Es 17,3-7 Sal 94 Rm 5,1-2.5-8 Gv 4,5-42
Gesù dunque, affaticato per il viaggio, e forse anche per il ministero che lo assorbe senza troppe soddisfazioni, si siede, per cercare un po’ di ombra, nell’ora più calda del giorno: «Era circa mezzogiorno».
«Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: “Dammi da bere”». Ma lei non sa che quella domanda – «dammi da bere, ho sete» – tornerà più avanti, quando nessuno potrà più esaudirla, quando sulla croce Gesù avra sete ditutti noi ... e la sua sete restera insoddisfatta ... fin al momento di bere completamdnte il calice della volontà del Padre ... il calice del suo stesso sacrificio ... quello che è per tutti noi ...
Ma torniamo a noi.
Il dialogo con questa donna in realtà è come dire ironico e quasi un dispettoso confronto ... fino a quando entra nel vissuto, nella dura vita di quella donna.
Quando Gesù entra nella sua storia è per lei come un tuffo, un tonfo nella sua fragilità e umanità al femminile. Gesù gioca duro, ma non può permettersi che che quell’incontro vada sprecato, e quindi si immerge nella verità... Sembra volergli dire: "sei una donna che aveva bisogno di essere amata ma mai ha trovato l'amore e ora disillusa non lo cerca più e si accontenta di relazioni incompiute; quelle avute hanno scavato in lei un abisso di aridità. Questa donna è segno della mancanza ... della fragilità di una umanità e un mondo segnato dal peccato. La Samaritana è sintesi della nostra storia, vita, umanità che ha spento il desiderio di felicità ... di un'acqua viva che disseti e sia speranza, sia senso, sia vera gioia di vita.
Quando il Maestro arriva al cuore si scatena la tempesta interiore, ma Gesù come sempre resta lì fermo e tende la mano perché nessuno sia travolto dagli eventi della propria storia.
Questo succede questo, non puoi che scoppiare a piangere, quando capisci che quella sete che senti dentro e che ti porta di notte in notte, di corpo in corpo, di cuore in cuore, è perché sei fatto per Lui, e al tuo desiderio non basterà nulla che sia meno di Lui.
Vi auguro di sperimentare tanto quanto la Samaritana.
Chissà, se quella donna avesse spento il suo desiderio se si fosse fermata al primo uomo – non sarebbe mai arrivata a dire: «Dammi di quest’acqua, perché non abbia più sete».
Solo Gesù ha la pretesa di essere colui che non soddisfa un bisogno ma che realizza il desiderio più vero che siamo, che soddisfa pienamente la nostra sete ... ma anche la sua sete di salvatore del mondo. Ecco la domanda che resta: "Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice…".
Che acqua beviamo? Di cosa ci dissetiamo? A quale fonte andiamo ad attingere? Credo che, di fronte al Vangelo della III domenica di Quaresima, queste domande siano obbligate.
Ci sono dei momenti della vita in cui ci accorgiamo di non stringere nulla tra le mani, ci sembra di aver sprecato occasioni, perso del tempo, costruito castelli di sabbia. Cosa fare?
Forse in quei momenti dobbiamo con coraggio ritornare alle fonti da cui attingiamo per scoprire quale tipo di acqua beviamo. Forse anche noi, come la Samaritana, continuiamo ogni giorno a raggiungere pozzi la cui acqua non disseta fino in fondo. Spesso anche noi, nelle ore più calde della nostra vita, quando avremmo maggiormente bisogno di sicurezze, di certezze vere, di amore andiamo lì dove vanno tutti, e facciamo come fanno tutti. Ma questo non basta! Non disseta! Non libera il cuore. E qui non bisogna pensare solo a cose sbagliate e non buone. Spesso anche il nostro modo di frequentare la Chiesa, di vivere la fede, di chiedere a Dio qualcosa può non essere acqua che disseta, perché segnata più dai nostri bisogni personali che da una relazione autentica con lui.
In quei momenti, però, vicino a quei pozzi troviamo il Signore: lui ci aspetta, è pronto e disposto a dissetare la nostra sete, a liberare la verità di noi stessi, a riempirci di vita. Non ha nulla tra le mani, ma ciò che ci offre è la sua stessa vita. È lui l’acqua viva che disseta; è lui l’amore vero che colma ogni vuoto; è lui la verità che rende liberi. A noi non sta che fermarci e chiedere: «Signore, dammi da bere!».