martedì 27 ottobre 2026

Chiamati perché diversi

 Ef 2,19-22 e Lc 6,12-19

Dice il Vangelo che ne scelse dodici, ai quali diede il nome di apostoli. Ma perché scelse proprio loro? Tra essi vi erano rozzi pescatori, funzionari dell’Impero romano, come Matteo, persone semplici e militanti zeloti. Che cosa unisce persone tanto diverse? La chiamata, anzi, Colui che le ha chiamate. È bene ricordare che la chiamata è sempre personale: Gesù chiama ciascuno per nome. Ma chi accoglie il suo invito si scopre parte di una comunità. Stare con Gesù e fare comunità sono realtà inseparabili. Ogni vocazione è una grazia da accogliere con umiltà e custodire con cura. Per questo è necessario restare aggrappati alla Parola che il buon Dio fa risuonare in ogni stagione della vita.

Infinita Piccolezza

Ef 5,21-33 e  Lc 13,18-21

Gesù utilizza immagini che richiamano la piccolezza e il nascondimento: il granello di senape viene seminato nella terra e scompare alla vista; il lievito, mescolato alla farina, si nasconde fino a diventare invisibile. Il Regno di Dio non si manifesta attraverso eventi clamorosi, come spesso ci aspetteremmo, ma cresce silenziosamente nella quotidianità. Gesù ci invita, così, a riconoscere il suo mistero e la sua opera nella realtà di ogni giorno. Il Regno di Dio abbraccia le attese, le scelte e i sentimenti che animano la vita di ciascuno. Spesso, tuttavia, siamo attratti da ciò che appare e risplende, e facciamo fatica a cercare Dio nelle piccole cose. Per questo rischiamo di non riconoscere i segni della sua presenza e della sua azione nella nostra vita. Eppure, Dio continua a percorrere le vie semplici e nascoste attraverso le quali, da secoli, alimenta la fede del suo popolo. È come se Gesù ci dicesse: «Aprite il cuore e la mente, vigilate e abbiate fiducia: Dio è all’opera e sta compiendo le sue promesse». Il Regno di Dio è lo spazio della vita umana in cui Dio trova dimora e può agire, proprio come il lievito che fa fermentare la pasta. Non è un ospite di passaggio, ma una presenza viva che trasforma dall’interno e dà pienezza alla nostra esistenza.

lunedì 26 ottobre 2026

Il vero giorno del riposo

Ef 4,32-5,8 e Lc 13,10-17

La Parola di questa giornata ci invita a uscire dalla rigidità dei nostri schemi e a rimetterci in cammino. Questa donna, che vive nella vergogna e nella rassegnazione, da troppo tempo si trova in quella condizione e ha ormai perso ogni speranza. La sua situazione rappresenta un appello rivolto a tutti noi, affinché sappiamo riconoscere e accogliere la povertà e la fragilità umana. Lei non chiede nulla, ma Gesù la vede, la chiama e prende l’iniziativa di guarirla, compiendo un gesto totalmente gratuito. Gesù manifesta così la misericordia di Dio, che ci raggiunge nella nostra condizione concreta e ci dona ciò che non abbiamo chiesto, andando oltre le nostre attese. Questa donna è l’icona di un’umanità che vive curva sotto il peso della sofferenza e attende una pienezza di vita che sembra non arrivare mai; un’umanità che ha perso la speranza di poter entrare nel settimo giorno, simbolo del riposo e della pienezza della creazione. In Cristo, il settimo giorno diventa un dono di salvezza per tutti, perché Dio desidera liberare ogni uomo da ciò che lo opprime e restituirgli dignità, libertà e speranza.

domenica 25 ottobre 2026

Perché amare Dio?

 Es 22,20-26   Sal 17   1Ts 1,5-10   Mt 22,34-40

Introduzione

La domanda «Perché amare Dio?» è sincera e profonda, perché riguarda il senso della nostra fede e il nostro rapporto personale con Lui. Non basta sapere che dobbiamo amarlo perché ci è stato insegnato al catechismo: dobbiamo comprendere che cosa significhi amare Dio e perché farlo. Nel Vangelo di Matteo, Gesù indica come comandamento più grande l'amore per Dio, da vivere con tutto il cuore, l'anima e la mente, e aggiunge: «Amerai il tuo prossimo come te stesso». Unisce così due amori inseparabili: quello per Dio e quello per gli altri.

 

1. Non amare Dio per paura, ma perché lo si scopre

L'amore autentico non nasce dalla paura della punizione o dal desiderio di ottenere una ricompensa, ma dalla libertà e dalla relazione. Non possiamo essere obbligati ad amare sinceramente qualcuno. Per questo, invece di chiederci soltanto «Perché devo amare Dio?», dovremmo domandarci: «Chi è Dio per me?».  Amare Dio significa anche cercarlo, ascoltare la sua Parola, conoscerlo attraverso Gesù e lasciarsi interrogare dalla sua presenza, in un certo senso farlo discendere dal cielo, portarlo accanto a me nella vita sulla terra  ... (che bello un dio che discende dal cielo ...). Non significa smettere di farci domande, ma lasciarci interrogare anche dai dubbi, per costruire con Lui una relazione autentica che coinvolga tutta la nostra persona.

 

2. Amare Dio anche quando è difficile

La vita frenetica spesso ci impedisce di fermarci, pregare e ascoltare il nostro cuore. Inoltre, la sofferenza può farci dubitare della presenza di Dio e portarci a domandare perché non intervenga. Sono interrogativi sinceri, ai quali non si può rispondere con frasi semplici. Anche chi crede attraversa momenti di silenzio, fatica e incertezza. Amare Dio significa continuare a cercarlo anche quando sembra lontano, riconoscendo in Lui la sorgente dell'amore. Siamo preceduti, custoditi e attesi da questo amore, che può sostenerci nelle difficoltà e aiutarci a non perdere la speranza.

 

3. Amare Dio significa amare il prossimo

Gesù unisce i due comandamenti perché non possiamo dire di amare Dio se restiamo indifferenti alla sofferenza degli altri. Non basta pregare per la pace se alimentiamo divisioni, chiedere perdono se non sappiamo perdonare, parlare d'amore senza dedicarci a chi ha bisogno di noi. La fede diventa concreta attraverso gesti quotidiani di ascolto, solidarietà, perdono e cura. È facile amare chi ci vuole bene, ma è più difficile amare chi ci delude o ci ferisce.

Proprio nelle relazioni quotidiane siamo chiamati a testimoniare la nostra fede, lasciamo che l'amore di Dio trasformi il nostro modo di guardare e trattare le persone. Per capire quanto spazio Dio occupi nella nostra vita, dobbiamo chiederci quanto spazio sappiamo riservare agli altri.

 

Conclusione

Il Vangelo ci invita a cambiare prospettiva: non domandarci soltanto «Perché devo amare Dio?», ma anche «Che cosa accadrebbe alla mia vita se mi lasciassi amare da Dio?». Se Dio è amore, conoscerlo significa cercare l'amore, amarlo significa accoglierlo nella nostra vita e servirlo significa renderlo visibile attraverso gesti concreti di bene. Il comandamento di Gesù non è soltanto una legge da osservare, ma una strada da percorrere, che parte dal cuore, attraversa le relazioni e ci insegna ad amare con maggiore libertà e autenticità. La domanda conclusiva diventa allora un invito a riflettere: il mio modo di vivere rende visibile l'amore in cui dico di credere? Forse è proprio da qui che possiamo ricominciare ...

sabato 24 ottobre 2026

Portare frutto nel nostro tempo

Ef 4,7-16 e Lc 13,1-9

Le situazioni della vita, apparentemente giustapposte e casuali, potrebbero in realtà essere legate tra loro e condurci a una verifica personale. Spesso ci giustifichiamo dicendo: «Ho fatto tutto il possibile». È un’affermazione legittima, ma può trasformarsi in una scusa. Dobbiamo imparare a misurare la nostra vita secondo il pensiero di Dio, verificando con sincerità se stiamo rispondendo alle attese degli altri. Il loro giudizio può ferire il nostro amor proprio, ma anche aiutarci a uscire dalle nostre convinzioni stagnanti. Non di rado rimandiamo le scelte o affrontiamo i nostri doveri con superficialità, accontentandoci di fare il minimo indispensabile. In questo modo rischiamo di assomigliare al fico sterile della parabola: un albero che non solo non porta frutto, ma occupa inutilmente il terreno, impedendo che esso possa essere fecondo. La verifica della nostra vita ci invita, dunque, a domandarci non soltanto se abbiamo fatto tutto il possibile, ma anche se ciò che facciamo porta davvero frutto per noi e per gli altri.

venerdì 23 ottobre 2026

Lasciamoci interrogare

Ef 4,1-6 e  Lc 12,54-59

Non è facile riconoscere negli eventi della storia la parola che Dio vi semina. La difficoltà maggiore, però, nasce dalle scuse con cui evitiamo di confrontarci con un Dio che ci interpella e ci mette in discussione. L’evangelista presenta Gesù come colui che, consapevole della propria missione e delle difficoltà che lo attendono, è pronto ad affrontarle fino in fondo. La folla, invece, pur cercandolo con sincerità, non va oltre l’immagine di un maestro eloquente e di un potente taumaturgo, senza cogliere ciò che Dio vuole comunicarle attraverso di lui. Per questo Gesù rimprovera la loro ipocrisia: quella chiusura di chi non si interroga e non vuole lasciarsi interrogare, di chi non desidera comprendere i segni di Dio. Siamo capaci di appassionarci al calcio, alla musica e alla moda, ma quanti dedicano la stessa attenzione alle domande fondamentali della vita? La vera sfida è imparare a riconoscere, negli eventi quotidiani, la presenza di Dio, lasciandoci interrogare dalla sua Parola.

giovedì 22 ottobre 2026

Di fronte alle criticità

Ef 3,14-21 e  Lc 12,49-53

Angoscia, morte, divisione… parole che non ti aspetti. Altro che le parole rassicuranti del Maestro di Galilea! Dobbiamo fare i conti con un’esperienza che contrasta con le nostre attese e con l’immagine che ci siamo costruiti di Gesù. L’espressione «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra» va letta nel contesto di un capitolo in cui il Vangelo è presentato come un bene essenziale, soprattutto nelle difficoltà del vivere la fede. Gesù è venuto ad accendere il fuoco di Dio, un fuoco di purificazione e trasformazione, necessario anche a chi si confronta quotidianamente con la Parola. Ricordarlo ci aiuta a non lasciarci sorprendere dalle prove del cammino di fede. Anche il riferimento al battesimo, come immersione nelle acque della morte, anticipa la sofferenza che Cristo dovrà affrontare, una prova che suscita in lui profonda trepidazione. Infine, Gesù annuncia che la sua venuta non porterà pace sulla terra, ma divisione: la sua Parola interpella, mette in discussione e chiede scelte che non sempre trovano il consenso di tutti.