venerdì 11 settembre 2026

Fede e fiducia

1Cor 10,14-22 e  Lc 6,43-49

Chi mette in pratica la Parola che ascolta, chi si sforza di tradurre fedelmente il Vangelo nella propria vita, dimostra di fidarsi di Dio! Tanti di noi hanno sempre pronta una lista di difficoltà e problemi, quanto basta per tirarci indietro o per cercare abili e raffinati compromessi. Così, invece di accogliere il Vangelo come occasione di vita nuova, ci insabbiamo in ragionamenti che addomesticano la Parola e la trasformano in una favola a lieto fine. Chi si comporta così, nonostante le buone intenzioni, non sarà in grado di resistere alle tempeste della vita. Dobbiamo imparare a intrecciare fede e fiducia: credere significa dare credito a Dio, senza essere troppo esigenti e tempestivi nel chiedere la restituzione con gli interessi. La Parola che Dio semina nella nostra vita è affidata alla nostra libertà: tutto dipende dalla nostra attiva collaborazione. Chi ascolta non solo accoglie responsabilmente e consapevolmente la Parola, ma si impegna anche a tradurla in modo coerente nella propria vita.

La psicologia della trave

1Cor 9,16-19.22-27 e Lc 6,39-42

Questo Vangelo non ci parla dei rapporti con il prossimo, ma di quella particolare relazione che dobbiamo instaurare con i fratelli nella fede, con i quali condividiamo la nostra stessa storia. La correzione non è una rivendicazione di giustizia o di verità, ma fa parte di quel reciproco sostegno materiale e spirituale che ciascuno ha il dovere di donare all’altro. Nell’immagine della pagliuzza e della trave veniamo messi di fronte alla tentazione di ingigantire i difetti degli altri, a discapito di un’oggettiva consapevolezza dei nostri. Rispetto ai fratelli ci viene proposto di imparare ad accogliere l’altro con i suoi difetti. Riconoscere il proprio limite, tenendolo sempre davanti a noi stessi, ci rende più compassionevoli nei confronti degli altri e ci eviterà giudizi severi e privi di carità. Tutto questo rappresenta il nostro cammino di conversione relazionale, che potrà aiutare il fratello a comprendere i propri limiti e a correggersi.

giovedì 10 settembre 2026

Una misura traboccante

1Cor 8,1-7.11-13 e Lc 6,27-38

Gesù non ci dice semplicemente ciò che ci piace o che già conosciamo; non ci chiede soltanto di essere più gentili e responsabili con tutti, né si limita a confermare la nostra morale, ma conduce l’uomo oltre se stesso. Le sue parole sono per chi è disposto ad accogliere con docilità il suo insegnamento, anche quando mette in discussione le nostre certezze e ci chiede di andare oltre ciò che riteniamo possibile. Gesù non si limita a chiederci di rinunciare alla vendetta o di comportarci bene con gli altri: ci invita a rivestire di carità persino le relazioni che ci feriscono. È una proposta che supera la logica spontanea dell’istinto e della ragione e ci conduce oltre noi stessi. Questa è la misura traboccante del Vangelo: non una semplice morale più esigente, ma un amore che supera il limite del dovuto e del ragionevole. Gesù ci chiede di entrare nella misura stessa di Dio, che non calcola ciò che meritiamo, ma dona con sovrabbondanza.

mercoledì 9 settembre 2026

La beatitudine è la meta

1Cor 7,25-31 e Lc 6,20-26

Nel Vangelo di Luca, le Beatitudini nascono dallo sguardo di Gesù rivolto ai suoi discepoli e ci invitano ad assumere una logica nuova, diversa da quella del mondo. Ci chiedono di non cercare la felicità nei beni materiali e nell’appagamento dei nostri desideri, perché, quando diventano il centro della vita, possono trasformarsi in una trappola. Le Beatitudini indicano una meta alta ed esigente, umanamente difficile da raggiungere, ma possibile con la grazia di Cristo. Siamo chiamati a riconoscere e superare i piccoli e grandi compromessi che ci allontanano da Dio. Chiediamo il coraggio di seguire con decisione il cammino che Dio ci indica verso la vera beatitudine.







martedì 8 settembre 2026

Natività di Maria

Mi 5,1-4 e Mt 1,1-16.18-23

La genealogia di Gesù nel Vangelo di Matteo non si conclude con il riferimento a Giuseppe: l’ultimo nome menzionato è quello di Maria, «dalla quale è nato Gesù». Per spiegare questo passaggio, così poco usuale in una genealogia, subito dopo l’evangelista ricorda che, prima della coabitazione con il suo sposo, Maria «si trovò incinta per opera dello Spirito Santo». Siamo così invitati a fissare lo sguardo su Gesù Cristo, centro e cuore della storia, e a celebrare la nascita di Maria in quanto Madre del Redentore. Tutto, infatti, è orientato a Cristo e da lui dipende: in vista di lui, Dio Padre, dall’eternità, la scelse come Madre tutta santa. Questo è un criterio teologico fondamentale, che dovremmo applicare con maggiore rigore anche sul piano pastorale.

lunedì 7 settembre 2026

Come rendere lode a Dio

1Cor 5,1-8 e Lc 6, 6-11

Tutto ciò che facciamo gli uni per gli altri per restituire all’“uomo” la sua dignità rende gloria a Dio. Questo impegno non solo è conforme alla legge di Dio, ma è anche un dovere. Anche se non siamo capaci di guarire, come Gesù, siamo chiamati a riconoscere l’intrinseca dignità che appartiene a ogni uomo e a ogni donna, a ciascuno di noi. A volte ci sembra di non poter fare molto per aiutare un fratello; anche in questi casi, però, possiamo e dobbiamo essere per tutti un segno di benevolenza, di prossimità e di attenzione.La domanda che Gesù pone nella sinagoga di Cafarnao interpella tutti, ma in modo particolare coloro che si considerano i custodi della tradizione. La domanda di Gesù può essere tradotta con queste parole: in che modo l’uomo può rendere lode a Dio?


domenica 6 settembre 2026

Fare comunità ed essere comunità

Ez 33,1.7-9 Sal 94 Rm 13,8-10 Mt 18,15-20

Fare comunità” e “essere comunità” non sono la stessa cosa, c’è una bella differenza tra fare ed essere.
Fare comunità lo sappiamo fare!
Sappiamo organizzare, programmare, proporre iniziative, creare occasioni d’incontro. E tutto questo è importante.
Così importante che possiamo correre il rischio di fare moltissimo per la comunità senza essere veramente comunità.
Si può organizzare un incontro e non incontrarsi davvero.
Si può lavorare insieme senza prendersi cura gli uni degli altri.
Si può parlare di fraternità senza riuscire a perdonarsi.
Si può fare tanto per gli altri, senza arrivare a fare qualcosa con gli altri.
Come è vero che tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare ...
Ecco, allora, qual è il mare che separa il dire dal fare?
È forse il mare della coerenza: quello spazio, spesso enorme, che separa ciò che diciamo di voler essere da ciò che siamo concretamente nelle relazioni quotidiane.
Quale è il mare da attraversare?

- il mare della fiducia, che non si proclama, ma si costruisce nel tempo;
- il mare dell’ascolto, perché non basta mettere insieme delle voci: occorre lasciare che l’altro ci cambi;
- il mare della reciprocità, perché una comunità non è un insieme di persone che ricevono qualcosa, ma persone che si sentono chiamate a dare qualcosa;
- il mare del conflitto conflitto, perché essere comunità significa anche attraversare le differenze senza trasformarle immediatamente in divisioni;
- il mare della responsabilità, perché non basta dire “la comunità dovrebbe…”: a un certo punto bisogna poter dire cosa “noi facciamo” di fronte alle necessità;
- il mare del tempo, perché una comunità autentica non si costruisce con un evento, un progetto o uno slogan, ma è il frutto di una quotidianità.
Forse, quindi, il mare è tutto ciò che dobbiamo attraversare perché il “noi” smetta di essere una parola e diventi un’esperienza. Per fare questa attraversata dobbiamo disarmare certi nostri pregiudizi e certi nostri spigoli che feriscono chi si accosta a noi.
Per essere comunità
Fare comunità parte dal “che cosa facciamo insieme”; essere comunità parte dal “chi diventiamo insieme”. Ed è proprio lì che il fare - il nostro troppo e sterile fare - può trasformarsi in essere.
In sintesi, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Tra il fare comunità e l’essere comunità, quel mare è la distanza tra l’organizzare relazioni e il lasciarsi coinvolgere dalle relazioni. Attraversarlo significa passare dal “fare per gli altri” al “fare con gli altri”, fino ad arrivare al “sentirsi parte gli uni degli altri”.

Il Vangelo di questa domenica, che per noi coincide con la ripresa, per me è l’inizio di un nuovo anno pastorale, diverso dal precedente, perché per me è davvero nuovo.
Un anno nel quale poter entrare ancora più profondamente nella vita di questa comunità e, insieme a voi, lasciarci condurre verso i pascoli che il Signore ci indica: spazi e pascoli della fede e dell'amore, dell'accoglienza e della fraternità, della compassione e della misericordia.
Sono questi i pascoli nei quali sperimentare come essere comunità.
Se lo scorso anno sono arrivato camminando, per dire il mio desiderio di camminare insieme, oggi vorrei dirvi che non mi basta camminare: vorrei che tutti insieme, non perché lo chiedo io o lo propongo io, ma perchè è il vangelo, ci divertissimo a essere una comunità, una comunità nella quale fare esperienza gli uni degli altri attraverso l’amorevole cura delle nostre relazioni.
Per questo, in questa proposta non trova spazio l’indifferenza verso il fratello, perché ogni fratello è quello della pecora smarrita: non è un fratello cattivo, è un fratello che si è perso. E questo cambia completamente ogni prospettiva.
Nella comunità ciò che è male va affrontato, mossi da un’unica priorità: che nessuno si perda.
Per questo la correzione non è mai soltanto un rimprovero, ma un tentativo di recupero: riportare alla vita ciò che rischia di perdersi. Lasciando, comunque, alla fine, ciascuno nella sua libertà, anche quella di restare fuori.
Il criterio della comunità è allora chiaro:custodire il fratello, custodire la relazione, significa custodire la presenza di Cristo in mezzo alla comunità.
Il cuore pulsante del vangelo di oggi è il versetto: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”.
Ma quei due o tre non si sono semplicemente accordati, no! Non si sono soltanto messi d’accordo: hanno trovato il modo di essere sinfonia, perché questo era il desiderio di Gesù. La parola greca usata dall'evangelista è proprio quella SINFONIA ... cioè insieme armonico delle varie voci, questa è come Gesù pensava la sua comunità ... la sua Chiesa.