giovedì 15 ottobre 2026

Non scoraggiarsi mai

Ef 1,11-14 e  Lc 12,1-7

Gesù invita i discepoli a non scoraggiarsi di fronte alle difficoltà che incontreranno nell’annunciare il Vangelo. La sua Parola, anche se ostacolata, un giorno sarà pienamente manifestata. La missione incontrerà resistenze e persecuzioni, ma questo non deve frenare la testimonianza. «A voi, miei amici, dico: non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo». Gesù chiede ai discepoli di non nascondersi e di non tacere, ma di testimoniare la fede con coraggio e sincerità, senza cedere all’ipocrisia e alla paura del giudizio degli altri. Chi sceglie di seguirlo deve mettere in conto critiche, emarginazione e persino il martirio. Tuttavia, non deve temere, perché la sua vita è preziosa agli occhi di Dio, che conosce e si prende cura di ciascuno. La fiducia in Lui dà la forza di vivere e annunciare il Vangelo anche nelle difficoltà.

La Parola che non piace

Ef 1,1-10 e Lc 11,47-54

Lo scenario di questa pagina evangelica è oscuro e drammatico. La Scrittura ci ricorda che i profeti incontrano spesso opposizione e nei casi più estremi, persino la morte. La storia di Israele insegna, infatti, che chi annuncia la Parola di Dio, soprattutto quando contrasta la logica della sapienza umana, deve mettere in conto una tenace avversione. Essere profeti di Dio è un grande onore, anzi un privilegio per ogni credente, ma comporta anche una responsabilità scomoda: esporsi, lottare e sopportare ingiustizie e ostilità. Siamo davvero disposti ad annunciare la Parola, sapendo che potrebbe non trovare accoglienza nella società e, talvolta, neppure nella comunità ecclesiale? Gesù non attenua la verità ma ne assume fino in fondo il peso. Noi, invece, per quieto vivere, siamo spesso tentati di scendere a compromessi. Per evitare il conflitto, c’è chi propone di adattare il Vangelo alla modernità. Ma fino a che punto è possibile dialogare con il mondo senza snaturare il messaggio evangelico?

mercoledì 14 ottobre 2026

Con amore e senza ipocrisia

Gal 5,18-25 e Lc 11,42-46

Quell’invito a pranzo si sta tingendo di un profondo imbarazzo. Gesù non ha filtri e, come un fiume in piena, si scaglia contro la rigidità ipocrita di farisei e dottori della Legge. Se finora ha sempre risposto per chiarire le ragioni del suo comportamento, cercando una via per riflettere insieme, questa volta non offre spiegazioni né tende la mano. Si lancia, invece, in una dura requisitoria, che l’evangelista riassume nei tre «guai» rivolti ai farisei e in altrettanti destinati ai dottori della Legge. Le sue parole non hanno solo il sapore di una sentenza, ma sono un invito a verificare il proprio modo di vivere. La vera correzione ci porta a scrutare dentro noi stessi, con sincerità, per riconoscere il criterio che guida le nostre scelte. Gesù accusa i farisei di «amare i primi posti»: amano stare al centro, ma chi cerca il consenso finisce per compiere scelte che piacciono a tutti. L’obbedienza a Dio, invece, spesso ci obbliga ad andare controcorrente e, non di rado, a sopportare ingiurie e persecuzioni. Invece di cercare i primi posti, preoccupiamoci di dare a Dio il primo posto.

martedì 13 ottobre 2026

Non si è lavato le mani ...

Gal 5,1-6 e  Lc 11,37-41

Invitare qualcuno a casa è un segno di attenzione e di stima, ma in questo caso ci sono diversi motivi per dubitare che l’invito nasca da sentimenti autentici. Il fariseo ha interrotto il dialogo tra Gesù e la folla, eppure il Signore, che non ha pregiudizi e non esclude nessuno, accetta comunque il suo invito. C’è, però, qualcosa che suscita stupore: Gesù non compie le abluzioni rituali prima del pasto. Ma, anziché giustificarsi, pronuncia un giudizio severo e diretto: «Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria». Eppure, anche di fronte a parole così dure, Gesù non perde la fiducia e non chiude la porta al cambiamento. Invita i farisei a condividere i propri beni con i poveri, ricordando loro che la carità non solo è gradita a Dio, ma rivela una fede autentica e vale più della scrupolosa osservanza dei precetti rituali. Perché ciò che conta davvero non è soltanto la purezza esteriore, ma la capacità di avere un cuore aperto agli altri.

lunedì 12 ottobre 2026

Almeno un segno ci è dato

Gal 4,22-24.26-27.31;5,1 e Lc 11,29-32

La predicazione del Vangelo non è facile: Gesù deve confrontarsi con la diffidenza di quanti gli chiedono un segno dal cielo per metterlo alla prova. Per questo pronuncia parole dure: «Questa generazione è una generazione malvagia». Eppure, non chiude ogni possibilità, ma annuncia il segno di Giona, richiamo alla misericordia di Dio e alla conversione. Almeno un segno ci è dato: non un prodigio che soddisfi le nostre attese, ma una Parola che ci interpella e una misericordia che ci raggiunge. Dio non si impone con gesti spettacolari, ma ci invita a riconoscere la sua presenza nella vita quotidiana. La vera domanda, allora, non è quale segno ancora chiedere, ma se siamo disposti ad aprire il cuore, a lasciarci cambiare dalla sua Parola e a fidarci del suo amore. Perché spesso il segno che cerchiamo è già davanti a noi, ma abbiamo bisogno di occhi nuovi per riconoscerlo.

domenica 11 ottobre 2026

Quando siamo disposti a indossare l’abito nuovo?

Is 25,6-10; Sal 22; Fil 4,12-14.19-20; Mt 22,1-14

Dio ci invita alla festa della vita
Gesù paragona il Regno dei cieli a un re che prepara una festa di nozze per suo figlio. Dio non ci invita a una "celebrazione", ma a una festa, simbolo della gioia, dell’amore e della felicità che desidera per ciascuno di noi. I primi invitati rifiutano l’invito, troppo occupati dai propri affari. Il re, però, non si arrende e apre la festa a tutti, buoni e cattivi, perché nessuno è escluso dal suo amore. Questa parabola ci pone tre domande:
- Siamo disponibili ad accogliere l’invito di Dio?
- Siamo disposti a lasciarci trasformare?
- Dove abbiamo lasciato l'abito da festa (la veste bianca del nostro Battesimo).
Siamo disponibili ad accogliere l’invito?
I primi invitati antepongono i propri impegni alla festa. Anche noi, presi dal lavoro, dalle preoccupazioni e dai nostri interessi, rischiamo di non trovare più tempo per Dio e per gli altri. 
Come accade con le feste, alcune le attendiamo con gioia, mentre altre le viviamo come un obbligo. Anche il rapporto con Dio può diventare un’abitudine, priva del desiderio autentico di incontrarlo. Eppure, Dio non ci invita per obbligarci, ma per condividere con noi la sua gioia. Desideriamo davvero partecipare alla sua festa o siamo troppo occupati per accorgerci della sua chiamata?
Non basta entrare nella sala, occorre indossare l’abito nuziale.
Un uomo partecipa alla festa, ma non indossa l’abito nuziale e, interrogato dal re, rimane in silenzio. Questo particolare ci ricorda che non basta essere presenti: occorre lasciarsi trasformare dall’incontro con Dio. L’abito nuziale rappresenta la conversione del cuore: scegliere la condivisione al posto dell’accumulo, il servizio al posto del potere, il perdono al posto del rancore e il dono al posto del possesso. Lo indossiamo quando ci prendiamo cura degli altri, scegliamo l’amore anche con fatica e trasformiamo la fede in gesti concreti di solidarietà. Frequentare la Chiesa e partecipare alle celebrazioni non basta se il cuore rimane chiuso e la vita non cambia.
Cambiare: Si vede, dal nostro modo di amare e di agire, che abbiamo incontrato il Signore?
Oppure continuiamo a trovare giustificazioni per non cambiare?

Ritrovare la veste bianca del Battesimo
L’abito nuziale richiama la veste bianca ricevuta nel Battesimo, quando siamo stati accolti nella famiglia di Dio come figli amati dal Padre. Essa esprime la nostra dignità e la chiamata a vivere una vita nuova. Questo dono, però, va custodito. Nel tempo possiamo dimenticare la bellezza di essere figli di Dio, lasciando spazio all’indifferenza e all’egoismo. Riscoprire il Battesimo significa viverlo non come un evento passato, ma come una realtà che orienta le nostre scelte quotidiane. Rivestirci dell’abito nuziale vuol dire ricordare che siamo figli amati e, proprio per questo, chiamati ad amare. Dio non ci chiede di essere perfetti, ma di lasciarci trasformare, riconoscere i nostri errori e ricominciare.
Dove ho lasciato la veste del Battesimo?
Dio desidera averci con sé: la sua grazia è gratuita, la porta è aperta e il suo amore raggiunge tutti. A noi spetta rispondere concretamente, non soltanto con le parole, ma con la vita. Fermiamoci allora a riflettere: Dove ho lasciato la veste del Battesimo? L'ho dimenticata lungo il cammino, coperta dall’indifferenza o dai miei interessi?
La vera domanda non è se siamo stati invitati alla festa, ma se abbiamo permesso a quell’invito di trasformarci. Siamo davvero rivestiti dell’abito nuziale?

sabato 10 ottobre 2026

Beati tutti gli ascoltatori ... ma non è la radiofonia

Gal 3,22-29 e Lc 11,27-28

In tutta sincerità, dobbiamo chiederci se desideriamo davvero ascoltare la Parola di Dio e se, quando leggiamo e meditiamo la Scrittura o l’ascoltiamo proclamare durante la celebrazione liturgica, abbiamo l’intima certezza di udire la voce stessa di Dio. San Girolamo affermava che «il Vangelo è il Corpo di Cristo». Il brano evangelico di oggi, nella sua brevità, ci presenta una donna del popolo che, ascoltando Gesù, esprime il suo stupore e la sua lode per colei che lo ha portato in grembo e allattato. La risposta di Gesù potrebbe apparire un po’ fredda, quasi volesse distogliere l’attenzione da sua madre. In realtà, ci invita a guardare oltre, ricordandoci che la vera beatitudine è accessibile a tutti coloro che ascoltano la Parola di Dio e la custodiscono nel cuore. Questa beatitudine, però, non rinnega le proprie origini: nasce proprio da Maria, che per prima ha accolto la Parola, l’ha custodita nel cuore e l’ha generata nella carne.