sabato 23 maggio 2026

Pentecoste

At 2,1-11 Sal 103 1Cor 12,3-7.12-13 Gv 20,19-23

Oggi celebriamo la Pentecoste, una delle feste più grandi della Chiesa. Una festa che ci parla di un dono misterioso e immenso: lo Spirito Santo. Non si vede e non si tocca, eppure è presenza viva dell’amore di Dio nella nostra vita. La Pentecoste non si comprende soltanto con la mente: si ascolta nel cuore. Lo Spirito Santo è come un vento che attraversa l’esistenza, allarga lo sguardo e ci apre agli altri, alle loro speranze e alle loro sofferenze. Ci insegna a guardare con occhi nuovi anche chi facciamo fatica ad amare.
Lo Spirito è il respiro di Dio nel mondo: rialza ciò che sembra spento, crea comunione dove gli uomini costruiscono divisioni, dona forza a chi lotta contro le ingiustizie, sostiene chi sa perdonare e accende speranza.
Non conosce confini: non divide, ma unisce; non chiude, ma apre; non spegne, ma dà vita.
Oggi siamo radunati attorno all’altare per riconoscere questo dono di Dio che si fa vicino nel pane e nel vino dell’Eucaristia. Chiediamo allora allo Spirito Santo di rinnovare la nostra fede e di riaccendere il nostro cuore, perché continui ad agire nella nostra vita e nel mondo con la sua forza di pace, di amore e di speranza.

Uniti ma ... nella diversità

At 28,16-20.30-31 e Gv 21,20-25

Nell’ultima scena del tempo pasquale ci confrontiamo con Pietro e Giovanni, due testimoni principali nel Quarto Vangelo. Sono due discepoli della prima ora, quelli che hanno condiviso tutta la vicenda del Nazareno. Ora questo dialogo finale tra Gesù e Pietro va compreso rispetto a quando Gesù ha consegnato a Pietro cioè la missione di pascere il gregge e gli ha pure annunciato che avrebbe sigillato la sua testimonianza con il martirio. La domanda su giovanni nasce dal desiderio di capire qual è il destino riservato all’amico. Gesù non risponde alla domanda di Pietro ma fa capire chiaramente che nella Chiesa ciascuno ha la sua particolare vocazione. Le parole di Gesù invitano tutti a vivere la propria vocazione riconoscendo e apprezzando la vocazione degli altri.

venerdì 22 maggio 2026

Pronto a ricominciare ...

At 25,13-21 e Gv 21,15-19

I racconti del risorto hanno modalità ed espressioni diverse, ma quanto accade sul lago di Tiberiade, riportato dalla memoria di Giovanni, è fuori da ogni aspettativa e possibile ricostruzione. Il Signore si mette in dialogo con Simone, con una confidenza oltre ogni possibile aspettativa. Gesù che prende la parola. Pietro non ha neppure il coraggio di guardarlo negli occhi. È vero, non appena ha sentito che era Gesù s’era subito buttato in acqua per raggiungere la riva. In quel momento tutto diventa pesante ... aver tradito, non era stato all’altezza del compito ricevuto. Gesù conosce bene la storia di Pietro, ma è pronto a ricominciare, così si rivolge al discepolo chiamandolo con il nome: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?” E quante volte anche noi abbiamo tradito la tua fiducia, ma ogni volta hai bussato di nuovo alla porta. Donaci di rispondere con gioia e trepidazione, come Pietro ...

giovedì 21 maggio 2026

L'unità reale

At 22,30;23,6-11 e Gv 17,20-26

Quanto abbiamo addomesticato le parole di Gesù e quanto, il più delle volte, le pieghiamo ai nostri ragionamenti e ai nostri fini: ciò diviene evidente quando la Parola viene negata nella sua verità. «Che tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te» non è un’esortazione, ma un’accorata supplica che Gesù rivolge al Padre. Al tempo stesso, però, indica chiaramente ai discepoli quale sia la strada da percorrere con assoluta determinazione. L’unità che Gesù chiede trova in Dio la sua origine e ne svela il volto. Il mistero trinitario si rivela a noi come comunione e unità da realizzare anche, come battezzati, nella vita quotidiana. L’unità appare là dove il soggetto rinuncia ad apparire. Vivere l’unità non significa semplicemente fare qualcosa insieme agli altri, ma riconoscersi parte di una Chiesa che è ben più di un’istituzione religiosa e che persegue la missione di orientare lo sguardo verso Dio.

mercoledì 20 maggio 2026

Custoditi ...

 At 20,28-38 e Gv 17,11-19

Entriamo in questa parte della "Preghiera Sacerdotale" prendendo atto che fino a questo momento Gesù ha custodito con amore i sui discepoli, ha dato loro la Parola, ha fatto conoscere il Nome di Dio, cioè ha svelato il volto di un Padre ricco di misericordia, ha indicato quei sentieri per raggiungere la beatitudine, ha messo in guardia dal maligno. Questo ministero ora sta per finire, il Figlio ritorna alla destra del Padre. Ed ecco che dopo aver fatto la sua parte, Gesù chiede al Padre di essere lui a custodire i discepoli. Il verbo usato significa aver cura, proteggere, ed essendo un verbo vicino al significato di vedere, possiamo tradurre così: “Padre, non allontanare il tuo sguardo, ti prego non perderli d’occhio”. Aver cura di qualcuno consiste nel seguirlo con attenzione, è bello sapere che viviamo sotto lo sguardo amorevole di Dio.

martedì 19 maggio 2026

Arrivati alla missione

At 20,17 e Gv 17,1-11

I discorsi di addio dei capitoli 13-16 di Giovanni che abbiamo letto e meditato in questo tempo Pasquale convergono nel capitolo 17, nella piena consapevolezza che “è venuta l’ora”. I discorsi di addio si concludono con una preghiera, quella che noi definiamo genericamente la “preghiera sacerdotale”. La preghiera inizia con un’espressione che definisce assai bene la cornice teologica: “è venuta l’ora”, l’ora decisiva in cui anche per i discepoli inizia la missione di portare a compimento cio che Gesù ha iniziato. Più di una volta, nella narrazione del vangelo, Giovanni ha sottolineato che l’ora non è ancora venuta, ma ora tutto sta per compiersi. Non sempre però la ora di Dio  coincide con quella che noi abbiamo scritto nel nostro personale programma di vita, per questo oggi chiediamo di riuscire a cambiare i nostri progetti, se necessario, anche quelli più cari.

lunedì 18 maggio 2026

Adesso crediamo?

At 19,1-8 e  Gv 16,29-33

 «Io ho già vinto». Con queste parole Gesù annuncia la sua vittoria proprio mentre si prepara ad affrontare il dramma della croce. È pienamente consapevole di ciò che sta per accadere e, nonostante l’apparente sconfitta, afferma con certezza che ne uscirà vincitore. La Chiesa propone come modello un uomo che, agli occhi della storia, sembra sconfitto. Una storia che spesso proclama vincitori coloro che conquistano potere e successo, anche con la forza e senza scrupoli. Eppure, in che modo Gesù è veramente vittorioso? Gesù vince perché fa dell’amore la legge suprema della vita: «Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine». La sua è una vittoria definitiva, che nessuna violenza può cancellare. Gesù è vittorioso perché ama. Solo l'amore è credibile!