Sir 27,33-28,9 Sal 102 Rm 14,7-9 Mt 18,21-35
Domenica scorsa, con la celebrazione di inizio della Festa della Ripresa, vi ho detto: fare comunità lo sappiamo fare; essere comunità è tutta un’altra cosa. Possiamo organizzare, incontrarci, fare tante cose insieme… eppure rischiare di non incontrarci davvero, di fare tanto per gli altri senza imparare a fare con gli altri. Soprattutto quando, nel fare, esprimiamo noi stessi, senza essere accoglienti e senza prenderci cura degli altri: cioè quando l’io personale prevale sul noi comunitario.
Il Vangelo di domenica scorsa ci ricorda che il fratello non lo si giudica, non lo si abbandona, ma lo si custodisce, affinché non si perda. E questo custodire le relazioni custodisce anche la presenza di Cristo in mezzo a noi. Allora la SINFONIA della comunità diventa la traccia del cammino del nuovo anno pastorale: passare dal fare la comunità all’essere, cioè diventare più comunità.
Oggi facciamo un primo passo in avanti nell’essere comunità, per quanto possa sembrare difficile e non secondo la nostra umana inclinazione e possibilità. L’evangelista Matteo continua a proporre le parole di Gesù, dette quando era preoccupato dello stile della sua piccola comunità di discepoli, i quali facevano una gran fatica ad esserlo. E quando Matteo — che era un pubblicano e aveva sperimentato la non accoglienza, il non sentirsi custodito dai fratelli — deve affrontare lo stesso problema in una comunità di discepoli più grande, che si va costituendo, recupera nel Vangelo tutto il pensiero e l’insegnamento del Signore. Per questo ci mette di fronte alla parabola del servo maligno, che uccide con la sua spietata durezza, con il suo cinismo egocentrato, il fratello che, come lui, chiedeva solo di essere custodito e aiutato: chiedeva vicinanza, comprensione, di essere amato, di ottenere misericordia. Non diamo per scontato che chi abbiamo accanto si senta incluso nella comunità.Occorre pensare a quante sono le vittime, cioè i fratelli che, con il mio io, ho sacrificato alla mia presunta idea di essere comunità.
La parabola del Vangelo ci dice che il padrone ha condonato al servo maligno un debito enorme. Quello stesso servo, però, dopo essere stato liberato dal proprio debito, pretende dal suo compagno il pagamento di un debito piccolo. Nella conclusione della parabola, sono convinto che tutti l’abbiamo compresa in questo modo: «Se non perdoniamo di cuore, Dio ci condannerà!» Cioè: se non custodisco il mio fratello, io stesso sarò condannato da Dio. Ma Gesù, in realtà, non ci dice: «Se non perdoni, Dio ti punirà», bensì che il perdono che riceviamo da Dio è chiamato a diventare libertà dentro di noi. È un perdono liberante, che dà vita! Perdonare, nel Vangelo, significa lasciare andare il debito dell’altro, non pretendere nessun pagamento o rimborso. Perché il male della nostra spietata durezza dell’io non continui a possedere il nostro cuore.Infatti il cuore del servo maligno appartiene al demonio, al male: non ha accolto la misericordia di Dio ed è rimasto prigioniero del rancore. Matteo, con le parole di Gesù, è come se, anche alla luce della sua esperienza, ci stia invitando a essere veramente qualcosa oltre la nostra normale disponibilità ad essere comunità a volerlo essere ... il servo maligno non volle!