sabato 25 aprile 2026

Un pastore anomalo

At 2,14.36-41 Sal 22 1Pt 2,20-25 Gv 10,1-10

Quarta domenica di Pasqua, tradizionalmente chiamata la domenica del Buon Pastore. È anche la Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni.
Il messaggio di Papa Leone che accompagna questa giornata – e quindi anche la nostra preghiera di oggi – sviluppa alcuni temi a partire da un titolo estremamente affascinante: La scoperta interiore del dono di Dio.

Oggi a ciascuno di noi non è chiesto semplicemente di pregare perché ci siano più preti, ma di riconoscere e rendere evidente il cammino di scoperta del dono che è la propria vocazione personale.

Una vocazione è un dono: non un posto fisso, non un riscatto sociale, non un luogo di potere, ma un dono di Dio per realizzare sé stessi e contribuire al Regno del Padre.
La vocazione è coinvolgimento in un progetto universale. È qualcosa di grande.

Prima ancora di pregare, oggi siamo invitati a metterci alla ricerca della nostra vocazione.

So di averla? La riconosco?

 

Il Papa ci ricorda che la vocazione nasce nell’interiorità di ciascuno.

Ripensandoci, mi tornano alla mente tanti momenti: dialoghi, viaggi a Montegiove, relazioni sbagliate, tanta preghiera… perfino una birra con Mauro Gambetti (attuale Cardinale), che insieme a Sara Folli mi accompagnò il primo giorno di seminario.

Se dovessi sintetizzare gli ultimi tre anni della mia ricerca vocazionale, direi: un abbandono fiducioso.

Il Papa afferma che, seguendo Gesù, il Buon Pastore, si scopre la vera bellezza della vita attraverso la preghiera, il silenzio e l’ascolto interiore.

Si scopre che Gesù è davvero un pastore buono, che chiama con una voce fatta di tante voci… come quelle della GMG in Polonia nel 1991. Quella voce mi ha fatto cambiare direzione.

Arrendersi e lasciarsi condurre non è facile. Sono tante le cose che trattengono, che affascinano, che alimentano il dubbio: “E se ti stessi sbagliando? E se stessi buttando tutto al vento?”

Eppure, quando ho deciso, ero pieno di gioia. Mi sentivo leggero, come se stessi volando… e non avevo più paura di nulla.

 

Il Papa ci ricorda che la vocazione è un dialogo personale con Dio, fondato sulla conoscenza reciproca e sulla fiducia. È ciò che porta a scegliere una strada di amore e servizio. Non è qualcosa di imposto, ma un cammino libero verso la felicità.

I miei sono stati tre anni intensi, tra alti e bassi, esperienze e lacrime, che mi hanno portato a comprendere cosa significhi davvero per me essere felice. E ho scoperto che quella felicità non me la davo da solo, ma era una proposta di Gesù.

Una felicità che resta, nonostante i miei limiti e difetti — che erano tanti e lo sono ancora — ma che resta. Anche nella gioia di essere oggi qui, a Massa Lombarda.

Infine, il Papa conclude ricordando che la vocazione è un processo dinamico, che matura nel tempo grazie alla relazione con Dio, alle relazioni fraterne e al discernimento. Coltivarla con costanza porta frutti per sé e per gli altri.

La scelta non è un punto fermo della vita, non è staticità. Per me, essere prete è il massimo dinamismo possibile del mio esistere.

La voce del Pastore che chiama le pecore, riguarda la vocazione di ciascuno. Chi ha dubbi sulla propria, si metta in ascolto e inizi a seguirlo da vicino, così da potergli rivolgere anche qualche domanda. Non abbiate paura: la risposta arriva. Basta non tapparsi le orecchie.

Proclamare il Vangelo

1Pt 5,5-14 e Mc 16,15-20

Il Risorto chiede a tutti i discepoli di essere protagonisti della grande avventura missionaria che genera l'essere Chiesa ieri, oggi e sempre. Un coinvolgimento universale perché tutti hanno il diritto di ricevere la Parola che salva. Dobbiamo impegnarci a proclamare il Vangelo non solo con piena convinzione ma anche con tutte le nostre energie, perché in gioco c’è la salvezza dei fratelli. Quale é la conseguenza della nostra indifferenza rispetto al comando di Gesù? Quante volte non abbiamo annunciato il Vangelo o non lo abbiamo fatto nelle forme opportune? E quante altre ci siamo lasciati vincere dalla paura o dalla pigrizia? È necessario che il nostro modo di vivere diventi una bella provocazione, è necessario che la Parola raggiunga il nostro cuore pulsante. Solo se apparteniamo alla Parola la potremo annunciare liberamente.

venerdì 24 aprile 2026

L'insegnamento di Cafarnao

At 9,1-20 e Gv 6,52-59

Il linguaggio di Gesù scandalizza i suoi interlocutori, perché non ammette un valore esclusivamente simbolico. Mangiare la carne e bere il sangue sono espressioni di rara concretezza, come nei sinottici è il "mangiate e bevete" dell'ultima cena. Parole che ci costringono a vedere nell’Eucaristia la presenza reale di Colui che si è fatto uomo ed è nato dalla Vergine Maria. Questa pagina di Giovanni compone un mosaico che con oggi appare nella sua piena verità: “In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita”. La vita di Dio scorre nella nostra vita come esistenza che si compie in pienezza nel corpo e sangue di Cristo che mangiamo nel pane Eucaristico. Privarsene è un suicidio!

giovedì 23 aprile 2026

Un mistero da mangiare

At 8,26-40 e Gv 6,44-51

In queste parole del vangelo risuona il mistero stesso dell'incarnazione. L'immagine del pane rimanda alla quotidianità, e ci apre alla comprensione di un segno che va oltre la materialità: non si tratta di un piatto speciale e ricercato, non è il semplice cibo che troviamo ogni giorno sulla tavola, ma il segno che colloca nella quotidianità il mistero stesso di Dio. È proprio questo cibo ordinario che diventa per noi fonte di vita. La nostra fede nell'incarnazione si esplicita come fede eucaristica. Questo significa che l'Eucaristia e la Messa non sono accessori dell'essere Cristiani. Parole come: "lo sono il pane della vita", "lo sono il pane vivo, disceso dal cielo", "il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo", esprimono un mistero di consegna e di pienezza. Oggi, giovedì, giorno eucaristico, memoria dell'ultima cena di Gesù, cerco di partecipare alla Messa è di unirmi nell'Eucaristia a Dio e a tutto il mondo.

mercoledì 22 aprile 2026

Promessa di risurrezione

At 8,1-8 e Gv 6,35-40

Il discorso del pane della vita si esplicita nella promessa di Gesú: "... io lo risusciterò nell’ultimo giorno". Una promessa che emerge dalla volontà del Padre: perché a tutti Dio vuole dare la vita! Ma cosa significa realmente? Significa che senza Gesù non solo uno si perde, ma il dignificato del verbo "perdere" in greco, include anche il "distruggere", andare in rovina. Non si tratta quindi perdere qualcosa ma di perdere tutto. Senza Gesù perdo tutto me stesso. Senza il Vangelo perdiamo il senso e valore della vita. Vita, risurrezione, contenuti vincolati al pane del cielo, ovvero credere in Gesù venuto dal cielo, significa passare dalla morte come all'annullamento di se stessi e proiettarsi nella sicura speranza che non siamo perduti, perché c'è la sua promessa. 

martedì 21 aprile 2026

Il pane, quello vero

At 7,51-8,1 e Gv 6,30-35

Entriamo con oggi nel confronto duro tra la gente e Gesù. Di fronte al segno del pane non c'è gratitudine ma una lettura di convenienza: ieri abbiamo mangiato, ci siamo saziati, ma oggi cosa ci dai? Non basta saziarci per un giorno, noi abbiamo dame ogni giorno ...
In realtà il loro ragionamento é corretto ... la gente ha un bisogno quotidiano; Gesù non si scandalizza e nella risposta supera il segno della sua materialità rivelando il mistero del pane, e il potenziale che quel pane rappresenta: “Io sono il pane della vita”.
Il pane di Gesù non sazia la fame e non riempie lo stomaco, ma nutre e riempie la vita, realizza l'esistenza.


lunedì 20 aprile 2026

Vedere i segni o mangiare i pani?

At 6,8-15 e Gv 6,22-29

Da oggi ci immergiamo nel capitolo sesto di Giovanni, in quella comprensione profonda del segno del Pane moltiplicato per la folla. Tutto inizia con un secco rimprovero da parte di Gesù: "voi mi cercate non perché avete visto dei segni”. Hanno visto ma non hanno compreso, si sono fermati al mangiare il pane senza capire che si trattava di un segno che rimanda ad altro.  Le parole di Gesù contengono una provocazione sempre attuale. Quale è lo sguardo con cui interpretiamo la realtà? Con quale sguardo stiamo di fronte a ciò che compie Gesù? È un guardare forgiato dai nostri interessi e progetti, o è un guardare che scruta la Parola di Dio contenuta negli eventi della storia? Come è importante imparare ad amare e servire Dio nelle persone e nelle cose che fanno parte della nostra storia e della vita quotidiana.