sabato 12 settembre 2026

AMARE SENZA CONDIZIONI

Sir 27,33-28,9   Sal 102   Rm 14,7-9   Mt 18,21-35

Domenica scorsa, con la celebrazione di inizio della Festa della Ripresa, vi ho detto: fare comunità lo sappiamo fare; essere comunità è tutta un’altra cosa. Possiamo organizzare, incontrarci, fare tante cose insieme… eppure rischiare di non incontrarci davvero, di fare tanto per gli altri senza imparare a fare con gli altri. Soprattutto quando, nel fare, esprimiamo noi stessi, senza essere accoglienti e senza prenderci cura degli altri: cioè quando l’io personale prevale sul noi comunitario.

Il Vangelo di domenica scorsa ci ricorda che il fratello non lo si giudica, non lo si abbandona, ma lo si custodisce, affinché non si perda. E questo custodire le relazioni custodisce anche la presenza di Cristo in mezzo a noi. Allora la SINFONIA della comunità diventa la traccia del cammino del nuovo anno pastorale: passare dal fare la comunità all’essere, cioè diventare più comunità.

Oggi facciamo un primo passo in avanti nell’essere comunità, per quanto possa sembrare difficile e non secondo la nostra umana inclinazione e possibilità. L’evangelista Matteo continua a proporre le parole di Gesù, dette quando era preoccupato dello stile della sua piccola comunità di discepoli, i quali facevano una gran fatica ad esserlo. E quando Matteo — che era un pubblicano e aveva sperimentato la non accoglienza, il non sentirsi custodito dai fratelli — deve affrontare lo stesso problema in una comunità di discepoli più grande, che si va costituendo, recupera nel Vangelo tutto il pensiero e l’insegnamento del Signore. Per questo ci mette di fronte alla parabola del servo maligno, che uccide con la sua spietata durezza, con il suo cinismo egocentrato, il fratello che, come lui, chiedeva solo di essere custodito e aiutato: chiedeva vicinanza, comprensione, di essere amato, di ottenere misericordia. Non diamo per scontato che chi abbiamo accanto si senta incluso nella comunità.Occorre pensare a quante sono le vittime, cioè i fratelli che, con il mio io, ho sacrificato alla mia presunta idea di essere comunità. 

La parabola del Vangelo ci dice che il padrone ha condonato al servo maligno un debito enorme. Quello stesso servo, però, dopo essere stato liberato dal proprio debito, pretende dal suo compagno il pagamento di un debito piccolo. Nella conclusione della parabola, sono convinto che tutti l’abbiamo compresa in questo modo: «Se non perdoniamo di cuore, Dio ci condannerà!» Cioè: se non custodisco il mio fratello, io stesso sarò condannato da Dio. Ma Gesù, in realtà, non ci dice: «Se non perdoni, Dio ti punirà», bensì che il perdono che riceviamo da Dio è chiamato a diventare libertà dentro di noi. È un perdono liberante, che dà vita! Perdonare, nel Vangelo, significa lasciare andare il debito dell’altro, non pretendere nessun pagamento o rimborso. Perché il male della nostra spietata durezza dell’io non continui a possedere il nostro cuore.Infatti il cuore del servo maligno appartiene al demonio, al male: non ha accolto la misericordia di Dio ed è rimasto prigioniero del rancore. Matteo, con le parole di Gesù, è come se, anche alla luce della sua esperienza, ci stia invitando a essere veramente qualcosa oltre la nostra normale disponibilità ad essere comunità a volerlo essere ... il servo maligno non volle!

Fede e fiducia

1Cor 10,14-22 e  Lc 6,43-49

Chi mette in pratica la Parola che ascolta, chi si sforza di tradurre fedelmente il Vangelo nella propria vita, dimostra di fidarsi di Dio! Tanti di noi hanno sempre pronta una lista di difficoltà e problemi, quanto basta per tirarci indietro o per cercare abili e raffinati compromessi. Così, invece di accogliere il Vangelo come occasione di vita nuova, ci insabbiamo in ragionamenti che addomesticano la Parola e la trasformano in una favola a lieto fine. Chi si comporta così, nonostante le buone intenzioni, non sarà in grado di resistere alle tempeste della vita. Dobbiamo imparare a intrecciare fede e fiducia: credere significa dare credito a Dio, senza essere troppo esigenti e tempestivi nel chiedere la restituzione con gli interessi. La Parola che Dio semina nella nostra vita è affidata alla nostra libertà: tutto dipende dalla nostra attiva collaborazione. Chi ascolta non solo accoglie responsabilmente e consapevolmente la Parola, ma si impegna anche a tradurla in modo coerente nella propria vita.

venerdì 11 settembre 2026

La psicologia della trave

1Cor 9,16-19.22-27 e Lc 6,39-42

Questo Vangelo non ci parla dei rapporti con il prossimo, ma di quella particolare relazione che dobbiamo instaurare con i fratelli nella fede, con i quali condividiamo la nostra stessa storia. La correzione non è una rivendicazione di giustizia o di verità, ma fa parte di quel reciproco sostegno materiale e spirituale che ciascuno ha il dovere di donare all’altro. Nell’immagine della pagliuzza e della trave veniamo messi di fronte alla tentazione di ingigantire i difetti degli altri, a discapito di un’oggettiva consapevolezza dei nostri. Rispetto ai fratelli ci viene proposto di imparare ad accogliere l’altro con i suoi difetti. Riconoscere il proprio limite, tenendolo sempre davanti a noi stessi, ci rende più compassionevoli nei confronti degli altri e ci eviterà giudizi severi e privi di carità. Tutto questo rappresenta il nostro cammino di conversione relazionale, che potrà aiutare il fratello a comprendere i propri limiti e a correggersi.

giovedì 10 settembre 2026

Una misura traboccante

1Cor 8,1-7.11-13 e Lc 6,27-38

Gesù non ci dice semplicemente ciò che ci piace o che già conosciamo; non ci chiede soltanto di essere più gentili e responsabili con tutti, né si limita a confermare la nostra morale, ma conduce l’uomo oltre se stesso. Le sue parole sono per chi è disposto ad accogliere con docilità il suo insegnamento, anche quando mette in discussione le nostre certezze e ci chiede di andare oltre ciò che riteniamo possibile. Gesù non si limita a chiederci di rinunciare alla vendetta o di comportarci bene con gli altri: ci invita a rivestire di carità persino le relazioni che ci feriscono. È una proposta che supera la logica spontanea dell’istinto e della ragione e ci conduce oltre noi stessi. Questa è la misura traboccante del Vangelo: non una semplice morale più esigente, ma un amore che supera il limite del dovuto e del ragionevole. Gesù ci chiede di entrare nella misura stessa di Dio, che non calcola ciò che meritiamo, ma dona con sovrabbondanza.

mercoledì 9 settembre 2026

La beatitudine è la meta

1Cor 7,25-31 e Lc 6,20-26

Nel Vangelo di Luca, le Beatitudini nascono dallo sguardo di Gesù rivolto ai suoi discepoli e ci invitano ad assumere una logica nuova, diversa da quella del mondo. Ci chiedono di non cercare la felicità nei beni materiali e nell’appagamento dei nostri desideri, perché, quando diventano il centro della vita, possono trasformarsi in una trappola. Le Beatitudini indicano una meta alta ed esigente, umanamente difficile da raggiungere, ma possibile con la grazia di Cristo. Siamo chiamati a riconoscere e superare i piccoli e grandi compromessi che ci allontanano da Dio. Chiediamo il coraggio di seguire con decisione il cammino che Dio ci indica verso la vera beatitudine.







martedì 8 settembre 2026

Natività di Maria

Mi 5,1-4 e Mt 1,1-16.18-23

La genealogia di Gesù nel Vangelo di Matteo non si conclude con il riferimento a Giuseppe: l’ultimo nome menzionato è quello di Maria, «dalla quale è nato Gesù». Per spiegare questo passaggio, così poco usuale in una genealogia, subito dopo l’evangelista ricorda che, prima della coabitazione con il suo sposo, Maria «si trovò incinta per opera dello Spirito Santo». Siamo così invitati a fissare lo sguardo su Gesù Cristo, centro e cuore della storia, e a celebrare la nascita di Maria in quanto Madre del Redentore. Tutto, infatti, è orientato a Cristo e da lui dipende: in vista di lui, Dio Padre, dall’eternità, la scelse come Madre tutta santa. Questo è un criterio teologico fondamentale, che dovremmo applicare con maggiore rigore anche sul piano pastorale.

lunedì 7 settembre 2026

Come rendere lode a Dio

1Cor 5,1-8 e Lc 6, 6-11

Tutto ciò che facciamo gli uni per gli altri per restituire all’“uomo” la sua dignità rende gloria a Dio. Questo impegno non solo è conforme alla legge di Dio, ma è anche un dovere. Anche se non siamo capaci di guarire, come Gesù, siamo chiamati a riconoscere l’intrinseca dignità che appartiene a ogni uomo e a ogni donna, a ciascuno di noi. A volte ci sembra di non poter fare molto per aiutare un fratello; anche in questi casi, però, possiamo e dobbiamo essere per tutti un segno di benevolenza, di prossimità e di attenzione.La domanda che Gesù pone nella sinagoga di Cafarnao interpella tutti, ma in modo particolare coloro che si considerano i custodi della tradizione. La domanda di Gesù può essere tradotta con queste parole: in che modo l’uomo può rendere lode a Dio?