domenica 16 agosto 2026

Cosa devo fare di buono?

Ez 24.15-24 e Mt 19,16-22

Una domanda lecita, direi quasi corretta e necessaria. Stare con Gesù, ascoltarlo, non può che suscitare desideri di bene. Chi lo incontra si sente chiamato a dare il meglio di sé. Il Vangelo ha per protagonista un giovane che si sente interpellato dalle parole di Gesù e che entra in crisi… una crisi buona, perché nasce da una lettura profonda e piena di senso della propria vita. Quando anche noi sentiamo di non essere “pieni”, che ci manca qualcosa; quando siamo al limite di ciò che viviamo ogni giorno e vorremmo aprirci a qualcosa di nuovo; quando non ci bastano più le risposte che sappiamo darci da soli, ma siamo disposti a confidare in un Altro… ecco che ci sono tutte le premesse per iniziare l’avventura della fede. È il momento in cui i desideri belli che ci infiammano vanno custoditi e difesi dalla “paura” di lasciare tutte le sicurezze e le “comfort-zone” per stare con Lui, quell’uomo dalle parole affascinanti, che generano desiderio di vita e allontanano dalla tristezza.


Non uomini di buona volontà, ma amati da Dio

Is 56,1.6-7; Sal 66; Rm 11,13-15.29-32; Mt 15,21-28

Dopo essere approdati dall’altra parte del lago, dove i discepoli non sarebbero mai andati, Matteo conduce Gesù sulle coste mediterranee di Tiro e Sidone, terre abitate da popolazioni non israelite, siro-fenicie.
Se domenica scorsa abbiamo visto che la fede passa attraverso il coraggio di osare oltre le nostre ristrettezze, oggi incontriamo una donna straniera che osa entrare nella storia della salvezza, che potrebbe sembrare riservata a pochi. Ma Gesù ha ben altri pensieri: la salvezza è per ogni uomo amato da Dio. Per questo abbiamo corretto nel Gloria “gli uomini di buona volontà” con “gli uomini amati da Dio”.
Due situazioni diverse, ma unite dalla fede che osa. Rispetto al Vangelo di domenica scorsa dove Gesù forza l’osare dei discepoli, oggi è la donna che osa avvicinarsi. È straniera, esclusa, non appartenente alla promessa, eppure non resta ai margini e non accetta la distanza.
Il suo primo atto di fede è non lasciarsi definire dai confini. Con il suo gesto ci dice che il Regno di Dio non è un recinto chiuso, ma uno spazio aperto a tutti.
La donna osa gridare. Non ha paura di disturbare né di mostrare il proprio dolore. Crede che Gesù possa lasciarsi toccare dal suo grido. Ma quanti uomini, donne e bambini oggi gridano a Dio nella disperazione, nella miseria, nella guerra, nell’ingiustizia e nella discriminazione?
La donna osa chiamare Gesù e si aggrappa alla benedizione promessa fin dall’inizio ad Abramo e a Davide, una benedizione destinata a tutti i popoli. Anticipa così la Chiesa delle genti, la cui unica porta è la fede. Anche noi non possiamo parlare di accoglienza e fraternità restringendo poi il nostro orizzonte missionario.
La donna osa restare salda davanti al silenzio di Gesù: “Ma egli non le rivolse neppure una parola”. Non fugge, non desiste. Al contrario, si avvicina ancora di più. Trasforma l’attesa in fede. E quando arriva una parola dura — “Non è bene prendere il pane dei figli e darlo ai cagnolini” — non si chiude.
Osa entrare nelle parole del Signore e risponde con una fede disarmante: anche le briciole della grazia bastano a saziare e a guarire.
Anche Gesù osa: osa ascoltare questa donna, osa dialogare con lei, non pone barriere. E riconosce la sua fede come grande. La donna non deve diventare ebrea né entrare nella comunità dei discepoli per essere raggiunta dalla salvezza. La sua vita cambia perché l’amore di Dio non conosce confini.
Questa donna diventa così, nella scena evangelica, lo spazio attraverso il quale Gesù rivela di essere Colui che oltrepassa muri e steccati per donare la benedizione di Dio a tutti i popoli.

Cosa significa oggi questa benedizione?

Papa Francesco ci ha consegnato quattro parole: accogliere, proteggere, promuovere, integrare. Non una benedizione astratta, ma un impegno concreto per riconoscere la dignità di ogni persona, anche migrante, e costruire una vera cultura dell’incontro.
Oggi Papa Leone XIV ci richiama a una “geopolitica della pace”, fondata sul dialogo, sulla protezione dei civili e sul rifiuto della guerra. La “pace disarmata e disarmante” non è uno slogan: è un impegno evangelico.
Ecco come la donna cananea non diventa degna dell’amore di Dio perché osa. Osa perché si scopre già raggiunta dall’amore di Dio. Non conquista la benedizione: la accoglie. La sua fede ci consegna allora una domanda: abbiamo il coraggio di osare anche noi? Di avvicinarci a chi è lontano, di ascoltare chi grida, di oltrepassare i confini che abbiamo costruito?
Il Regno di Dio comincia quando smettiamo di dividere il mondo tra “noi” e “gli altri” e riconosciamo che ogni uomo è amato da Dio. Questa è la pace “disarmata e disarmante”: quella che riconosce nell’altro non un estraneo, ma un fratello.

sabato 15 agosto 2026

Cosa possiamo dire di Maria

Ap 11,19; 12,1-6.10  Sal 44 1Cor 15,20-26 Lc 1,39-56

Per parlare di Maria senza cadere in fantasie, devozionismi o tradizioni amplificate, è necessario mantenersi fedeli a tre fonti fondamentali: la Scrittura, la Tradizione e la fede della Chiesa.
1. La Scrittura
Maria è presente soprattutto nei Vangeli. In particolare, Luca colloca la sua vicenda tra l’Annunciazione, quando lo Spirito Santo opera in lei la nascita di Gesù, e la Pentecoste, quando lo Spirito Santo scende sulla Chiesa. Maria è quindi profondamente legata all’opera dello Spirito e alla vita della Chiesa.
2. La Tradizione
Fin dai primi secoli, la Chiesa ha approfondito la figura di Maria, riconoscendola non come una divinità, ma come la creatura più intimamente unita a Cristo e modello per ogni credente. La Tradizione autentica non ha bisogno di aggiungere fantasie o visioni sensazionalistiche.
3. La fede della Chiesa
La Chiesa ha espresso la propria fede in Maria attraverso i principali dogmi mariani: Madre di Dio (Efeso 431), sempre Vergine (Costantinopoli 553), Immacolata (1860 Pio IX) e Assunta in cielo (1950 pio XII). Maria è inoltre modello di fede, obbedienza e umiltà e, nella devozione della Chiesa, svolge un ruolo di intercessione, sempre orientato verso Cristo.
Qual è stata la fine di Maria?
Nella Chiesa antica si preferiva parlare di Dormizione, un termine ispirato al linguaggio biblico, dove la morte viene indicata anche come un “dormire”. Il dormire non è una fine, ma un passaggio verso una vita nuova. Per i primi cristiani, dunque, la morte era vista come una nuova nascita alla vita eterna.
Dal VII secolo, in Occidente, la festa della Dormizione fu progressivamente sostituita da quella dell’Assunzione. I due termini esprimono però la stessa fede: la morte non ha interrotto la vita di Maria, ma l’ha introdotta nella pienezza della vita divina. Questa speranza non riguarda soltanto Maria, ma tutti i credenti.

Secondo un’antica tradizione (San Melitone di Sardi +190) Maria morì a Gerusalemme, sul Monte Sion, e fu sepolta nei pressi del Getsemani. La tradizione orientale ha espresso questo mistero nella icona della Dormizione: Maria è raffigurata nel momento della morte, mentre Gesù, già nella gloria, tiene tra le braccia una piccola figura avvolta nelle fasce, simbolo dell’anima di Maria.
Nella Chiesa cattolica ci fu per lungo tempo qualche difficoltà nell’affermare esplicitamente la morte di Maria, anche in relazione all’Immacolata Concezione. Giovanni Paolo II, nell’udienza del 25 giugno 1997, affermò chiaramente che Maria è realmente morta e che la sua morte non fu una diminuzione, ma un compimento e un arricchimento della sua esistenza.

venerdì 14 agosto 2026

Come nasce un sacramento

Ez 16,1-15.60.63 e Mt 19,3-12

Il Vangelo presenta matrimonio e consacrazione verginale come due vocazioni diverse ma complementari, entrambe servono a manifestare l’amore di Dio e il Regno inaugurato da Gesù. In particolare, il matrimonio non è soltanto risposta al naturale desiderio umano di amare, ma diventa segno dell’alleanza tra Dio e l’umanità. Questa intuizione di Gesù rappresenta un unico originale. Per questo Gesù supera il ripudio previsto dalla Legge di Mosè e richiama l’uomo e la donna a vivere un amore fedele e definitivo. Pur nella loro fragilità umana, gli sposi sono chiamati a rendere visibile la fedeltà di Dio e il suo amore. Gli sposi, quindi, ricevono una vocazione più grande delle loro sole forze: attraverso la loro vita sono chiamati a testimoniare che Dio ama l’umanità e dona se stesso per essa. 

giovedì 13 agosto 2026

Il cruccio di Pietro

Ez 12,1-12 e Mt 18,21-19,1

La domanda di Pietro lascia intendere la difficoltà di perdonare. Forse c’era qualcuno che non riusciva a perdonare. Anche noi perdoniamo, è vero, ma non sempre con piena convinzione: a volte diciamo di perdonare, mentre ci preoccupiamo soprattutto di mantenere buoni rapporti con tutti. La risposta di Gesù, però, non è una sottile diplomazia, ma l’annuncio dell’infinita misericordia di Dio, che perdona e condona ogni debito. La conclusione della parabola è tuttavia inquietante e ci invita a riflettere sulle nostre azioni, per non trovarci nella condizione del servo: prima perdonato e poi incapace di perdonare. L’insegnamento è chiaro: Dio perdona e condona ogni debito, ma chiede a noi di assumere lo stesso atteggiamento verso i fratelli. La misericordia è un’esperienza da condividere e una condizione esistenziale che non può essere circoscritta nei limiti.

mercoledì 12 agosto 2026

Lui c’è sempre. Ma non sempre c’è la fede.

Ez 9,1-7;10,18-22 e  Mt 18,15-20

Il Vangelo non dice semplicemente: «Dove due o tre pregano nel mio nome», ma sottolinea piuttosto l’essere riuniti nel nome di Gesù. Il verbo greco utilizzato significa «mettere insieme», «riunire», e richiama l’idea di un’aggregazione di persone. Quando siamo uniti nel suo nome, prendiamo coscienza e facciamo esperienza che Lui cammina con noi. Ed è già una grazia! È una parola che Gesù ci consegna e che fotografa la vita della Chiesa dopo la Pasqua. In essa sono racchiusi insieme una promessa e un impegno. Gesù assicura che sarà personalmente presente nel cammino della Chiesa e lega questa promessa all’impegno dei discepoli: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome». Ancora una volta emerge la stretta sinergia tra l’opera di Dio e la nostra collaborazione. La promessa è certa, perché la sua presenza non dipende da noi. Matteo conclude il suo Vangelo proprio con questo annuncio: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

martedì 11 agosto 2026

Nessuno si deve perdere

Ez 2,8-3,4 e Mt 18,1-5.10.12-14

Il vangelo vuole sottolineare la dimensione della fiducia: il bambino si affida ai genitori senza esitazioni, riserve o calcoli. È questa la dimensione dell’infanzia spirituale evocata dal Salmo 130: «Io sono tranquillo e sereno come bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l’anima mia». Non si tratta semplicemente di un paragone, ma di un invito a diventare piccoli, imparando ad abbandonarci con fiducia nelle mani del Padre. Diventare bambini significa riconoscere che non siamo padroni della vita, né nostra né altrui, e che non possiamo conoscerne o controllarne tutti i meccanismi. ĤbbLa vera responsabilità nasce proprio da questa consapevolezza: riconoscere di non poter fare tutto da soli e accettare di aver bisogno di qualcuno. I bambini lo sanno: si lasciano condurre, si affidano, si fidano dei propri genitori. Anche la vita spirituale ci chiede questo atteggiamento: non il controllo, ma la fiducia; non la pretesa di bastare a noi stessi, ma l’umile abbandono nelle mani di Dio.