lunedì 31 agosto 2026

Da Nazaret a Cafarnao

1Cor 2,10-16 e Lc 4,31-37

Dopo l’evidente insuccesso di Nazaret, dove ha incontrato il rifiuto dei suoi concittadini, Gesù si reca a Cafarnao e fa di questa città la sua “base”. Cafarnao è una cittadina importante e vivace, posta lungo una via di traffici commerciali, con una guarnigione romana. Gesù viene ad abitare in mezzo a pescatori e commercianti, ebrei e pagani, uomini devoti e prostitute. Non si ritira in un luogo deserto, lontano dal mondo, ma entra pienamente nella vita degli uomini, proprio in quella “Galilea delle genti” che non gode di buona fama. Sceglie di stare in mezzo alla gente, condividendo la sua storia, le sue fatiche e le sue attese. È qui, nel clamore della vita quotidiana, che la Parola comincia a risuonare. Il cristianesimo cresce silenziosamente come il lievito nella pasta, la Parola agisce senza clamore, ma in profondità. Gesù non salva l’uomo portandolo fuori dal mondo, ma entrando nella sua vita e incontrandolo là dove si trova.

La sfida di Nazaret

1Cor 2,1-5 e Lc 4,16-30

Chissà quale imbarazzo nella sinagoga! Gesù non teme di proclamare che in Lui si realizza tutto ciò che ha detto il profeta. Si presenta come il Messia inviato a compiere la promessa che da secoli accompagna la storia d’Israele. Ma forse dobbiamo anche noi immaginare di entrare nella sinagoga e metterci comodi: «si alzò a leggere». Non si tira indietro, non si nasconde; anzi, proclama e commenta con autorità la parola del profeta. Non importa se tutto questo suscita perplessità o provoca ostilità, come in questo caso. A partire da Nazaret, Gesù accetta la sfida. Troppe volte, spesso proprio nei passaggi più difficili, ci tiriamo indietro; ma quando Dio chiama, dobbiamo rispondere, non importa se ci chiama a stare in prima fila o ad occupare l’ultimo posto. 

domenica 30 agosto 2026

Pensare secondo Dio

Ger 20,7-9 – Sal 62 – Rm 12,1-2 – Mt 16,21-27

Pietro ha riconosciuto chi è Gesù, ma non accetta la strada che Gesù deve percorrere, perché lo ha ingabbiato nel proprio modo di pensarlo. Pietro ama Gesù, ma lo ama a partire dai suoi desideri, dalle sue aspettative messianiche: vorrebbe un Messia forte, vittorioso, senza sofferenza. Per questo vorrebbe correggerlo.
Gesù gli dice: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». È una parola durissima, ma anche profondamente educativa.
Quante volte anche noi facciamo come Pietro (come il mondo)?
"Signore, ti seguo, purché non mi chieda troppo".
"Signore, voglio amare, ma non quella persona".
"Signore, perdonare sì, ma fino a un certo punto".
"Signore, mi fido di te, ma questa croce proprio non la voglio".
Siamo come Pietro quando imponiamo noi stessi agli altri, quando pensiamo che il nostro modo di vedere sia il migliore, quando il "si è sempre fatto così" diventa la roccia su cui fondiamo la nostra opposizione al cambiamento. Anche la vita comunitaria rischia di essere scandita soltanto da calendari, feste, liturgie e devozioni, senza lasciarci interrogare dal mistero di un Dio che ci è accanto e che, attraverso la varietà e la ricchezza delle persone, forse ci sta dicendo qualcosa di nuovo.
Come possiamo cambiare il nostro modo di pensare?
Pensare secondo Dio significa scegliere la croce: continuare ad amare quando amare costa, stare nella realtà anche quando non possiamo cambiarla senza irrigidirci, resistere al male ricevuto senza restituire altro male.
È scegliere la mitezza, il perdono, la fedeltà, la solidarietà. La croce diventa allora il luogo in cui scopriamo che Dio non è colui che ci manda il dolore, ma colui che rimane accanto a noi dentro il dolore.
La proposta di Gesù: perdere per trovare
Gesù continua: "Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà".
Pensiamo all’acqua: rimane viva quando scorre; se viene trattenuta, ristagna. Così è la nostra vita: quando la teniamo stretta tutta per noi, nel nostro smisurato io, lentamente si spegne; quando la doniamo, diventa feconda.
Il vero problema non è perdere la vita. Il problema è per chi la stiamo spendendo.
Possiamo passare la vita a proteggerci, a difendere le nostre ragioni, le nostre sicurezze, il nostro piccolo mondo. Oppure possiamo imparare a donarci, fidandoci del nuovo, della trasformazione, del cammino che Dio apre davanti a noi.
Metterci "dietro" a Gesù significa già lasciare che il nostro io non sia più il centro di tutto. San Paolo ci indica la strada: "Lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare". Lui ci ha messo 10 anni di deserto in siria ... 
Pensare secondo Dio non ci viene spontaneo. È un pensare ecclesiale, condiviso e comunitario; è un camminare insieme, in una prospettiva sinodale e concreta, dentro la vita quotidiana. Significa lasciare che il Vangelo metta in discussione le nostre logiche, le nostre sicurezze e le nostre convinzioni.
Gesù non vuole essere semplicemente un crocifisso appeso in casa o in chiesa: vuole entrare nella nostra vita, abitarla e trasformarla.
Aprirgli la porta significa fare quel piccolo, grande salto della fede: fidarci della sua Parola più delle nostre sicurezze, smettere di voler capire e controllare tutto, accettare di metterci dietro di Lui e camminare.
Gesù, un ospite che rimane
Se gli apriamo, Gesù entra per rimanere. Non è un ospite che viene per un momento e poi se ne va. Rimane nelle nostre giornate belle e in quelle difficili, nella gioia e nella fatica, quando tutto ci sembra chiaro e quando non comprendiamo più nulla, ma in tutto questo abbiamo qualcuno che cammina con noi.


sabato 29 agosto 2026

Confronto tra poteri

Ger 1,17-19 e  Mc 6,17-29

La vicenda di Erode mostra che il potere mondano è solo un’illusione che si costruisce con la menzogna e si difende con la forza.  Il suo potere si scioglie come neve al sole dinanzi ai cortigiani: non potendo venir meno al giuramento, fatto con inspiegabile ingenuità, si vede costretto a ordinare la morte a Giovanni. È così poco potente da agire contro la propria volontà! Giovanni, invece, ha un vero potere. In apparenza è in carcere, privo di libertà; in realtà egli è davvero libero perché non viene meno alle sue convinzioni, e fino alla fine annuncia la verità. Un uomo pronto a rinunciare alla vita per amore della verità. 

venerdì 28 agosto 2026

Tra stoltezza e saggezza

 1Cor 1,17-25 e Mt 25,1-13

La stoltezza indica superficialità e mancanza di discernimento. Le cinque vergini stolte prendono le lampade, ma dimenticano l’olio: vivono il presente senza preoccuparsi di ciò che verrà e si lasciano sorprendere dagli eventi, quasi fossero poco interessate all’incontro con lo sposo. La saggezza, invece, indica consapevolezza. Le cinque vergini sagge vivono il presente guardando al futuro, orientando la loro vita all’arrivo dello sposo e preoccupandosi di avere olio a sufficienza. Le dieci vergini rappresentano la comunità cristiana: non contano solo le singole scelte, ma lo stile complessivo della vita. La parabola ci ricorda che non basta iniziare bene: occorre perseverare nella fedeltà fino alla fine.


giovedì 27 agosto 2026

Perché dovrebbe tornare?

1Cor 1,1-9 e Mt 24,42-51

Questo Vangelo non ci invita semplicemente ad aspettare il ritorno di Gesù, ma a comprendere che cosa significa la sua venuta per la nostra vita. Gesù tornerà per portare a compimento ciò che ha iniziato con la sua vita, morte e risurrezione: la storia e la salvezza raggiungeranno la loro pienezza. Ma Gesù viene anche continuamente nella nostra vita, spesso in modi che non riconosciamo subito: attraverso una persona, un incontro, una parola, una scelta, una difficoltà o un avvenimento che ci sorprende e ci apre a qualcosa di nuovo. Per questo ci dice: "Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà". Vegliare non significa vivere nella paura, ma essere attenti e avere il cuore aperto per riconoscere la presenza di Dio. Il Vangelo, quindi, ci ricorda che ogni giorno può essere un incontro con il Signore. La domanda non è soltanto "Quando tornerà Gesù?", ma soprattutto "Siamo pronti a riconoscerlo quando viene nella nostra vita?"

mercoledì 26 agosto 2026

Un giusto esame di coscienza

2Ts 3,6-10.16-18 e Mt 23,27-32

Con queste parole Gesù non si limita a denunciare gli atteggiamenti e i comportamenti deplorevoli di scribi e farisei, ma arriva a descriverli come portatori di morte, persone da cui guardarsi: ostentano la propria fede e si presentano come suoi testimoni, ma in realtà "sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume". Il Vangelo, in realtà, non fa sconti a nessuno, soprattutto quando la fede rimane ostentata a parole, senza trovare riscontro nelle scelte della vita: quando, ad esempio, ci lasciamo guidare dalla convenienza, rifiutiamo di assumerci le nostre responsabilità o, peggio ancora, rinunciamo al bene. Il Vangelo, oggi, ci invita a guardare con sincerità dentro noi stessi e a riconoscere con umiltà il male che, così spesso, trova dimora in noi. Un buon esame di coscienza ci aiuta anche a verificare quanto facilmente ci ripieghiamo su noi stessi, fino a perdere il coraggio di dare una vera testimonianza di fede.