lunedì 9 marzo 2026

Superare un metro e due misure ...

Dn 3,25.34-43 e Mt 18,21-35

Quale è la condizione essenziale per fare la Chiesa di Cristo? L’evangelista ha raccolto, nel capitolo 18 di Matteo,  una serie di immagini che raccontano lo stile della vita ecclesiale. Possiamo individuarne cinque: diventare come bambini; non scandalizzare i piccoli nella fede; non smettere mai di cercare chi si allontana; la correzione fraterna; la preghiera comune e l’ultima immagine è il perdono. È la condizione più difficile; ma anche quella più necessaria se vogliamo vincere il peccato che si annida nel cuore dell’uomo. L'immagine di Pietro è umanamente e ingenuamente simpatica perché pur riconoscendo l’importanza del perdono nello stesso tempo intende porre dei confini ragionevoli entro i quali esercitare la carità fraterna. Pietro dovrà maturare la consapevolezza che il perdono di Gesù spiazza ogni ragionamento umano; a partire da Dio il nostro perdono non cancella il male ma abbatte il muro dell’orgoglio e della divisione, è una grazia da chiedere.

Scegliere di camminare con Gesù

 2Re 5,1-15 e Lc 4,24-30

Nazaret rappresenta per Gesù l'inizio del ministero pubblico, ma anche la sintesi del compimento della storia di salvezza che ha in lui piena rivelazione: il rifiuto o il condividere un cammino di vita. L’evangelista insiste sul rifiuto dei suoi concittadini; ma é ovvio che vi sono anche quelli che ascoltano con interesse e accolgono la Parola. Questa pagina evangelica invita a scegliere. Trenta anni prima, a Nazaret, a Maria fu fatta una proposta, anche lei dovette scegliere. Il suo SI ebbe conseguenze inimmaginabili. Oggi come allora, le parole di Gesù vengono accolte con diffidenza e spesso con ostilità, fino al punto da suscitare una radicale opposizione: "Si alzarono e lo cacciarono fuori della città". Nazaret significa una proposta, significa credere in Gesú; significa accogliere  la Parola che ci conduce oltre il perimetro delle nostre ragioni. Oggi chiediamo la grazia di meterci in cammino con Gesù.

domenica 8 marzo 2026

La donna desiderata e il desiderio della donna

Es 17,3-7   Sal 94   Rm 5,1-2.5-8   Gv 4,5-42

Gesù dunque, affaticato per il viaggio, e forse anche per il ministero che lo assorbe senza troppe soddisfazioni, si siede, per cercare un po’ di ombra, nell’ora più calda del giorno: «Era circa mezzogiorno». 
«Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: “Dammi da bere”». Ma lei non sa che quella domanda – «dammi da bere, ho sete» – tornerà più avanti, quando nessuno potrà più esaudirla, quando sulla croce Gesù avra sete ditutti noi ... e la sua sete restera insoddisfatta ... fin al momento di bere completamdnte il calice della volontà del Padre ... il calice del suo stesso sacrificio ... quello che è per tutti noi ...
Ma torniamo a noi.
Il dialogo con questa donna in realtà è come dire ironico e quasi un dispettoso confronto ... fino a quando entra nel vissuto, nella dura vita di quella donna.
Quando Gesù entra nella sua storia è per lei come un tuffo, un tonfo nella sua fragilità e umanità al femminile. Gesù gioca duro, ma non può permettersi che che quell’incontro vada sprecato, e quindi si immerge nella verità... Sembra volergli dire: "sei una donna che aveva bisogno di essere amata ma mai ha trovato l'amore e ora disillusa non lo cerca più e si accontenta di relazioni incompiute; quelle avute hanno scavato in lei un abisso di aridità. Questa donna è segno della mancanza ... della fragilità  di una umanità e un mondo segnato dal peccato. La Samaritana è sintesi della nostra storia, vita, umanità che ha spento il desiderio di felicità ... di un'acqua viva che disseti e sia speranza, sia senso, sia vera gioia di vita.
Quando il Maestro arriva al cuore si scatena la tempesta interiore, ma Gesù come sempre resta lì fermo e tende la mano perché nessuno sia travolto dagli eventi della propria storia.
Questo succede questo, non puoi che scoppiare a piangere, quando capisci che quella sete che senti dentro e che ti porta di notte in notte, di corpo in corpo, di cuore in cuore, è perché sei fatto per Lui, e al tuo desiderio non basterà nulla che sia meno di Lui.
Vi auguro di sperimentare tanto quanto la Samaritana.
Chissà, se quella donna avesse spento il suo desiderio se si fosse fermata al primo uomo – non sarebbe mai arrivata a dire: «Dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete».
Solo Gesù ha la pretesa di essere colui che non soddisfa un bisogno ma che realizza il desiderio più vero che siamo, che soddisfa pienamente la nostra sete ... ma anche la sua sete di salvatore del mondo. Ecco la domanda che resta: "Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice…".







Che acqua beviamo? Di cosa ci dissetiamo? A quale fonte andiamo ad attingere? Credo che, di fronte al Vangelo della III domenica di Quaresima, queste domande siano obbligate.
Ci sono dei momenti della vita in cui ci accorgiamo di non stringere nulla tra le mani, ci sembra di aver sprecato occasioni, perso del tempo, costruito castelli di sabbia. Cosa fare?
Forse in quei momenti dobbiamo con coraggio ritornare alle fonti da cui attingiamo per scoprire quale tipo di acqua beviamo. Forse anche noi, come la Samaritana, continuiamo ogni giorno a raggiungere pozzi la cui acqua non disseta fino in fondo. Spesso anche noi, nelle ore più calde della nostra vita, quando avremmo maggiormente bisogno di sicurezze, di certezze vere, di amore andiamo lì dove vanno tutti, e facciamo come fanno tutti. Ma questo non basta! Non disseta! Non libera il cuore. E qui non bisogna pensare solo a cose sbagliate e non buone. Spesso anche il nostro modo di frequentare la Chiesa, di vivere la fede, di chiedere a Dio qualcosa può non essere acqua che disseta, perché segnata più dai nostri bisogni personali che da una relazione autentica con lui.
In quei momenti, però, vicino a quei pozzi troviamo il Signore: lui ci aspetta, è pronto e disposto a dissetare la nostra sete, a liberare la verità di noi stessi, a riempirci di vita. Non ha nulla tra le mani, ma ciò che ci offre è la sua stessa vita. È lui l’acqua viva che disseta; è lui l’amore vero che colma ogni vuoto; è lui la verità che rende liberi. A noi non sta che fermarci e chiedere: «Signore, dammi da bere!».

sabato 7 marzo 2026

Solo il Padre “centra” la misericordia

Mi 7,14-15.18-20 e Lc 15,1-3.11-32

Il figlio minore era uscito di casa inseguendo la gioia, ora comprende che quello che ha cercato, andando fuori, lo aveva già ricevuto stando dentro. Il figlio maggiore non gusta mai la gioia, pur desiderandola la pretende e rivendica come esperienza negata dal Padre in quella casa. Due percorsi in cui emergono tutte le fragilità e contraddizioni della vita perché è possibile allontanarsi dalla casa del padre ma non possiamo cancellare la coscienza di essere figli. Fino a quando rimane la memoria della comunione, la separazione non è mai lacerazione. La memoria del cuore ci riporterà sempre all'immagine del Padre che esprime realmente l'esperienza centrata della misericordia; ecco allora: “Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò…” Tutti abbiamo bisogno di conoscere questo Dio “ricco di misericordia”, per poter ritrovare noi stessi e non smarrire la via del ritorno a casa.

venerdì 6 marzo 2026

Dio sta davanti alla nostra iniquità

Gen 37,3-4.12-13.17-28 e Mt 21,33-43.45

La parabola è narrazione dell’opera salvifica che Dio realizza nel tempo e nella storia umana. Sullo sfondo Dio consegna all’uomo il compito di custodire e coltivare il giardino: diede la sua vigna,  in affitto a dei contadini. Più che un contratto è un gesto di grande fiducia nelle potenzialità dell’uomo, un gesto che interpella la libertà di tutti e di ciascuno. La storia umana dovrebbe camminare nel solco di questa collaborazione, ma è evidente da subito che è segnata dall’iniquità. Quando arrivò il tempo di raccogliere i frutti, alla legittimità del contratto si oppone una cresente violenza e sfiducia. Dinanzi a questa resistenza, dell'uomo, Dio non interviene con forza ma con amore: manda il suo Figlio, lo manda come un servo che non ha alcun potere. E che di fatto sarà cacciato via e ucciso. La parabola descrive e annuncia un Dio che "non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripaga secondo le nostre colpe" (Sal 103,10). 

giovedì 5 marzo 2026

Il mio Lazzaro alla porta

Ger 17,5-10 e Lc 16,19-31

Questa bellissima parabola rilegge profondamente la vita umana, rispetto alla quale, Gesù assicura che chi ascolta la sua parola e crede in Lui, “non va incontro al giudizio, ma è passato dalla morte alla vita”. La fede riveste di vita i nostri giorni, strappa le maschere delle nostre ipocrisie e ci fa vivere nella luce. Non dobbiamo chiedere né attendere segni spettacolari, è sufficiente camminare con umiltà e fiducia nel sentiero del Vangelo, quello che la Chiesa ha indicato all’inizio della Quaresima: la carità fraterna, la preghiera e il digiuno, e rileggere così la realtà fatta di molti ricchi solitari e dei troppi poveri Lazzaro. Le ricchezze rappresentano un vero pericolo perché ci chiudono gli occhi e il cuore e ci rendono indifferenti rispetto a quelli che soffrono attorno a noi. È questa la grazia che oggi chiediamo

mercoledì 4 marzo 2026

Tra noi non sia così!

Ger 18,18-20 e Mt 20,17-28

Gesù presenta se stesso come modello del Servo, per farci capire che non si tratta semplicemente di promuovere una mentalità solidale di fronte all’egoismo che sempre accompagna la vita della nostra società. In gioco c’è molto di più, c’è tutto il mistero della redenzione. Dove l’uomo si rende disponibile a servire come Gesù e in nome di Gesù, la salvezza di Dio si compie nella storia. Non è una casualità che l'annuncio della passione confluisca in una proposta esistenziale che per i discepoli è pura follia ma che è ugualnente l'espressione piuvera del donare la vita. Gesù ci invita a diventare servi pazienti e amabili, capaci quindi di proporre la sua originale visione detta vita: mettendoci al suo servizio del prossimo.