domenica 8 novembre 2026

Non lasciamo spegnere la luce del nostro cuore!

Sap 6,12-16 Sal 62 1Ts 4,13-18 Mt 25,1-13


Oggi Gesù ci racconta la parabola di dieci ragazze che aspettano l’arrivo dello sposo per una festa. Tutte hanno una lampada, ma soltanto cinque hanno pensato di portare anche una riserva di olio.

Forse qualcuno si chiederà perché il Vangelo le chiama «vergini». Era semplicemente il modo per indicare giovani ragazze non ancora sposate. Quindi possiamo chiamarle tranquillamente dieci ragazze.

 

Ieri sera dopo aver letto il vangelo ho scoperto che i lupetti e gli ACRini avevano fatto tutti una loro elaborazione e ricordavano una storia che non era più quella del vangelo.

Certe parole erano prive di significato per loro, quindi ... meglio semplificare il linguaggio.

Bene, immaginiamo di essere invitati a una grande festa, ma il festeggiato tarda ad arrivare ...

Una cosa è certa: quando finalmente arriva, le ragazze che avevano portato l’olio riescono a tenere accese le loro lampade, mentre le altre si accorgono di non essere pronte, perché la loro luce non sta accesa ... si spegne.


Ma che cosa vuole insegnarci Gesù?

Il messaggio è questo:

- Non basta dire di credere in Gesù, bisogna vivere ogni giorno come suoi amici.

- Non possiamo aspettare l’ultimo momento per cominciare ad amare, perdonare, pregare e fare il bene.

 

La fede è come una luce: se non la alimentiamo, rischia di spegnersi.

Per cui, la lampada rappresenta la nostra vita e l’olio rappresenta ciò che tiene viva la nostra fede: l’amore, la preghiera, il perdono e la bontà.

Gesù vuole dirci che non basta dire di essere suoi amici, non basta pensare di essere dei buoni cristiani, bisogna dimostrarlo ogni giorno con i nostri gesti concreti, con le nostre scelte.

Quando aiutiamo qualcuno, quando perdoniamo, quando siamo vicini a chi è solo, quando scegliamo di fare il bene, stiamo alimentando la luce del nostro cuore.

Ma ... attenzione: tutte e dieci le ragazze si addormentano, anche quelle prudenti!

Questo ci insegna che Gesù non ci chiede di essere perfetti, ma di avere un cuore preparato e attento.

Non dobbiamo aspettare domani per diventare migliori. Non dobbiamo aspettare domani per perdonare, per amare, per aiutare qualcuno. Dobbiamo cominciare oggi! L'olio per la lampada va messo da parte ogni giorno ...

Essere pronti significa vivere ogni giorno con il cuore acceso, facendo spazio a Lui nelle nostre scelte

 

E allora vorrei lasciarvi una domanda:

Se Gesù arrivasse oggi nella nostra vita, troverebbe la luce del nostro cuore ancora accesa?

Ma visto che Gesù sta venendo adesso, in questo momento, come mi trova, con la lampada spenta o accesa?


Facciamo in modo che ogni giorno la nostra lampada sia alimentata dall’amore, perché un cristiano è una persona che porta luce dove c’è buio, speranza dove c’è tristezza e amore dove c’è indifferenza.

 

Ricordiamoci sempre: non lasciamo spegnere la luce di Gesù dentro di noi!

Non lasciare spegnere la luce del tuo cuore!


Ricchezze ingiuste

Fil 4,10-19 e Lc 16,9-15

Se la ricchezza legata ai beni materiali genera divisioni, ingiustizie sociali, povertà, invidia, ecc., possiamo affermare che è, per sua natura, immorale, perché alimenta una visione egoistica ed egocentrica della vita. La vera ricchezza è quella che ha come fine la dignità della persona umana. Gesù non si limita a chiedere un'elemosina, un'offerta per mettere a tacere la coscienza, ma ci propone un altro stile di vita e ci invita ad acquisire un diverso modo di pensare: i beni materiali non sono un assoluto, ma servono a rispondere ai bisogni essenziali della vita. Avere tutto ciò di cui abbiamo bisogno può darci un senso di sicurezza, ma non potrà mai garantirci la pienezza di significato della vita. La ricchezza è buona quando è capace di generare la gioia della carità e della condivisione con i poveri, quando riesce a far nascere un sorriso sul volto di chi non ha nulla. Quando Gesù pronunciava queste parole, veniva deriso. Ma è proprio ciò che accade ancora oggi, soprattutto da parte di chi continua ad arricchirsi sulla pelle dei poveri e non solo.

venerdì 6 novembre 2026

Quando il riferimento è Cristo

Fil 3,17-4,1 e Lc 16,1-8

Gesù vuole insegnarci lo stile di vita necessario per essere suoi buoni amministratori. La parabola presenta un funzionario abile e astuto, che utilizza le capacità e le responsabilità ricevute per il proprio interesse. Gesù non ci invita a imitarne la disonestà, ma a riconoscere l'importanza di agire con intelligenza e decisione. Anche noi siamo chiamati a verificare se i nostri talenti e le nostre capacità siano davvero al servizio di Dio, riconoscendo che tutto viene da Lui e a Lui appartiene. Dobbiamo scegliere se costruire la casa dell'io o la città di Dio, se vivere per noi stessi o mettere la vita a servizio del Vangelo e della Chiesa. Con la fierezza che nasce dalla fede, Paolo ci ricorda: "La nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo"; di lui siamo a ministratori.


giovedì 5 novembre 2026

Recuperare ciò che si è perduto

Fil 3,3-8 e Lc 15,1-10

In realtà, lo sfondo di queste parabole sembra rimandare a una riflessione sull’identità di Gesù, presente nel Vangelo di Giovanni: «Questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno». Certamente, nel Vangelo di Giovanni l’evangelista ci conduce a confrontarci con i contenuti più profondi della rivelazione del Signore. Non è dunque impossibile ritenere che l’insegnamento in parabole, così diffuso nei Sinottici, tragga consistenza proprio da questi contenuti originari. Nel cuore di Gesù troviamo l’immagine di un Dio che è Padre ed è sempre pronto a prendere l’iniziativa per ritrovare i suoi figli che hanno smarrito la via. Emerge anche l’immagine di una Chiesa che, sospinta dall’amore, non condanna nessuno e cerca di annunciare a tutti, sempre, che la misericordia di Dio non abbandona proprio nessuno.

mercoledì 4 novembre 2026

Chiamati a seguirlo liberamente

Fil 2,12-18 e Lc 14,25-33

Gesù non ha mai considerato la folla un semplice gruppo di sostenitori della propria missione, ma ha riconosciuto in ciascuno di coloro che si entusiasmano e lo seguono una possibilità irrinunciabile: quella di diventare terreno nel quale radicare il Regno di Dio. Le parole che Gesù rivolge alla folla non vogliono scoraggiare, ma ammonire. Non invitano a ritirarsi, bensì a prendere coscienza dei propri limiti e della serietà della scelta di seguirlo. Il Vangelo propone a tutti mete impegnative, e di fronte alla nostra inadeguatezza, ci chiede di fidarci di Colui che ci rende capaci di essere e rimanere suoi discepoli. La chiamata a essere discepoli non si esaurisce all'inizio del cammino di fede, ma si rinnova nei passaggi decisivi della vita, quando siamo chiamati a compiere scelte importanti, ad assumere un coinvolgimento più impegnativo o a vincere la tentazione di rinunciare. È allora che dobbiamo ritrovare la fiducia in Colui che ci chiama e ci chiede di seguirlo liberamente.

martedì 3 novembre 2026

... perché la mia casa si riempia!

Fil 2,5-11 e Lc 14,15-24

Dalle parole introduttive emerge con grande chiarezza la volontà salvifica di Dio: «Fece molti inviti», letteralmente «chiamò molti». Ma come dobbiamo intendere questo «molti»? Nel senso di «tutti»? Non possiamo pensare che Dio voglia arbitrariamente salvare soltanto una parte dell'umanità, lasciando l'altra nella prigionia del peccato. Se nella lingua italiana «molti» indica una parte, anche numerosa, nella prospettiva biblica il termine può assumere una portata inclusiva, fino ad abbracciare la totalità. Dio prepara la cena e invita tutti al banchetto della vita. Nella dinamica della parabola appare chiaramente un Dio che non si rassegna e non si arrende, neppure di fronte ai rifiuti degli invitati, perché ha un obiettivo preciso: riempire la sua casa! Siamo di fronte a un Dio che vuole raggiungere non soltanto molti, ma tutti coloro che riesce a far entrare. Non si dice quanti siano entrati, ma certamente molti di più di quanto possiamo immaginare...

lunedì 2 novembre 2026

Commemorazione dei defunti

Gv 6,37-40

Fare memoria dei defunti significa abitare la soglia tra cielo e terra: da una parte il dolore della separazione, dall’altra la speranza della vita eterna. Gesù oggi ci consegna una promessa: non vuole perdere nulla di quanto il Padre gli ha affidato. La morte, dunque, non è l’ultima parola, perché siamo custoditi nelle sue mani e destinati alla risurrezione. La vita è un pellegrinaggio verso l’abbraccio di Dio. E l’eternità non è soltanto una promessa futura: comincia già ora, ogni volta che viviamo in comunione con Lui. Chiediamo oggi la grazia di camminare con lo sguardo rivolto al Cielo, certi che nulla di ciò che è affidato all’amore di Dio andrà perduto.