mercoledì 23 settembre 2026

Chi ascolta e chi fa finta

Qo 1,2-11 e Lc 9,7-9

Il tetrarca Erode riceve notizie riguardo a un certo Gesù e viene così a sapere dell’opera compiuta da quello sconosciuto Rabbì della Galilea. Ma a Erode non interessa il contenuto della sua predicazione: non si lascia interpellare, né tantomeno mettere in discussione. Di Gesù gli interessa soltanto una lettura politica degli eventi. La sua unica preoccupazione è custodire il proprio potere e difendere i propri privilegi. Anche noi possiamo correre il rischio di comportarci come Erode. Ascoltiamo la Parola, ma senza preoccuparci veramente di comprenderla e di accogliere tutte le conseguenze che essa implica per la nostra vita. Possiamo fermarci a una lettura superficiale del Vangelo, senza accoglierlo e coltivarlo con amore, senza meditarlo con attenzione e senza lasciarci seriamente interpellare da esso. Il rischio è quello di ascoltare senza lasciarci trasformare, di conoscere il Vangelo senza permettere che esso metta in discussione le nostre certezze, le nostre abitudini e le nostre scelte. 

La sua forza ... il suo potere

Pr 30,5-9 e Lc 9,1-6

"Lì mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi". Questo invio a suo nome ha radici profonde nell’esperienza vissuta con il Signore, precisamente nel momento in cui furono chiamati a seguirlo. Da allora hanno iniziato a vivere una comunione sempre più intima con il Maestro. Ed è proprio questa esperienza di intimità con Lui che permette e realizza l’invio in missione: solo chi cammina con il Signore, ascolta la sua Parola e ha visto i suoi segni meravigliosi può essere inviato ad agire nel suo Nome. Una vita più intensa di preghiera, l’ascolto della Parola e la partecipazione frequente all’Eucaristia alimentano e custodiscono il desiderio di vivere a servizio del Regno. Chi cerca e trova Dio non si accontenta di averlo nel cuore, ma desidera che Egli abiti nel cuore di tutti.

martedì 22 settembre 2026

Fratelli che ascoltano, madri che fanno

Pr 21,1-6.10-13 e  Lc 8,19-21

Nel Vangelo di oggi, «madre» indica Maria, la madre di Gesù, mentre «fratelli» può avere, oltre al senso stretto, anche un significato più ampio di parentela o appartenenza. Gesù, però, non vuole definire i rapporti familiari, ma rivelare un nuovo modo di appartenere alla sua famiglia: ascoltare la Parola di Dio e metterla in pratica. Il Vangelo non cambia le parole, ma dona loro un significato nuovo e più profondo. Gesù non cerca semplicemente persone che lo stimino, lo rispettino e lo ascoltino, ma invita a entrare con lui in un rapporto di vera familiarità e intimità. La condizione è chiara: «Sono miei fratelli coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica». È nell’ascolto vissuto concretamente che nasce la vera appartenenza alla famiglia di Gesù.

lunedì 21 settembre 2026

Matteo, un apostolo particolare

Ef 4,1-7.11-13 e Mt 9,9-11

Il Vangelo di oggi è una provocazione per tutti coloro che hanno una responsabilità nella comunità cristiana: sacerdoti, catechisti e operatori pastorali. Gesù ci chiede di non lasciare indietro nessuno, ma di accostarci a ogni persona con amore, offrendo il pane della sua Parola e aiutandola a liberarsi da ciò che le impedisce di camminare verso Dio. Matteo ne è un esempio straordinario. Pubblicano, considerato peccatore ed escluso, si sente dire da Gesù una sola parola: «Seguimi». Matteo lascia tutto e cambia vita. Il suo passato non é motivo di condanna: diventa, attraverso l'incontro con Cristo, una nuova possibilità. «Misericordia io voglio e non sacrifici». Gesù non viene a chiamare chi si crede giusto, ma chi riconosce di avere bisogno di Lui. San Matteo ci ricorda che nessuno è definito dai propri errori: un incontro con Cristo può aprire una strada nuova.

domenica 20 settembre 2026

In progetto il Regno dei cieli

Is 55,6-9; Sal 144; Fil 1,20-24.27; Mt 20,1-16

Nelle domeniche della Festa della ripresa vi ho parlato di progetto pastorale, cioè del passare dal fare comunità all'essere comunità. Ma cosa significa concretamente?Alla luce del Vangelo di questa domenica, potremmo dire che il progetto pastorale è il modo concreto con cui una comunità esprime e vive il Regno dei cieli, che è già in mezzo a noi. La parabola degli operai della vigna ci provoca: il Regno non segue la logica del merito. Dio viene incontro a tutti, anche a chi arriva tardi; accoglie, ama e dona gratuitamente. Per questo, essere comunità significa camminare insieme, accogliere tutti e far sentire a ciascuno che nella casa di Dio c'è posto per lui.
Ma come possiamo diventare concretamente una comunità così? Dobbiamo andare a scuola di missione. Ci chiediamo: quando abbiamo vissuto nel nostro paese, nel lavoro, nelle famiglie, un'esperienza di vicinanza, carità, accoglienza e gratuità? Quando la nostra vita ordinaria ha dato una testimonianza credibile di Gesù e del Vangelo?
Per troppo tempo abbiamo rischiato di vivere una fede soprattutto conservativa, fatta di tradizioni, liturgie e schemi. Questo ha affievolito il nostro slancio missionario. Gesù invece ci dice: «Quando sarò innalzato attirerò tutti a me». Ma come può Gesù attirare, se noi non siamo capaci di essere testimoni credibili e accoglienti?Imparare a essere artigiani del Regno significa allora:
Dare centralità alla Parola e all'Eucaristia: dalla Scrittura e dalla celebrazione nasce la forza per uscire incontro agli altri.
Vivere la corresponsabilità: ogni battezzato è chiamato a essere protagonista della missione della Chiesa, non semplice spettatore.
Amare il proprio territorio e la propria gente: la parrocchia non è un ufficio o un club, ma «la Chiesa posta in mezzo alle case», vicina alle gioie, alle speranze e alle sofferenze delle persone.
Essere accoglienti e fraterni: mettere da parte pregiudizi e steccati e farsi prossimi a chi è solo, ferito o in ricerca.
Dare tempo al servizio: catechesi, carità, liturgia, animazione... Come gli operai della parabola, anch'io sono chiamato a dire: «Vado anch'io nella vigna».
La parabola ci ricorda infine che Dio non ragiona secondo la logica del merito. Gli operai della prima ora ricevono quanto quelli dell'ultima ora. E Gesù domanda: «Sei invidioso perché io sono buono?». Il Regno dei cieli è proprio questo: l'amore di Dio è gratuito e non può diventare una ricompensa dovuta. Il credente è chiamato ad accogliere questa gratuità e a gioire perché viene donata a tutti, anche a chi, secondo i nostri criteri, non la meriterebbe. E allora il progetto pastorale non è semplicemente fare più cose. È diventare una comunità che vive la gratuità di Dio, accoglie tutti, serve e porta nel mondo la bellezza del VangeloQuesto è il Regno dei cieli.

sabato 19 settembre 2026

Il frutto disatteso

1Cor 15,35-37.42-49 e Lc 8,4-15

Insegnare, condividere e comunicare attraverso le parabole rappresenta il modo in cui Gesù si rivolge alle folle, soprattutto quando sono numerose e si radunano attorno a lui. Questa parabola ci ricorda che tra la semina e il raccolto non solo vi è una grande distanza, ma anche numerosi ostacoli che, in molti casi, impediscono al seme di germogliare. Gesù non parla solo ai discepoli, ma parla dei discepoli: il terreno che accoglie il seme è un’immagine eloquente di coloro che ascoltano la Parola. La parabola, perciò, contiene un ammonimento: accogliere la Parola è solo il primo passo di un cammino che, malgrado le intenzioni iniziali, potrebbe interrompersi. Tanti cristiani, e forse anche noi tra questi, siamo convinti di aver accolto il Vangelo nella nostra vita e, malgrado i nostri limiti, pensiamo di essere buoni discepoli. Ma, alla luce di una verifica più attenta, forse ci rendiamo conto di non aver portato quel frutto che Dio attendeva.

venerdì 18 settembre 2026

Uomini e donne, il gruppo e la comunità

1Cor 15,12-20 e Lc 8,1-3

Insieme ai Dodici c’erano anche alcune donne. Si tratta di un gruppo stabile, a indicare che le donne non si trovano per caso in mezzo al gruppo apostolico, né in forma estemporanea. L’evangelista dice che le donne «li servivano con i loro beni». Qui non si parla soltanto di Gesù, ma dell’intera comunità apostolica. Il verbo greco utilizzato per descrivere ciò che le donne facevano è "diakonein", un verbo che potrebbe far pensare ci semplicemente a una forma di assistenza materiale, ma che rimanda anche a una ministerialità di natura ecclesiale. Occorrerebbe approfondire il senso che assume il verbo rispetto alla ministerialità  del servizio. Ma non è questo li luogo. Questo verbo, comunque, offre una conferma circa il ruolo che le donne assumono all’interno della comunità: esse non sono soggetti passivi, né sono destinate a occupare soltanto posti marginali, ma partecipano a pieno titolo a quel servizio al quale sono chiamati tutti i discepoli. Nel Vangelo, dunque, il femminile ha trovato piena cittadinanza.