domenica 20 settembre 2026

Matteo, un apostolo particolare

Ef 4,1-7.11-13 e Mt 9,9-11


Il Vangelo di oggi è una provocazione per tutti coloro che hanno una responsabilità nella comunità cristiana: sacerdoti, catechisti e operatori pastorali. Gesù ci chiede di non lasciare indietro nessuno, ma di accostarci a ogni persona con amore, offrendo il pane della sua Parola e aiutandola a liberarsi da ciò che le impedisce di camminare verso Dio. Matteo ne è un esempio straordinario. Pubblicano, considerato peccatore ed escluso, si sente dire da Gesù una sola parola: «Seguimi». Matteo lascia tutto e cambia vita. Il suo passato non é motivo di condanna: diventa, attraverso l'incontro con Cristo, una nuova possibilità. «Misericordia io voglio e non sacrifici». Gesù non viene a chiamare chi si crede giusto, ma chi riconosce di avere bisogno di Lui. San Matteo ci ricorda che nessuno è definito dai propri errori: un incontro con Cristo può aprire una strada nuova.

In progetto il Regno dei cieli

Is 55,6-9; Sal 144; Fil 1,20-24.27; Mt 20,1-16

Nelle domeniche della Festa della ripresa vi ho parlato di progetto pastorale, cioè del passare dal fare comunità all'essere comunità. Ma cosa significa concretamente?Alla luce del Vangelo di questa domenica, potremmo dire che il progetto pastorale è il modo concreto con cui una comunità esprime e vive il Regno dei cieli, che è già in mezzo a noi. La parabola degli operai della vigna ci provoca: il Regno non segue la logica del merito. Dio viene incontro a tutti, anche a chi arriva tardi; accoglie, ama e dona gratuitamente. Per questo, essere comunità significa camminare insieme, accogliere tutti e far sentire a ciascuno che nella casa di Dio c'è posto per lui.
Ma come possiamo diventare concretamente una comunità così? Dobbiamo andare a scuola di missione. Ci chiediamo: quando abbiamo vissuto nel nostro paese, nel lavoro, nelle famiglie, un'esperienza di vicinanza, carità, accoglienza e gratuità? Quando la nostra vita ordinaria ha dato una testimonianza credibile di Gesù e del Vangelo?
Per troppo tempo abbiamo rischiato di vivere una fede soprattutto conservativa, fatta di tradizioni, liturgie e schemi. Questo ha affievolito il nostro slancio missionario. Gesù invece ci dice: «Quando sarò innalzato attirerò tutti a me». Ma come può Gesù attirare, se noi non siamo capaci di essere testimoni credibili e accoglienti?Imparare a essere artigiani del Regno significa allora:
Dare centralità alla Parola e all'Eucaristia: dalla Scrittura e dalla celebrazione nasce la forza per uscire incontro agli altri.
Vivere la corresponsabilità: ogni battezzato è chiamato a essere protagonista della missione della Chiesa, non semplice spettatore.
Amare il proprio territorio e la propria gente: la parrocchia non è un ufficio o un club, ma «la Chiesa posta in mezzo alle case», vicina alle gioie, alle speranze e alle sofferenze delle persone.
Essere accoglienti e fraterni: mettere da parte pregiudizi e steccati e farsi prossimi a chi è solo, ferito o in ricerca.
Dare tempo al servizio: catechesi, carità, liturgia, animazione... Come gli operai della parabola, anch'io sono chiamato a dire: «Vado anch'io nella vigna».
La parabola ci ricorda infine che Dio non ragiona secondo la logica del merito. Gli operai della prima ora ricevono quanto quelli dell'ultima ora. E Gesù domanda: «Sei invidioso perché io sono buono?». Il Regno dei cieli è proprio questo: l'amore di Dio è gratuito e non può diventare una ricompensa dovuta. Il credente è chiamato ad accogliere questa gratuità e a gioire perché viene donata a tutti, anche a chi, secondo i nostri criteri, non la meriterebbe. E allora il progetto pastorale non è semplicemente fare più cose. È diventare una comunità che vive la gratuità di Dio, accoglie tutti, serve e porta nel mondo la bellezza del VangeloQuesto è il Regno dei cieli.

sabato 19 settembre 2026

Il frutto disatteso

1Cor 15,35-37.42-49 e Lc 8,4-15

Insegnare, condividere e comunicare attraverso le parabole rappresenta il modo in cui Gesù si rivolge alle folle, soprattutto quando sono numerose e si radunano attorno a lui. Questa parabola ci ricorda che tra la semina e il raccolto non solo vi è una grande distanza, ma anche numerosi ostacoli che, in molti casi, impediscono al seme di germogliare. Gesù non parla solo ai discepoli, ma parla dei discepoli: il terreno che accoglie il seme è un’immagine eloquente di coloro che ascoltano la Parola. La parabola, perciò, contiene un ammonimento: accogliere la Parola è solo il primo passo di un cammino che, malgrado le intenzioni iniziali, potrebbe interrompersi. Tanti cristiani, e forse anche noi tra questi, siamo convinti di aver accolto il Vangelo nella nostra vita e, malgrado i nostri limiti, pensiamo di essere buoni discepoli. Ma, alla luce di una verifica più attenta, forse ci rendiamo conto di non aver portato quel frutto che Dio attendeva.

venerdì 18 settembre 2026

Uomini e donne, il gruppo e la comunità

1Cor 15,12-20 e Lc 8,1-3

Insieme ai Dodici c’erano anche alcune donne. Si tratta di un gruppo stabile, a indicare che le donne non si trovano per caso in mezzo al gruppo apostolico, né in forma estemporanea. L’evangelista dice che le donne «li servivano con i loro beni». Qui non si parla soltanto di Gesù, ma dell’intera comunità apostolica. Il verbo greco utilizzato per descrivere ciò che le donne facevano è "diakonein", un verbo che potrebbe far pensare ci semplicemente a una forma di assistenza materiale, ma che rimanda anche a una ministerialità di natura ecclesiale. Occorrerebbe approfondire il senso che assume il verbo rispetto alla ministerialità  del servizio. Ma non è questo li luogo. Questo verbo, comunque, offre una conferma circa il ruolo che le donne assumono all’interno della comunità: esse non sono soggetti passivi, né sono destinate a occupare soltanto posti marginali, ma partecipano a pieno titolo a quel servizio al quale sono chiamati tutti i discepoli. Nel Vangelo, dunque, il femminile ha trovato piena cittadinanza.

giovedì 17 settembre 2026

Le lacrime del perdono

1Cor 15,1-11 e Lc 7,36-50

La donna arriva davanti a Gesù portando il peso del giudizio degli altri. Per il fariseo è soltanto «una peccatrice»: il suo passato sembra definirla e non lasciarle alcun futuro. Gesù, invece, guarda oltre l'errore. Accoglie la donna senza umiliarla e riconosce nei suoi gesti un cuore capace ancora di amare, di fidarsi e di cambiare. Il suo perdono non cancella semplicemente il passato, ma apre una strada nuova: «La tua fede ti ha salvata; va' in pace». Le sue lacrime sono voce del suo desiderio di perdono e di amore a Gesù. Anche noi rischiamo di giudicare una persona per ciò che ha fatto, dimenticando ciò che può ancora diventare. Gesù ci insegna uno sguardo diverso: uno sguardo che non condanna, ma dà fiducia e lascia sempre aperta la possibilità di ricominciare.

mercoledì 16 settembre 2026

Manifestazioni inattese

1Cor 12,31-13,13 e Lc 7,31-35

C’è una domanda che attraversa tutto il testo: di fronte al modo in cui Dio si manifesta, l’uomo ha già deciso quale dovrebbe essere il modo in cui Dio deve manifestarsi. Le parole di Gesù non si riferiscono solo ai farisei, ma alla generazione che rifiuta sia la predicazione di Giovanni sia la sua. Essa dimostra un’ostinata immaturità e la tendenza a lasciarsi guidare dai propri umori e dalle proprie aspettative, incapace di riconoscere Dio quando si manifesta in modo inatteso. La parola di Gesù intende scuotere anche noi e ci chiede di riconoscere la luce che Dio semina nelle pieghe della storia, personale e collettiva. Di fronte a chi ha già deciso come Dio debba agire, Gesù ci chiede di crescere e di imparare a guardare la realtà con la sapienza di Dio, che per amore ha scelto di abitare la nostra storia.

martedì 15 settembre 2026

Eccomi sotto la croce

Eb 5,7-9 e Gv 19,25-27

Oggi, con questa memoria devozionale, contempliamo la croce attraverso gli occhi di Maria. La Vergine Addolorata è icona del discepolo che segue fedelmente Gesù fino alla croce: «Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Maria, nel momento del dolore, non è fuggita; nel tempo della prova è rimasta fedele. Maria sperava che quella croce non potesse essere la fine. Dove c’è Dio, la parola “fine” non ha senso. Per questo Maria è rimasta ai piedi della croce, non come una donna affranta dalla sofferenza, ma con la certezza che Dio compie la sua opera. Nel momento in cui vede morire il Figlio, generato nella carne, riceve un altro figlio. Il Vangelo non riferisce alcuna risposta di Maria. L’«Eccomi», pronunciato anni prima, nella casa di Nazaret, è la radice di un’obbedienza che segna tutti i passi della sua vita.