il mare è agitato. Perché è meglio affrontare la tempesta con Cristo che rimanere fermi sulla riva senza di Lui. Impariamo, dunque, ad osare.
Non perché non abbiamo paura, ma perché sappiamo con chi attraversare il mare.

Perché noi non ci riusciamo...

Ab 1,12-2,46 e Mt 17,14-20

Gesù affronta una nuova crisi: da una parte la sofferenza di un padre che implora la guarigione del figlio, dall’altra l’incapacità dei discepoli di rispondere al suo dolore. La folla osserva in silenzio, mentre tutti gli sguardi sono rivolti a Lui. L’uomo si getta in ginocchio: «Signore, abbi pietà di mio figlio». Ma il vero ostacolo non è la malattia: è la mancanza di fede. Non tutti, infatti, riconoscono in Gesù l’inviato di Dio.
Le sue parole hanno il tono di un rimprovero, ma racchiudono soprattutto un invito a ritrovare una fede umile e sincera, capace di riconoscere in Lui il Messia atteso. Credere significa bussare alla porta di Dio, affidargli il proprio dolore e confidare nella forza del suo amore. Gesù chiede la fede perché sa che essa non è solo la condizione per il miracolo, ma anche la via per vincere la disperazione che si annida nel cuore e finisce per paralizzare ogni speranza.

venerdì 7 agosto 2026

Rinnegare se stessi

Na 2,1.3; 3,1-3.6-7 e Mt 16,24-28

La proposta evangelica, o meglio, la proposta di Gesù è, come sempre, molto esigente. Al punto da poter dire, con le parole del cardinale François-Xavier Van Thuan (1928-2002): «Se abbandoni tutto, ma non hai ancora rinnegato te stesso, in realtà non hai abbandonato nulla». Per abbandonare realmente tutto occorre sentirsi amati da Dio. Solo allora si è pronti a donare ogni cosa, perché si comprende che non si perde nulla di ciò che è davvero essenziale. Quel giorno Gesù descrive il destino dei suoi discepoli: rinnegare se stessi, prendere la propria croce, perdere tutto, perfino la vita. Sono parole impegnative, ma sappiamo bene che non si può essere cristiani part-time, scegliendo di volta in volta secondo la logica della convenienza. Chi decide di appartenere a Cristo rinuncia a inseguire esclusivamente i propri progetti, perché si fida di Dio e sa che la via della croce, pur attraversando la sofferenza, si rivela più feconda di tanti altri sentieri.

giovedì 6 agosto 2026

La luce e noi

Dn 7,9-10.13-14 e Mt 17,1-9

"E fu trasfigurato davanti a loro". Oggi anche noi saliamo sul monte. Lo facciamo in compagnia di Gesù. È Lui che sceglie la strada, è Lui che ci precede e ci guida. Noi non sappiamo dove ci condurrà il cammino, ma, se ci fidiamo di Lui, prima o poi anche noi faremo esperienza della sua luce. Non sempre essa si manifesta ai nostri sensi, spesso appesantiti e incapaci di riconoscerla; tuttavia la fede ci assicura che Dio non fa mai mancare la sua luce ai suoi figli. Sul Tabor la luce non è un raggio che scende dal cielo ma è la luce della divinità nascosta nell'umanità di Gesù. Quella stessa luce continua a brillare nella Chiesa e attraverso la Chiesa. Sì, proprio questa Chiesa che, agli occhi del mondo, appare fragile e segnata da tanti limiti, è chiamata a riflettere e a donare a tutti la luce di Cristo. Oggi chiediamo la grazia di essere figli della luce.

mercoledì 5 agosto 2026

Oltre alle pecore di casa Il grido di una donna

Ger 31,1-7 e Mt 15,21-28

Il grido di questa donna è il grido di chi si sente impotente e sperimenta un’angosciosa solitudine; richiama quello di Gesù sulla croce. Ma ciò che avviene nella donna cananea va oltre ogni ragionevole aspettativa. Non si tratta di una semplice insistenza, bensì di un autentico affidamento che rivela il suo itinerario di fede: la sua diventa una preghiera fiduciosa e perseverante, capace di superare il limite più grande del nostro tempo, quello di pensare, o addirittura pretendere, di organizzare la vita senza Dio. Sostenuta da questo cammino interiore, la donna matura una fede salda: non pretende nulla, ma sa di poter chiedere tutto. La sua preghiera è semplice ed essenziale: «Signore, aiutami!».

domenica 2 agosto 2026

Il macabro balletto non vince mai

Ger 26,11-16.24 e Mt 14,1-12

L'agire di Giovanni è un messaggio chiaro e attuale per la Chiesa e per ogni cristiano. Se non siamo più capaci di proclamare con coraggio ciò che crediamo, rischiamo di diventare complici di una cultura che relativizza i valori essenziali e smarrisce il senso della verità. Giovanni sapeva bene che annunciare la verità avrebbe potuto costargli la vita. La verità non si negozia né si mercanteggia: essa va testimoniata con coraggio, anche quando questo comporta il sacrificio personale. Giovanni accetta il martirio per rendere testimonianza alla verità. Nel senso più pieno del termine, il martire è colui che dona la propria vita pur di non rinnegare Cristo. Proclamando con fedeltà la verità, Giovanni ha offerto la sua esistenza; e, sebbene la sua voce sia stata soffocata nel sangue, la sua testimonianza continua a parlare e a indicare a tutti la via da percorrere. Signore donaci la grazia di custodire fedelmente e di annunciare con coraggio la Parola che salva.

sabato 1 agosto 2026

Non solo pane condiviso

Is 55,1-3 Sal 144 Rm 8,35.37-39 Mt 14,13-21

Il cuore del Vangelo è la compassione di Gesù, una compassione che non si limita a provare emozione, ma si traduce in gesti concreti di cura e di condivisione. Pur vivendo il dolore per la morte di Giovanni il Battista, Gesù non si chiude in se stesso, ma si lascia toccare dalla sofferenza della folla. Per questo coinvolge i discepoli, invitandoli a prendersi responsabilmente cura degli altri: «Date loro voi stessi da mangiare». Di fronte alla povertà dei loro mezzi, Gesù non chiede ciò che manca, ma chiede di affidargli quel poco che già possiedono. È proprio da questa disponibilità che nasce il miracolo dell'abbondanza.

Il Vangelo insegna così a superare la logica della scarsità e dell'autosufficienza per entrare nella logica del dono e della fiducia in Dio.

I "cinque pani e due pesci" rappresentano il nostro tempo, i nostri talenti, le nostre capacità e la nostra disponibilità, non possono essere delle spilorcerie. Quando tutto questo viene condiviso e affidato al Signore, diventa benedizione per i molti. Inoltre, Gesù coinvolge l'intera comunità dei discepoli, mostrando che la missione non è individuale ma comunitaria. Una Chiesa che mette in comune i propri doni e vive la compassione diventa segno concreto della presenza di Cristo nel mondo e strumento della sua opera di salvezza.

Ma nello stesso tempo mi sono reso conto che il tema del pane porta in sé ben altro, sono arrivato alla convinzione che la sua straordinaria ricchezza simbolica affondi le radici in un evento storico reale, successivamente interpretato alla luce della Pasqua. Questa prospettiva, condivisa da autorevoli studiosi della ricerca biblica contemporanea, trova nel Vangelo di Giovanni la sua espressione più compiuta: il segno della moltiplicazione dei pani (Gv 6) non è fine a sé stesso, ma introduce la rivelazione di Gesù come "pane della vita". Giovanni non descrive l'istituzione dell'Eucaristia durante l'Ultima Cena, ma ne distribuisce il significato nel discorso sul pane della vita, nella lavanda dei piedi e nelle apparizioni del Risorto che continua a nutrire i discepoli. Ne emerge un unico filo conduttore: il Gesù storico che sfama la folla è lo stesso Cristo risorto che alimenta la sua Chiesa. Il fatto storico e il suo significato teologico sono inseparabili: il miracolo è un «segno» che rinvia alla persona di Cristo e trova il suo pieno compimento nella Pasqua e nell'Eucaristia. Questa lettura, in sintonia con studiosi come Raymond E. Brown, John P. Meier e Joseph Ratzinger, suggerisce che il capitolo 6 di Giovanni costituisca non solo la chiave della teologia del pane, ma anche una delle principali chiavi interpretative dell'intero Vangelo, dell'intero quadriforme vangelo.