venerdì 21 agosto 2026

Vangelo sociale

Ez 43,1-7 e  Mt 23,1-12

Attualizzare questo brano di Vangelo significa mettere al centro dell’esperienza cristiana il rifiuto della differenza legata ai titoli onorifici, l’uguaglianza nell’unica fraternità e la logica del servizio e dell’umiltà. Uno stile che, se era difficile da comprendere ai tempi di Gesù, anche oggi, nella comunità cristiana, non sempre trova piena accoglienza.  Il Vangelo ci ricorda infatti che «uno solo è il vostro Maestro» e «uno solo è il Padre vostro», mentre «uno solo è la vostra Guida, il Cristo»: nessuno può porsi al di sopra degli altri. Oggi ogni sforzo di rendere concreto il Vangelo si traduce nella lotta al clericalismo, che suddivide i battezzati in base a scale gerarchiche, e si concretizza nello stile sinodale, cioè nel camminare insieme, valorizzando i diversi doni di ciascuno: siamo tutti fratelli e sorelle. L’autorità nella Chiesa è credibile solo se diviene testimonianza di vicinanza ai poveri e agli emarginati, quando cioè si pone a servizio dei figli di Dio.

Amare gli amici è riflesso dell'amore di Dio

Ez 37,1-14 e Mt 22,34-40

La domanda dello scriba a Gesù sul grande comandamento diventa l'occasione per la rivelazione centrale del Vangelo: l'amore per Dio come fonte di ogni relazione. Amare Dio con tutto il cuore non è un sentimento astratto, ma la radice che dà forma e consistenza a ogni legame d'amore, affetto e amicizia. Da questo primo comando scaturisce indissolubilmente il secondo: l'amore per il prossimo, che non è semplice filantropia, ma riflesso dell'amore divino. Amare significa farsi carico delle persone, vegliando sulla loro fragilità con presenza e ascolto; al contempo, richiede l'umiltà di affidarsi agli altri, superando ogni autosufficienza. È così che l'amicizia cessa di essere un legame superficiale per diventare il riflesso vivo dell'amore di Dio.


giovedì 20 agosto 2026

I nostri NO al regno dei cieli

Ez 36,23-28 e  Mt 22,1-14

Siamo tutti invitati al Regno dei cieli, ma spesso rifiutiamo l’invito perché presi dai nostri affari, dalle preoccupazioni e dai nostri programmi. La parabola mostra la progressione del rifiuto: si parte dall’indifferenza e dalla distrazione, fino ad arrivare persino alla violenza. Anche in questo nostro mondo, infiammato dalle guerre e dalle tensioni geopolitiche, il male, i conflitti e le tensioni sociali e familiari possono essere il frutto di un’umanità che vive di "rifiuto" e pretende di fare a meno di Dio. Ma questo rischio riguarda anche noi credenti: una fede vissuta superficialmente, senza un rapporto vivo con Dio, rischia di diventare sterile e di ostacolare l’azione dello Spirito Santo in noi. Eppure, nonostante i nostri rifiuti e le nostre distrazioni, Dio non si stanca di chiamarci. La sua voce continua a rivolgersi a ciascuno di noi: «Tutto è pronto; venite alle nozze». L’invito è ancora oggi rivolto a noi e non è mai troppo tardi per accoglierlo. Sta a noi scegliere se fermarci, mettere da parte, almeno per un momento, i nostri affanni, le nostre sicurezze e le nostre preoccupazioni, per ascoltare ciò che Dio ci sta dicendo.

mercoledì 19 agosto 2026

Un Dio pro-attivo ...

Ez 34,1-11 e  Mt 20,1-16

Il protagonista della parabola è Uno solo: è Dio che esce e chiama, è Lui che si prende cura della sua vigna. Gli altri possono corrispondere o meno alla chiamata, ma tutto nasce da Lui e trova in Lui il suo essenziale riferimento. Accogliere il suo invito e andare nella vigna significa collaborare con Dio per fare di questa nostra fragile storia il giardino di Dio. Anche la Chiesa è chiamata a essere una comunità sempre pronta a mettersi in cammino. Lo Spirito la sospinge continuamente, la ricolma di amore e le dona il coraggio di ricominciare. È lo Spirito che impedisce alla Chiesa di cadere nella trappola della rassegnazione, della stanchezza e della delusione. È Lui che la rende una Chiesa capace, ogni giorno, di chiedere e accogliere l’amore e, ogni giorno, di rispondere con amore. Per questo non misura la fatica e non pretende alcuna ricompensa, neppure quella che potrebbe sembrare più legittima.

martedì 18 agosto 2026

Quando ti fidi di Gesù ...

Ez 28,1-10 e Mt 19,23-30

I discepoli rimangono interdetti di fronte a quanto accade: vedono e ascoltano il giovane ricco, le sue attese e domande, le risposte di Gesù... A questo punto non è certo fuori luogo che Simone (Pietro) arrivi a dire: "Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito ...". I discepoli hanno risposto con generosità, hanno avuto fiducia, hanno lasciato tutto... Ed ecco che la risposta di Gesù supera la giusta ricompensa: quel fidarsi, quel lasciare, quella generosità sono una ricchezza senza paragone, sono già il centuplo. Avere il coraggio di camminare nelle vie del Vangelo, lasciarsi affascinare dalle parole di Gesù, è il centuplo. Nella risposta di Gesù si accoglie la provocazione del Regno dei cieli: "Possiamo essere felici anche se siamo privi dei beni materiali, semplicemente vivendo il Vangelo. Anzi, è questa l’unica via della felicità. Perché ciò che appare agli uomini come un’illusione o una privazione diventa salvezza dal possesso che ci illude di essere felici, ma non ci salva realmente".

lunedì 17 agosto 2026

Cosa devo fare di buono?

Ez 24.15-24 e Mt 19,16-22

Una domanda lecita, direi quasi corretta e necessaria. Stare con Gesù, ascoltarlo, non può che suscitare desideri di bene. Chi lo incontra si sente chiamato a dare il meglio di sé. Il Vangelo ha per protagonista un giovane che si sente interpellato dalle parole di Gesù e che entra in crisi… una crisi buona, perché nasce da una lettura profonda e piena di senso della propria vita. Quando anche noi sentiamo di non essere “pieni”, che ci manca qualcosa; quando siamo al limite di ciò che viviamo ogni giorno e vorremmo aprirci a qualcosa di nuovo; quando non ci bastano più le risposte che sappiamo darci da soli, ma siamo disposti a confidare in un Altro… ecco che ci sono tutte le premesse per iniziare l’avventura della fede. È il momento in cui i desideri belli che ci infiammano vanno custoditi e difesi dalla “paura” di lasciare tutte le sicurezze e le “comfort-zone” per stare con Lui, quell’uomo dalle parole affascinanti, che generano desiderio di vita e allontanano dalla tristezza.


domenica 16 agosto 2026

Non uomini di buona volontà, ma amati da Dio

Is 56,1.6-7; Sal 66; Rm 11,13-15.29-32; Mt 15,21-28

Dopo essere approdati dall’altra parte del lago, dove i discepoli non sarebbero mai andati, Matteo conduce Gesù sulle coste mediterranee di Tiro e Sidone, terre abitate da popolazioni non israelite, siro-fenicie.
Se domenica scorsa abbiamo visto che la fede passa attraverso il coraggio di osare oltre le nostre ristrettezze, oggi incontriamo una donna straniera che osa entrare nella storia della salvezza, che potrebbe sembrare riservata a pochi. Ma Gesù ha ben altri pensieri: la salvezza è per ogni uomo amato da Dio. Per questo abbiamo corretto nel Gloria “gli uomini di buona volontà” con “gli uomini amati da Dio”.
Due situazioni diverse, ma unite dalla fede che osa. Rispetto al Vangelo di domenica scorsa dove Gesù forza l’osare dei discepoli, oggi è la donna che osa avvicinarsi. È straniera, esclusa, non appartenente alla promessa, eppure non resta ai margini e non accetta la distanza.
Il suo primo atto di fede è non lasciarsi definire dai confini. Con il suo gesto ci dice che il Regno di Dio non è un recinto chiuso, ma uno spazio aperto a tutti.
La donna osa gridare. Non ha paura di disturbare né di mostrare il proprio dolore. Crede che Gesù possa lasciarsi toccare dal suo grido. Ma quanti uomini, donne e bambini oggi gridano a Dio nella disperazione, nella miseria, nella guerra, nell’ingiustizia e nella discriminazione?
La donna osa chiamare Gesù e si aggrappa alla benedizione promessa fin dall’inizio ad Abramo e a Davide, una benedizione destinata a tutti i popoli. Anticipa così la Chiesa delle genti, la cui unica porta è la fede. Anche noi non possiamo parlare di accoglienza e fraternità restringendo poi il nostro orizzonte missionario.
La donna osa restare salda davanti al silenzio di Gesù: “Ma egli non le rivolse neppure una parola”. Non fugge, non desiste. Al contrario, si avvicina ancora di più. Trasforma l’attesa in fede. E quando arriva una parola dura — “Non è bene prendere il pane dei figli e darlo ai cagnolini” — non si chiude.
Osa entrare nelle parole del Signore e risponde con una fede disarmante: anche le briciole della grazia bastano a saziare e a guarire.
Anche Gesù osa: osa ascoltare questa donna, osa dialogare con lei, non pone barriere. E riconosce la sua fede come grande. La donna non deve diventare ebrea né entrare nella comunità dei discepoli per essere raggiunta dalla salvezza. La sua vita cambia perché l’amore di Dio non conosce confini.
Questa donna diventa così, nella scena evangelica, lo spazio attraverso il quale Gesù rivela di essere Colui che oltrepassa muri e steccati per donare la benedizione di Dio a tutti i popoli.

Cosa significa oggi questa benedizione?

Papa Francesco ci ha consegnato quattro parole: accogliere, proteggere, promuovere, integrare. Non una benedizione astratta, ma un impegno concreto per riconoscere la dignità di ogni persona, anche migrante, e costruire una vera cultura dell’incontro.
Oggi Papa Leone XIV ci richiama a una “geopolitica della pace”, fondata sul dialogo, sulla protezione dei civili e sul rifiuto della guerra. La “pace disarmata e disarmante” non è uno slogan: è un impegno evangelico.
Ecco come la donna cananea non diventa degna dell’amore di Dio perché osa. Osa perché si scopre già raggiunta dall’amore di Dio. Non conquista la benedizione: la accoglie. La sua fede ci consegna allora una domanda: abbiamo il coraggio di osare anche noi? Di avvicinarci a chi è lontano, di ascoltare chi grida, di oltrepassare i confini che abbiamo costruito?
Il Regno di Dio comincia quando smettiamo di dividere il mondo tra “noi” e “gli altri” e riconosciamo che ogni uomo è amato da Dio. Questa è la pace “disarmata e disarmante”: quella che riconosce nell’altro non un estraneo, ma un fratello.