CUSTODIRE LA PAROLA ... don Fabio Gennai
di don Fabio Gennai
sabato 8 agosto 2026
Imparare ad osare!
Gesù cammina nella notte sul mare della nostra storia e della nostra vita, non per sorprenderci con segni miracolosi, ma per portarci con Lui dentro una missione che spesso non comprendiamo fino in fondo.
Il Vangelo ci narra Gesù che cammina sulle acque. Ma che cosa rappresenta questo episodio rispetto alla possibilità di condividere il suo mistero? Dobbiamo forse stupirci del Dio onnipotente che si rivela nell'umanità di Gesù? Oppure fermarci a contemplare la nostra fragilità, la nostra poca fede e il Dio che ci salva?
In realtà, il Vangelo ci mostra soprattutto la fatica di andare verso ciò che non vogliamo incontrare.
Dopo la moltiplicazione dei pani, i discepoli non riescono ancora a comprendere la proposta rivoluzionaria di Gesù: la concretezza del Regno passa dall'incontro con chi è diverso e lontano, dal dono gratuito di sé, dalla rinuncia all'autoreferenzialità e dalla fiducia in Dio, che è soprattutto amore per Lui.
Per questo, dopo che la folla si è saziata, Gesù costringe i discepoli a salire sulla barca e ad andare verso l'altra riva, mentre Lui si ritira a pregare.
Fermiamoci un momento.
Anche noi, dopo la celebrazione dell'Eucaristia, il pane che sfama ed è per tutti, chi riusciamo realmente a incontrare nella quotidianità? Quell'Eucaristia che ci fa comunità ci rende davvero Chiesa?
L'evangelista sottolinea che Gesù costrinse i discepoli a partire. Non li invitò semplicemente: li costrinse. Perché il discepolo, quando si abitua alle proprie sicurezze, rischia di smettere di essere missionario.
Dopo il successo della moltiplicazione dei pani, avrebbero potuto fermarsi, godersi l'entusiasmo della folla e il consenso. Ma Gesù non è venuto a costruire una comunità ripiegata su se stessa. Li obbliga a lasciare la riva sicura e a mettersi in mare.
Il Regno dei cieli non cresce dove ci si accomoda, ma dove si ha il coraggio di attraversare il mare.
L'altra riva è il luogo dell'inaspettato: l'incontro con chi è diverso, lontano, con chi non condivide la nostra fede. Ma proprio lì Dio ci precede e ci aspetta.
Non è forse questa la sfida della Chiesa di oggi?
Papa Leone ha chiesto una Chiesa che sappia osare, che non si accontenti di custodire ciò che possiede, ma abbia il coraggio di rischiare per il Vangelo.
Perché il contrario dell'audacia non è la prudenza: è la paura. E la paura è uno dei peggiori nemici della missione.
Quante volte anche noi preferiamo restare sulla riva: quella delle nostre abitudini, delle liturgie ben organizzate, delle attività che conosciamo, delle persone che già frequentano la parrocchia.
Ma Gesù continua a dirci: «Salite sulla barca». Non potete restare qui.
La Chiesa non esiste per aspettare che il mondo venga da lei. Esiste per andare nel mondo. Se aspettiamo che i giovani bussino alle nostre porte, che chi si è allontanato ritorni spontaneamente, che i poveri e gli indifferenti facciano il primo passo, abbiamo dimenticato il Vangelo.
È la Chiesa che deve attraversare il mare.
Certo, il mare fa paura: è il luogo delle onde, del vento contrario, dell'incertezza. Ma è proprio lì che i discepoli scoprono chi è davvero Gesù: non sulla terraferma, ma nella tempesta; non nella tranquillità, ma quando tutto sembra crollare.
Le crisi non sono soltanto ostacoli: possono diventare il luogo nel quale il Signore si rivela con maggiore forza.
Forse oggi il Signore sta costringendo anche noi a lasciare qualcosa: una pastorale di conservazione per una pastorale missionaria; il «si è sempre fatto così» per la creatività dello Spirito; la sicurezza dei numeri per la gioia dell'annuncio.
Una Chiesa che osa non ha paura di uscire, di incontrare, di dialogare, di ascoltare.
Non difende privilegi, ma offre speranza. Non costruisce muri, ma ponti. Non vive di nostalgia, ma della certezza che il Risorto cammina davanti a noi.
Lasciamoci, anche noi, «costringere» da Gesù.
Saliamo sulla barca, anche se il mare è agitato. Perché è meglio affrontare la tempesta con Cristo che rimanere fermi sulla riva senza di Lui. Impariamo, dunque, ad osare.
Non perché non abbiamo paura, ma perché sappiamo con chi attraversare il mare.
Perché noi non ci riusciamo...
Ab 1,12-2,46 e Mt 17,14-20
venerdì 7 agosto 2026
Rinnegare se stessi
Na 2,1.3; 3,1-3.6-7 e Mt 16,24-28
giovedì 6 agosto 2026
La luce e noi
Dn 7,9-10.13-14 e Mt 17,1-9
mercoledì 5 agosto 2026
Oltre alle pecore di casa Il grido di una donna
Ger 31,1-7 e Mt 15,21-28
domenica 2 agosto 2026
Il macabro balletto non vince mai
Ger 26,11-16.24 e Mt 14,1-12
sabato 1 agosto 2026
Non solo pane condiviso
Is 55,1-3 Sal 144 Rm 8,35.37-39 Mt 14,13-21
Il cuore del Vangelo è la compassione di Gesù, una compassione che non si limita a provare emozione, ma si traduce in gesti concreti di cura e di condivisione. Pur vivendo il dolore per la morte di Giovanni il Battista, Gesù non si chiude in se stesso, ma si lascia toccare dalla sofferenza della folla. Per questo coinvolge i discepoli, invitandoli a prendersi responsabilmente cura degli altri: «Date loro voi stessi da mangiare». Di fronte alla povertà dei loro mezzi, Gesù non chiede ciò che manca, ma chiede di affidargli quel poco che già possiedono. È proprio da questa disponibilità che nasce il miracolo dell'abbondanza.
Il Vangelo insegna così a superare la logica della scarsità e dell'autosufficienza per entrare nella logica del dono e della fiducia in Dio.
I "cinque pani e due pesci" rappresentano il nostro tempo, i nostri talenti, le nostre capacità e la nostra disponibilità, non possono essere delle spilorcerie. Quando tutto questo viene condiviso e affidato al Signore, diventa benedizione per i molti. Inoltre, Gesù coinvolge l'intera comunità dei discepoli, mostrando che la missione non è individuale ma comunitaria. Una Chiesa che mette in comune i propri doni e vive la compassione diventa segno concreto della presenza di Cristo nel mondo e strumento della sua opera di salvezza.
Ma nello stesso tempo mi sono reso conto che il tema del pane porta in sé ben altro, sono arrivato alla convinzione che la sua straordinaria ricchezza simbolica affondi le radici in un evento storico reale, successivamente interpretato alla luce della Pasqua. Questa prospettiva, condivisa da autorevoli studiosi della ricerca biblica contemporanea, trova nel Vangelo di Giovanni la sua espressione più compiuta: il segno della moltiplicazione dei pani (Gv 6) non è fine a sé stesso, ma introduce la rivelazione di Gesù come "pane della vita". Giovanni non descrive l'istituzione dell'Eucaristia durante l'Ultima Cena, ma ne distribuisce il significato nel discorso sul pane della vita, nella lavanda dei piedi e nelle apparizioni del Risorto che continua a nutrire i discepoli. Ne emerge un unico filo conduttore: il Gesù storico che sfama la folla è lo stesso Cristo risorto che alimenta la sua Chiesa. Il fatto storico e il suo significato teologico sono inseparabili: il miracolo è un «segno» che rinvia alla persona di Cristo e trova il suo pieno compimento nella Pasqua e nell'Eucaristia. Questa lettura, in sintonia con studiosi come Raymond E. Brown, John P. Meier e Joseph Ratzinger, suggerisce che il capitolo 6 di Giovanni costituisca non solo la chiave della teologia del pane, ma anche una delle principali chiavi interpretative dell'intero Vangelo, dell'intero quadriforme vangelo.