CUSTODIRE LA PAROLA ... don Fabio Gennai
di don Fabio Gennai
venerdì 6 novembre 2026
Ricchezze ingiuste
Se la ricchezza legata ai beni materiali genera divisioni, ingiustizie sociali, povertà, invidia, ecc., possiamo affermare che è, per sua natura, immorale, perché alimenta una visione egoistica ed egocentrica della vita. La vera ricchezza è quella che ha come fine la dignità della persona umana. Gesù non si limita a chiedere un'elemosina, un'offerta per mettere a tacere la coscienza, ma ci propone un altro stile di vita e ci invita ad acquisire un diverso modo di pensare: i beni materiali non sono un assoluto, ma servono a rispondere ai bisogni essenziali della vita. Avere tutto ciò di cui abbiamo bisogno può darci un senso di sicurezza, ma non potrà mai garantirci la pienezza di significato della vita. La ricchezza è buona quando è capace di generare la gioia della carità e della condivisione con i poveri, quando riesce a far nascere un sorriso sul volto di chi non ha nulla. Quando Gesù pronunciava queste parole, veniva deriso. Ma è proprio ciò che accade ancora oggi, soprattutto da parte di chi continua ad arricchirsi sulla pelle dei poveri e non solo.
Quando il riferimento è Cristo
giovedì 5 novembre 2026
Recuperare ciò che si è perduto
In realtà, lo sfondo di queste parabole sembra rimandare a una riflessione sull’identità di Gesù, presente nel Vangelo di Giovanni: «Questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno». Certamente, nel Vangelo di Giovanni l’evangelista ci conduce a confrontarci con i contenuti più profondi della rivelazione del Signore. Non è dunque impossibile ritenere che l’insegnamento in parabole, così diffuso nei Sinottici, tragga consistenza proprio da questi contenuti originari. Nel cuore di Gesù troviamo l’immagine di un Dio che è Padre ed è sempre pronto a prendere l’iniziativa per ritrovare i suoi figli che hanno smarrito la via. Emerge anche l’immagine di una Chiesa che, sospinta dall’amore, non condanna nessuno e cerca di annunciare a tutti, sempre, che la misericordia di Dio non abbandona proprio nessuno.
mercoledì 4 novembre 2026
Chiamati a seguirlo liberamente
Gesù non ha mai considerato la folla un semplice gruppo di sostenitori della propria missione, ma ha riconosciuto in ciascuno di coloro che si entusiasmano e lo seguono una possibilità irrinunciabile: quella di diventare terreno nel quale radicare il Regno di Dio. Le parole che Gesù rivolge alla folla non vogliono scoraggiare, ma ammonire. Non invitano a ritirarsi, bensì a prendere coscienza dei propri limiti e della serietà della scelta di seguirlo. Il Vangelo propone a tutti mete impegnative, e di fronte alla nostra inadeguatezza, ci chiede di fidarci di Colui che ci rende capaci di essere e rimanere suoi discepoli. La chiamata a essere discepoli non si esaurisce all'inizio del cammino di fede, ma si rinnova nei passaggi decisivi della vita, quando siamo chiamati a compiere scelte importanti, ad assumere un coinvolgimento più impegnativo o a vincere la tentazione di rinunciare. È allora che dobbiamo ritrovare la fiducia in Colui che ci chiama e ci chiede di seguirlo liberamente.
martedì 3 novembre 2026
... perché la mia casa si riempia!
Fil 2,5-11 e Lc 14,15-24
lunedì 2 novembre 2026
Commemorazione dei defunti
Gv 6,37-40
domenica 1 novembre 2026
Santi sul serio!
Ap 7,2-4.9-14 Sal 23 1Gv 3,1-3 Mt 5,1-12
Ieri sera abbiamo cercato emozioni, brividi e un po' di felicità; stamattina sono rimaste per le strade tante zucche. Forse è un'immagine che ci somiglia un po': tutti desideriamo essere felici, ma non sempre sappiamo dove cercare ciò che dà pienezza alla vita.
Senza demonizzare il divertimento, oggi la festa di Tutti i Santi ci ricorda che la felicità non è questione di una notte speciale, ma di una vita vissuta con uno scopo.
E la santità, in fondo, è proprio questo: imparare ogni giorno a fare la volontà di Dio, traducendo il Vangelo in gesti concreti di amore, servizio e attenzione verso gli altri.
Da ieri, commentando il Vangelo delle Beatitudini, sto chiedendo di sceglierne una, domandandovi perché la scegliete e che cosa porta di vero nella vostra vita.
La felicità, infatti, non consiste semplicemente nel divertimento o nella spensieratezza, che sono esperienze belle e legittime, ma nel senso di verità e di amore che esprime e dona la nostra vita.
Ma quanto mi interessa essere santo?
Forse abbiamo pensato almeno una volta: «Santo io? È una cosa per altri, non certo per me!». Eppure, siamo figli di Dio e siamo chiamati a diventare simili a Lui.
Nella Chiesa delle origini, i santi erano tutti i
cristiani battezzati, consacrati a Dio e appartenenti a Cristo.
Il termine non indicava persone perfette, ma credenti chiamati a vivere secondo
il Vangelo.
Oggi possiamo dire che la santità nasce dalla relazione con il Padre, sorgente della nostra felicità e della piena realizzazione della nostra vita.
Spesso, però, abbiamo ridotto i santi a dei «santini»: immagini da collezionare, più che testimonianze da imitare. Anche le reliquie ci ricordano che la loro santità non era fantasia o puro spirito: la bontà e la bellezza della loro vita avevano una concretezza fatta di carne, di umanità, di gesti e di relazioni. Dio ha operato attraverso la loro vita reale, proprio come vuole fare attraverso la nostra.
Tutti santi, ciascuno in modo unico e speciale
Papa Francesco ci ha ricordato che la santità è una chiamata per tutti; è personale; nasce dalle piccole cose, amore, pazienza, ascolto, perdono e generosità; è lasciarsi trasformare da Cristo ed è missione, cioè incarnare il Vangelo nella vita quotidiana.
Non dobbiamo diventare qualcun altro: dobbiamo lasciare che Dio trasformi la nostra umanità. La santità ci rende più autentici, liberi e capaci di amare. È la santità dei «santi della porta accanto», che rendono straordinario l'amore nelle cose ordinarie.
Poi in ultimo la ricetta per cucinare il cibo dei santi:
· Essere umili: riconoscere i propri limiti (Beati i poveri in spirito).
· Perdonare: scegliere la riconciliazione (Beati i misericordiosi).
· Aiutare chi è in difficoltà: condividere e impegnarsi per la giustizia.
· Essere pazienti e miti: accogliere le difficoltà e i limiti degli altri.
· Essere operatori di pace: scegliere gentilezza e rispetto.
· Pregare e custodire un cuore puro: cercare Dio con sincerità.
· Amare e consolare: stare accanto a chi soffre.
· Tutto questo richiede anche il coraggio di testimoniare Gesù, senza vergognarsi del Vangelo, anche nelle difficoltà (Beati i perseguitati per la giustizia).
Allora, quanto mi interessa essere santo?
Abbastanza da cominciare oggi, nelle mie relazioni, nelle mie scelte e nei gesti quotidiani.
La santità non significa diventare perfetti, ma lasciarsi amare e trasformare da Dio, imparando ad amare come Lui. Non accontentiamoci di collezionare santini: lasciamoci provocare dai santi! Siamo tutti chiamati alla santità, ciascuno con la propria umanità, ma tutti con lo stesso amore: quello di Cristo.