giovedì 17 settembre 2026

Uomini e donne, il gruppo e la comunità

1Cor 15,12-20 e Lc 8,1-3

Insieme ai Dodici c’erano anche alcune donne. Si tratta di un gruppo stabile, a indicare che le donne non si trovano per caso in mezzo al gruppo apostolico, né in forma estemporanea. L’evangelista dice che le donne «li servivano con i loro beni». Qui non si parla soltanto di Gesù, ma dell’intera comunità apostolica. Il verbo greco utilizzato per descrivere ciò che le donne facevano è "diakonein", un verbo che potrebbe far pensare ci semplicemente a una forma di assistenza materiale, ma che rimanda anche a una ministerialità di natura ecclesiale. Occorrerebbe approfondire il senso che assume il verbo rispetto alla ministerialità  del servizio. Ma non è questo li luogo. Questo verbo, comunque, offre una conferma circa il ruolo che le donne assumono all’interno della comunità: esse non sono soggetti passivi, né sono destinate a occupare soltanto posti marginali, ma partecipano a pieno titolo a quel servizio al quale sono chiamati tutti i discepoli. Nel Vangelo, dunque, il femminile ha trovato piena cittadinanza.

Le lacrime del perdono

1Cor 15,1-11 e Lc 7,36-50

La donna arriva davanti a Gesù portando il peso del giudizio degli altri. Per il fariseo è soltanto «una peccatrice»: il suo passato sembra definirla e non lasciarle alcun futuro. Gesù, invece, guarda oltre l'errore. Accoglie la donna senza umiliarla e riconosce nei suoi gesti un cuore capace ancora di amare, di fidarsi e di cambiare. Il suo perdono non cancella semplicemente il passato, ma apre una strada nuova: «La tua fede ti ha salvata; va' in pace». Le sue lacrime sono voce del suo desiderio di perdono e di amore a Gesù. Anche noi rischiamo di giudicare una persona per ciò che ha fatto, dimenticando ciò che può ancora diventare. Gesù ci insegna uno sguardo diverso: uno sguardo che non condanna, ma dà fiducia e lascia sempre aperta la possibilità di ricominciare.

mercoledì 16 settembre 2026

Manifestazioni inattese

1Cor 12,31-13,13 e Lc 7,31-35

C’è una domanda che attraversa tutto il testo: di fronte al modo in cui Dio si manifesta, l’uomo ha già deciso quale dovrebbe essere il modo in cui Dio deve manifestarsi. Le parole di Gesù non si riferiscono solo ai farisei, ma alla generazione che rifiuta sia la predicazione di Giovanni sia la sua. Essa dimostra un’ostinata immaturità e la tendenza a lasciarsi guidare dai propri umori e dalle proprie aspettative, incapace di riconoscere Dio quando si manifesta in modo inatteso. La parola di Gesù intende scuotere anche noi e ci chiede di riconoscere la luce che Dio semina nelle pieghe della storia, personale e collettiva. Di fronte a chi ha già deciso come Dio debba agire, Gesù ci chiede di crescere e di imparare a guardare la realtà con la sapienza di Dio, che per amore ha scelto di abitare la nostra storia.

martedì 15 settembre 2026

Eccomi sotto la croce

Eb 5,7-9 e Gv 19,25-27

Oggi, con questa memoria devozionale, contempliamo la croce attraverso gli occhi di Maria. La Vergine Addolorata è icona del discepolo che segue fedelmente Gesù fino alla croce: «Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Maria, nel momento del dolore, non è fuggita; nel tempo della prova è rimasta fedele. Maria sperava che quella croce non potesse essere la fine. Dove c’è Dio, la parola “fine” non ha senso. Per questo Maria è rimasta ai piedi della croce, non come una donna affranta dalla sofferenza, ma con la certezza che Dio compie la sua opera. Nel momento in cui vede morire il Figlio, generato nella carne, riceve un altro figlio. Il Vangelo non riferisce alcuna risposta di Maria. L’«Eccomi», pronunciato anni prima, nella casa di Nazaret, è la radice di un’obbedienza che segna tutti i passi della sua vita.

lunedì 14 settembre 2026

Croce: albero della vita

Nm 21,4-9 e Gv 3,13-17

Per i cristiani, la croce diventa una tappa fondamentale della storia della salvezza. Se, secondo la mentalità comune, la croce manifesta l’odio più efferato e la violenza più estrema, nelle mani di Dio essa diventa invece lo strumento dell’amore. È il segno della riconciliazione tra l’umano e il divino, cioè tra il Creatore e la creatura. In questa prospettiva, Cristo, nella sua carne, sulla croce offre il proprio corpo a servizio dell’amore e per un bene più grande. La croce di Cristo diventa così una chiave interpretativa che ci obbliga a dare una lettura nuova degli eventi dell’umanità, così come della nostra storia personale. La croce non viene da Dio, ma Dio dona l’amore per trasformare la croce in un albero di vita

domenica 13 settembre 2026

AMARE SENZA CONDIZIONI

Sir 27,33-28,9   Sal 102   Rm 14,7-9   Mt 18,21-35

Domenica scorsa, con la celebrazione di inizio della Festa della Ripresa, vi ho detto: fare comunità lo sappiamo fare; essere comunità è tutta un’altra cosa. Possiamo organizzare, incontrarci, fare tante cose insieme… eppure rischiare di non incontrarci davvero, di fare tanto per gli altri senza imparare a fare con gli altri. Soprattutto quando, nel fare, esprimiamo noi stessi, senza essere accoglienti e senza prenderci cura degli altri: cioè quando l’io personale prevale sul noi comunitario.

Il Vangelo di domenica scorsa ci ricorda che il fratello non lo si giudica, non lo si abbandona, ma lo si custodisce, affinché non si perda. E questo custodire le relazioni custodisce anche la presenza di Cristo in mezzo a noi. Allora la SINFONIA della comunità diventa la traccia del cammino del nuovo anno pastorale: passare dal fare la comunità all’essere, cioè diventare più comunità.

Oggi facciamo un primo passo in avanti nell’essere comunità, per quanto possa sembrare difficile e non secondo la nostra umana inclinazione e possibilità. L’evangelista Matteo continua a proporre le parole di Gesù, dette quando era preoccupato dello stile della sua piccola comunità di discepoli, i quali facevano una gran fatica ad esserlo. E quando Matteo — che era un pubblicano e aveva sperimentato la non accoglienza, il non sentirsi custodito dai fratelli — deve affrontare lo stesso problema in una comunità di discepoli più grande, che si va costituendo, recupera nel Vangelo tutto il pensiero e l’insegnamento del Signore. Per questo ci mette di fronte alla parabola del servo maligno, che uccide con la sua spietata durezza, con il suo cinismo egocentrato, il fratello che, come lui, chiedeva solo di essere custodito e aiutato: chiedeva vicinanza, comprensione, di essere amato, di ottenere misericordia. Non diamo per scontato che chi abbiamo accanto si senta incluso nella comunità.Occorre pensare a quante sono le vittime, cioè i fratelli che, con il mio io, ho sacrificato alla mia presunta idea di essere comunità. 

La parabola del Vangelo ci dice che il padrone ha condonato al servo maligno un debito enorme. Quello stesso servo, però, dopo essere stato liberato dal proprio debito, pretende dal suo compagno il pagamento di un debito piccolo. Nella conclusione della parabola, sono convinto che tutti l’abbiamo compresa in questo modo: «Se non perdoniamo di cuore, Dio ci condannerà!» Cioè: se non custodisco il mio fratello, io stesso sarò condannato da Dio. Ma Gesù, in realtà, non ci dice: «Se non perdoni, Dio ti punirà», bensì che il perdono che riceviamo da Dio è chiamato a diventare libertà dentro di noi. È un perdono liberante, che dà vita! Perdonare, nel Vangelo, significa lasciare andare il debito dell’altro, non pretendere nessun pagamento o rimborso. Perché il male della nostra spietata durezza dell’io non continui a possedere il nostro cuore.Infatti il cuore del servo maligno appartiene al demonio, al male: non ha accolto la misericordia di Dio ed è rimasto prigioniero del rancore. Matteo, con le parole di Gesù, è come se, anche alla luce della sua esperienza, ci stia invitando a essere veramente qualcosa oltre la nostra normale disponibilità ad essere comunità a volerlo essere ... il servo maligno non volle!

sabato 12 settembre 2026

Fede e fiducia

1Cor 10,14-22 e  Lc 6,43-49

Chi mette in pratica la Parola che ascolta, chi si sforza di tradurre fedelmente il Vangelo nella propria vita, dimostra di fidarsi di Dio! Tanti di noi hanno sempre pronta una lista di difficoltà e problemi, quanto basta per tirarci indietro o per cercare abili e raffinati compromessi. Così, invece di accogliere il Vangelo come occasione di vita nuova, ci insabbiamo in ragionamenti che addomesticano la Parola e la trasformano in una favola a lieto fine. Chi si comporta così, nonostante le buone intenzioni, non sarà in grado di resistere alle tempeste della vita. Dobbiamo imparare a intrecciare fede e fiducia: credere significa dare credito a Dio, senza essere troppo esigenti e tempestivi nel chiedere la restituzione con gli interessi. La Parola che Dio semina nella nostra vita è affidata alla nostra libertà: tutto dipende dalla nostra attiva collaborazione. Chi ascolta non solo accoglie responsabilmente e consapevolmente la Parola, ma si impegna anche a tradurla in modo coerente nella propria vita.