martedì 6 ottobre 2026

In questo giorno dedicato a Maria ...

Gal 2,1-2.7-14 e Lc 11,1-4

Oggi ricorre l’anniversario della strage degli ebrei degli insediamenti vicino a Gaza, perpetrata dai terroristi di Hamas. Ma da lì inizia un calvario di morte e distruzione che continua ancora oggi, sulla pelle di vittime innocenti e di bambini. «Liberaci dal male». Quando questa preghiera si realizzerà? Non è mai facile riconoscere i propri errori, perché è sempre degli altri la colpa, in tutto o in parte. Non è facile neppure domandare perdono, eppure è proprio questo il primo passo per vincere il male che si annida in noi e attorno a noi. Nella misura in cui impariamo a chiedere perdono, e se manca la disponibilità al perdono, non c’è alcuna possibilità di costruire una vita comune: il male s’insinua nel cuore e corrode le relazioni, la comunità ecclesiale e la società civile. Al contrario, chi fa esperienza della misericordia scopre la bellezza e la forza del perdono, che ricostruisce legami spezzati e ridona speranza. A Maria, Madre di misericordia, affidiamo ancora la nostra speranza!!

Marta e Maria ... news

Gal 1,13-24 e Lc 10,38-42

Il brano di oggi, in cui Marta e Maria ospitano Gesù, è immediatamente conseguente alla parabola del “buon samaritano”. Generalmente si interpretano come unità distinte, ma se l’intento dell’evangelista fosse stato quello di accostare l’insegnamento di Gesù alla prassi comunitaria? Ecco allora che emerge un nuovo punto di contatto, cioè l’accoglienza dell’altro attraverso l’amore e il servizio: il buon samaritano si prende cura concretamente del bisognoso, mentre Marta e Maria accolgono Gesù nella loro casa, mostrando che l’ospitalità nasce dall’attenzione e dall’amore verso l’altro. A questo punto, anche la “parte migliore” non è più una contrapposizione tra attività e contemplazione, ma è l’ascolto e l’accoglienza dell’altro con il cuore: è ciò che dà senso al servizio e rimane nel tempo, perché nasce da una relazione autentica.

lunedì 5 ottobre 2026

Capaci di prenderci cura

Gal 1,6-12 e Lc 10,25-37

La compassione diventa azione, e il samaritano si prende cura dell’uomo ferito. La semplicità del racconto rischia, però, di attenuare la forza provocatoria dell’insegnamento evangelico. È naturale prendersi cura delle persone che amiamo e alle quali siamo legati da vincoli affettivi. La parabola, invece, parla di un estraneo e presenta come modello della carità proprio un samaritano, considerato dai Giudei un eretico e un escluso. Gesù annuncia così una verità radicale: la carità è rivolta a tutti e impegna tutti. Nessuno escluso. Agli occhi di Dio, nessun uomo è estraneo e nessuno può essere abbandonato. Non è facile vivere questa verità, perché supera il nostro modo spontaneo di amare. Ma Dio non propone illusioni né chiede l’impossibile. La carità evangelica nasce dall’accoglienza di Dio, che ci rende capaci di andare oltre noi stessi e di riconoscere nell’altro, anche nell’estraneo, un fratello da accogliere e custodire.

domenica 4 ottobre 2026

La vigna che ci è affidata

Is 5,1-7   Sal 79   Fil 4,6-9   Mt 21,33-44 

Gesù comincia con una parola imperativa: «Ascoltate!» Non è un semplice invito. È una richiesta di attenzione, perché questa parabola parla anche di noi.

Ancora una volta ritorna l’immagine della vigna. La ritroviamo nella prima lettura di Isaia e nel Vangelo. La vigna è il popolo di Dio, è il Regno, è la comunità che Dio ama e alla quale affida qualcosa di prezioso.

Isaia ci ha raccontato una storia d’amore. Dio ha fatto tutto ciò che poteva per la sua vigna: ha preparato il terreno, ha piantato, ha custodito, ha protetto. Eppure la vigna non porta il frutto atteso.  È l’immagine di un amore che non trova risposta.  Di una fiducia tradita. Di una cura che incontra la durezza del cuore.

E viene spontanea la domanda: è questo il destino della vigna? È qui che finisce tutto?

Nel Vangelo Gesù riprende la stessa immagine, ma la porta a compimento.

Il padrone affida la vigna ai vignaioli e, quando arriva il tempo dei frutti, manda i suoi servi. Ma vengono rifiutati, maltrattati, uccisi. Alla fine, manda il proprio figlio.  E anche il figlio viene rifiutato.

Ma proprio qui accade qualcosa di inatteso: la pietra scartata diventa pietra d’angolo.

Colui che viene respinto diventa colui sul quale Dio costruisce. Il rifiuto non ha l’ultima parola.La morte non ha l’ultima parola. Dio è capace di trasformare lo scarto in vita.

E allora questa parabola parla anche di noi. Cosa ci sta dicendo?

La vigna oggi è anche la Chiesa. È la nostra comunità. È ciò che Dio ci affida. Bella o brutta che sia...

Ma attenzione: affidata non significa posseduta. Noi non siamo i padroni della vigna. Siamo i vignaioli. Siamo chiamati a custodire, lavorare, servire. Non a impadronircene.

Non comportiamoci da padroni … E anche i frutti non sono nostri. Non possiamo pretendere di possederli o di presentarli come un nostro merito. I frutti appartengono al Signore. Ecco che qui deve cambiare molto il nostro atteggiamento comunitario.

La domanda allora non è: «Quanto è mia questa vigna?»  Ma: «Quanto me ne sto prendendo cura?»

Perché il rischio dei vignaioli è sempre lo stesso: dimenticare che la vigna è stata affidata e cominciare a comportarsi da padroni.

E Dio continua a scegliere persone che, secondo i nostri criteri, sembrano inadatte alla vigna ma …  Dio non guarda come guardiamo noi. Dio guarda il cuore.

 

E allora quella parola iniziale ritorna: «Ascoltate!»

Ascoltiamo, perché la vigna è nelle nostre mani, ma non è nostra.

Non per possederla, ma per custodirla.

Ascoltiamo, perché il Regno non è qualcosa da possedere, ma da servire.

Non per sfruttarlo, ma per farlo fiorire.

Ascoltiamo, perché il frutto nasce quando lasciamo che Cristo sia davvero la pietra d’angolo della nostra vita e della nostra comunità.

 


 

sabato 3 ottobre 2026

Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore

Gb 42,1-3.5-6.12-16 e Lc 10,17-24

La meraviglia dei discepoli nasce dal constatare che «anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Comprendono così che il successo della missione non dipende dalle proprie capacità, ma dalla potenza del nome di Gesù. È una verità che rischiamo di dimenticare. Pensiamo spesso di poter combattere il male con la sola forza della ragione, dimenticando che la salvezza viene da Dio. Noi siamo chiamati a collaborare con Lui attraverso la preghiera, l’annuncio e la carità. La nostra battaglia, ricorda Paolo, non è contro gli uomini, ma contro le potenze del male. Per questo Gesù ci invita a non lasciarci affascinare dagli eventi straordinari, ma a radicarci nella certezza più grande: siamo amati da Dio e partecipiamo alla sua opera di salvezza nella storia.

venerdì 2 ottobre 2026

La piccolezza dei piccoli

Es 23,20-23 e  Mt 18,1-5.10

Nella sua predicazione, Gesù capovolge la logica del mondo e afferma che è veramente grande chi assume la condizione dei piccoli. Questo insegnamento acquista un significato particolare nella comunità ecclesiale: Gesù invita ad abbandonare la ricerca del primo posto e del potere e a scegliere l’ultimo posto, quello del servo. È questa la scelta che rende autentici discepoli. Il capitolo raccoglie alcuni insegnamenti attraverso i quali Gesù indica le condizioni perché un gruppo di discepoli diventi una vera comunità: la comunità della nuova alleanza, voluta da Dio e chiamata a essere sacramento del suo amore attraverso la Chiesa. L’evangelista presenta la piccolezza come condizione fondamentale della vita comunitaria, insieme alla responsabilità di non scandalizzare i fratelli, soprattutto i più piccoli. Ne deriva la carità fraterna, che spinge ciascuno a cercare e custodire l’altro, perché «il Padre vostro che è nei cieli non vuole che neanche uno di questi piccoli si perda». Diventare come bambini significa riconoscersi piccoli e coltivare la consapevolezza di essere figli, affidandosi con fiducia alla bontà del Padre.

giovedì 1 ottobre 2026

Dove ci mandi ...

Gb 19,21-27 e Lc 10,1-12

Viviamo in una società che ha ricevuto il Vangelo di Gesù e per secoli si è riconosciuta cristiana. Oggi, invece, sembra spesso rifiutarlo o considerarlo superfluo, guardandolo con indifferenza, quando non addirittura come un ostacolo. Non dobbiamo farci illusioni: nell’essere inviati incontreremo difficoltà crescenti. Un segnale evidente è l’assenza di Dio dalla vita di molti bambini, ragazzi e giovani: un ateismo spesso non frutto di ostilità, ma di insensibilità al mistero di Dio, sostituito dalla realtà virtuale e dalla pervasività del digitale. Questa situazione può però diventare un’occasione per riscoprire la fede nella sua essenzialità. Come nei primi secoli, l’annuncio del Vangelo dovrà essere accompagnato da una autentica testimonianza di vita. Abbiamo bisogno di una fede audace, che non si arrenda alle difficoltà e sappia dare pubblica testimonianza anche nella condizione di minoranza o di emarginazione. Una fede così vissuta mostra che il Vangelo ha ancora la forza di rinnovare la nostra vita e quella degli altri.