Gal 1,6-12 e Lc 10,25-37
domenica 4 ottobre 2026
Capaci di prenderci cura
La vigna che ci è affidata
Is 5,1-7 Sal 79 Fil 4,6-9 Mt 21,33-44
Gesù comincia con una parola imperativa: «Ascoltate!» Non è un semplice invito. È una richiesta di attenzione, perché questa parabola parla anche di noi.
Ancora una volta ritorna l’immagine della vigna. La ritroviamo nella prima lettura di Isaia e nel Vangelo. La vigna è il popolo di Dio, è il Regno, è la comunità che Dio ama e alla quale affida qualcosa di prezioso.
Isaia ci ha raccontato una storia d’amore. Dio ha fatto tutto ciò che poteva per la sua vigna: ha preparato il terreno, ha piantato, ha custodito, ha protetto. Eppure la vigna non porta il frutto atteso. È l’immagine di un amore che non trova risposta. Di una fiducia tradita. Di una cura che incontra la durezza del cuore.
E viene spontanea la domanda: è questo il destino della vigna? È qui che finisce tutto?
Nel Vangelo Gesù riprende la stessa immagine, ma la porta a compimento.
Il padrone affida la vigna ai vignaioli e, quando arriva il tempo dei frutti, manda i suoi servi. Ma vengono rifiutati, maltrattati, uccisi. Alla fine, manda il proprio figlio. E anche il figlio viene rifiutato.
Ma proprio qui accade qualcosa di inatteso: la pietra scartata diventa pietra d’angolo.
Colui che viene respinto diventa colui sul quale Dio costruisce. Il rifiuto non ha l’ultima parola.La morte non ha l’ultima parola. Dio è capace di trasformare lo scarto in vita.
E allora questa parabola parla anche di noi. Cosa ci sta dicendo?
La vigna oggi è anche la Chiesa. È la nostra comunità. È ciò che Dio ci affida. Bella o brutta che sia...
Ma attenzione: affidata non significa posseduta. Noi non siamo i padroni della vigna. Siamo i vignaioli. Siamo chiamati a custodire, lavorare, servire. Non a impadronircene.
Non comportiamoci da padroni … E anche i frutti non sono nostri. Non possiamo pretendere di possederli o di presentarli come un nostro merito. I frutti appartengono al Signore. Ecco che qui deve cambiare molto il nostro atteggiamento comunitario.
La domanda allora non è: «Quanto è mia questa vigna?» Ma: «Quanto me ne sto prendendo cura?»
Perché il rischio dei vignaioli è sempre lo stesso: dimenticare che la vigna è stata affidata e cominciare a comportarsi da padroni.
E Dio continua a scegliere persone che, secondo i nostri criteri, sembrano inadatte alla vigna ma … Dio non guarda come guardiamo noi. Dio guarda il cuore.
E allora quella parola iniziale ritorna: «Ascoltate!»
Ascoltiamo, perché la vigna è nelle nostre mani, ma non è nostra.
Non per possederla, ma per custodirla.
Ascoltiamo, perché il Regno non è qualcosa da possedere, ma da servire.
Non per sfruttarlo, ma per farlo fiorire.
Ascoltiamo, perché il frutto nasce quando lasciamo che Cristo sia davvero la pietra d’angolo della nostra vita e della nostra comunità.
sabato 3 ottobre 2026
Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore
Gb 42,1-3.5-6.12-16 e Lc 10,17-24
venerdì 2 ottobre 2026
La piccolezza dei piccoli
Es 23,20-23 e Mt 18,1-5.10
giovedì 1 ottobre 2026
Dove ci mandi ...
Gb 19,21-27 e Lc 10,1-12
Viviamo in una società che ha ricevuto il Vangelo di Gesù e per secoli si è riconosciuta cristiana. Oggi, invece, sembra spesso rifiutarlo o considerarlo superfluo, guardandolo con indifferenza, quando non addirittura come un ostacolo. Non dobbiamo farci illusioni: nell’essere inviati incontreremo difficoltà crescenti. Un segnale evidente è l’assenza di Dio dalla vita di molti bambini, ragazzi e giovani: un ateismo spesso non frutto di ostilità, ma di insensibilità al mistero di Dio, sostituito dalla realtà virtuale e dalla pervasività del digitale. Questa situazione può però diventare un’occasione per riscoprire la fede nella sua essenzialità. Come nei primi secoli, l’annuncio del Vangelo dovrà essere accompagnato da una autentica testimonianza di vita. Abbiamo bisogno di una fede audace, che non si arrenda alle difficoltà e sappia dare pubblica testimonianza anche nella condizione di minoranza o di emarginazione. Una fede così vissuta mostra che il Vangelo ha ancora la forza di rinnovare la nostra vita e quella degli altri.mercoledì 30 settembre 2026
Seguire
Gb 9,1-12.14-16 e Lc 9,57-62
martedì 29 settembre 2026
Santi Arcangeli
Dn 7,9-10.13-14 e Gv 1,47-51
lunedì 28 settembre 2026
È un brutto segno.
Gb 1,6-22 e Lc 9,46-50
domenica 27 settembre 2026
Conversione nel SI
Ez 18,25-28 Sal 24 Fil 2,1-11 Mt 21,28-32
Ecco l'immagine che oggi vorrei estrarre dalla Parola di Dio e condividere insieme.
Punto di partenza è che il regno dei cieli si rende evidente e concreto attraverso e nella nostra vita di tutti i giorni. È mistero di Dio nella vita reale, quando la vita diventa vangelo e quando io sono credibile testimone e discepolo di Gesù... non é quindi il premio dei buoni e dei giusti ...
Non basta dire “sì”: il nostro sì deve diventare vita
La parabola dei due figli ci porta a guardare con sincerità ai nostri “sì” e ai nostri “no”. Perché non sempre ciò che diciamo coincide con ciò che viviamo. Possiamo dire sì al Signore, alla fede, al Vangelo, e poi lasciare che le nostre scelte quotidiane dicano altro. E possiamo anche partire da un no, da una fatica, da una resistenza, e poi cambiare strada.
Il Padre non si ferma alle nostre parole: guarda ciò che la nostra risposta diventa nella vita.
Il vero sì è quello che prende carne, che diventa scelta, gesto, atteggiamento, modo di vivere.
La conversione è il cammino attraverso cui il nostro no può diventare sì
Per questo la parola decisiva è conversione. Non semplicemente diventare più bravi o rispettare meglio delle regole, ma lasciarci cambiare dal Vangelo. La conversione nasce dal riconoscere che siamo amati, che siamo già raggiunti dalla misericordia di Dio. Siamo mendicanti di amore, e proprio perché amati possiamo ricominciare.
Il Padre non ci definisce per il nostro primo no. Ci lascia la possibilità di tornare nella vigna, di riprendere il cammino, di ricominciare. La conversione è questa possibilità sempre aperta: trasformare un no in un nuovo sì.
Il Regno diventa visibile quando il Vangelo diventa vita.
La vigna nella quale siamo chiamati a lavorare è la nostra vita concreta: la famiglia, la comunità, il lavoro, le relazioni, il modo in cui guardiamo e parliamo agli altri.
Il Regno di Dio diventa visibile quando il Vangelo entra realmente nella nostra vita: quando la carità supera il pregiudizio, quando impariamo ad accogliere, quando perdoniamo, quando serviamo con gratuità, quando le nostre parole diventano più dolci e i nostri sguardi più benevoli.
Non basta quindi andare nella vigna: occorre lavorarci. Non basta appartenere: occorre lasciarsi trasformare. Non basta dire sì: occorre che quel sì diventi vita.
E forse, è proprio questa la domanda che oggi possiamo portare con noi: il mio sì a Dio, nella mia vita concreta, che cosa sta diventando?
Il mio “sì” che diventa vita è quello che compie la volontà del Padre.
Possiamo allora chiederci:
Qual è il mio “sì” che non diventa vita?
Qual è il mio “no” che mi impedisce di lavorare nella vigna?
C’è un “no” che il Signore mi sta chiedendo di trasformare in un nuovo “sì”?
Quale Si devo imparare a dire per essere libero veramente ed essere di Gesù... e con I suoi sentimenti?
Che cosa mi aiuta a crescere e a dire ogni giorno un SI?
- il confronto con il vangelo;
- la preghiera personalmente, intima, e quotidiana;
- la Messa e l'Eucaristia;
- vivere la comunità;
- essere gratuito e accogliente;
- la carità senza pregiudizio;
- la generosità nel servire ...;
- amorevolezza degli sguardi;
- dolcezza delle parole;
- un buon esame di coscienza ogni giorno.
sabato 26 settembre 2026
Aprite bene le orecchie
Qo 11,9-12,8 e Lc 9,43-45
venerdì 25 settembre 2026
Una sola risposta
Qo 3,1-11 e Lc 9,18-22
giovedì 24 settembre 2026
Chi ascolta e chi fa finta
Qo 1,2-11 e Lc 9,7-9
mercoledì 23 settembre 2026
La sua forza ... il suo potere
Pr 30,5-9 e Lc 9,1-6
martedì 22 settembre 2026
Fratelli che ascoltano, madri che fanno
Pr 21,1-6.10-13 e Lc 8,19-21
Nel Vangelo di oggi, «madre» indica Maria, la madre di Gesù, mentre «fratelli» può avere, oltre al senso stretto, anche un significato più ampio di parentela o appartenenza. Gesù, però, non vuole definire i rapporti familiari, ma rivelare un nuovo modo di appartenere alla sua famiglia: ascoltare la Parola di Dio e metterla in pratica. Il Vangelo non cambia le parole, ma dona loro un significato nuovo e più profondo. Gesù non cerca semplicemente persone che lo stimino, lo rispettino e lo ascoltino, ma invita a entrare con lui in un rapporto di vera familiarità e intimità. La condizione è chiara: «Sono miei fratelli coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica». È nell’ascolto vissuto concretamente che nasce la vera appartenenza alla famiglia di Gesù.lunedì 21 settembre 2026
Matteo, un apostolo particolare
Ef 4,1-7.11-13 e Mt 9,9-11
domenica 20 settembre 2026
In progetto il Regno dei cieli
Is 55,6-9; Sal 144; Fil 1,20-24.27; Mt 20,1-16
sabato 19 settembre 2026
Il frutto disatteso
1Cor 15,35-37.42-49 e Lc 8,4-15
venerdì 18 settembre 2026
Uomini e donne, il gruppo e la comunità
1Cor 15,12-20 e Lc 8,1-3
giovedì 17 settembre 2026
Le lacrime del perdono
1Cor 15,1-11 e Lc 7,36-50
mercoledì 16 settembre 2026
Manifestazioni inattese
1Cor 12,31-13,13 e Lc 7,31-35
martedì 15 settembre 2026
Eccomi sotto la croce
Eb 5,7-9 e Gv 19,25-27
lunedì 14 settembre 2026
Croce: albero della vita
Per i cristiani, la croce diventa una tappa fondamentale della storia della salvezza. Se, secondo la mentalità comune, la croce manifesta l’odio più efferato e la violenza più estrema, nelle mani di Dio essa diventa invece lo strumento dell’amore. È il segno della riconciliazione tra l’umano e il divino, cioè tra il Creatore e la creatura. In questa prospettiva, Cristo, nella sua carne, sulla croce offre il proprio corpo a servizio dell’amore e per un bene più grande. La croce di Cristo diventa così una chiave interpretativa che ci obbliga a dare una lettura nuova degli eventi dell’umanità, così come della nostra storia personale. La croce non viene da Dio, ma Dio dona l’amore per trasformare la croce in un albero di vita
domenica 13 settembre 2026
AMARE SENZA CONDIZIONI
Sir 27,33-28,9 Sal 102 Rm 14,7-9 Mt 18,21-35
Domenica scorsa, con la celebrazione di inizio della Festa della Ripresa, vi ho detto: fare comunità lo sappiamo fare; essere comunità è tutta un’altra cosa. Possiamo organizzare, incontrarci, fare tante cose insieme… eppure rischiare di non incontrarci davvero, di fare tanto per gli altri senza imparare a fare con gli altri. Soprattutto quando, nel fare, esprimiamo noi stessi, senza essere accoglienti e senza prenderci cura degli altri: cioè quando l’io personale prevale sul noi comunitario.
Il Vangelo di domenica scorsa ci ricorda che il fratello non lo si giudica, non lo si abbandona, ma lo si custodisce, affinché non si perda. E questo custodire le relazioni custodisce anche la presenza di Cristo in mezzo a noi. Allora la SINFONIA della comunità diventa la traccia del cammino del nuovo anno pastorale: passare dal fare la comunità all’essere, cioè diventare più comunità.
Oggi facciamo un primo passo in avanti nell’essere comunità, per quanto possa sembrare difficile e non secondo la nostra umana inclinazione e possibilità. L’evangelista Matteo continua a proporre le parole di Gesù, dette quando era preoccupato dello stile della sua piccola comunità di discepoli, i quali facevano una gran fatica ad esserlo. E quando Matteo — che era un pubblicano e aveva sperimentato la non accoglienza, il non sentirsi custodito dai fratelli — deve affrontare lo stesso problema in una comunità di discepoli più grande, che si va costituendo, recupera nel Vangelo tutto il pensiero e l’insegnamento del Signore. Per questo ci mette di fronte alla parabola del servo maligno, che uccide con la sua spietata durezza, con il suo cinismo egocentrato, il fratello che, come lui, chiedeva solo di essere custodito e aiutato: chiedeva vicinanza, comprensione, di essere amato, di ottenere misericordia. Non diamo per scontato che chi abbiamo accanto si senta incluso nella comunità.Occorre pensare a quante sono le vittime, cioè i fratelli che, con il mio io, ho sacrificato alla mia presunta idea di essere comunità.
La parabola del Vangelo ci dice che il padrone ha condonato al servo maligno un debito enorme. Quello stesso servo, però, dopo essere stato liberato dal proprio debito, pretende dal suo compagno il pagamento di un debito piccolo. Nella conclusione della parabola, sono convinto che tutti l’abbiamo compresa in questo modo: «Se non perdoniamo di cuore, Dio ci condannerà!» Cioè: se non custodisco il mio fratello, io stesso sarò condannato da Dio. Ma Gesù, in realtà, non ci dice: «Se non perdoni, Dio ti punirà», bensì che il perdono che riceviamo da Dio è chiamato a diventare libertà dentro di noi. È un perdono liberante, che dà vita! Perdonare, nel Vangelo, significa lasciare andare il debito dell’altro, non pretendere nessun pagamento o rimborso. Perché il male della nostra spietata durezza dell’io non continui a possedere il nostro cuore.Infatti il cuore del servo maligno appartiene al demonio, al male: non ha accolto la misericordia di Dio ed è rimasto prigioniero del rancore. Matteo, con le parole di Gesù, è come se, anche alla luce della sua esperienza, ci stia invitando a essere veramente qualcosa oltre la nostra normale disponibilità ad essere comunità a volerlo essere ... il servo maligno non volle!
sabato 12 settembre 2026
Fede e fiducia
1Cor 10,14-22 e Lc 6,43-49
Chi mette in pratica la Parola che ascolta, chi si sforza di tradurre fedelmente il Vangelo nella propria vita, dimostra di fidarsi di Dio! Tanti di noi hanno sempre pronta una lista di difficoltà e problemi, quanto basta per tirarci indietro o per cercare abili e raffinati compromessi. Così, invece di accogliere il Vangelo come occasione di vita nuova, ci insabbiamo in ragionamenti che addomesticano la Parola e la trasformano in una favola a lieto fine. Chi si comporta così, nonostante le buone intenzioni, non sarà in grado di resistere alle tempeste della vita. Dobbiamo imparare a intrecciare fede e fiducia: credere significa dare credito a Dio, senza essere troppo esigenti e tempestivi nel chiedere la restituzione con gli interessi. La Parola che Dio semina nella nostra vita è affidata alla nostra libertà: tutto dipende dalla nostra attiva collaborazione. Chi ascolta non solo accoglie responsabilmente e consapevolmente la Parola, ma si impegna anche a tradurla in modo coerente nella propria vita.venerdì 11 settembre 2026
La psicologia della trave
1Cor 9,16-19.22-27 e Lc 6,39-42
giovedì 10 settembre 2026
Una misura traboccante
1Cor 8,1-7.11-13 e Lc 6,27-38
mercoledì 9 settembre 2026
La beatitudine è la meta
Nel Vangelo di Luca, le Beatitudini nascono dallo sguardo di Gesù rivolto ai suoi discepoli e ci invitano ad assumere una logica nuova, diversa da quella del mondo. Ci chiedono di non cercare la felicità nei beni materiali e nell’appagamento dei nostri desideri, perché, quando diventano il centro della vita, possono trasformarsi in una trappola. Le Beatitudini indicano una meta alta ed esigente, umanamente difficile da raggiungere, ma possibile con la grazia di Cristo. Siamo chiamati a riconoscere e superare i piccoli e grandi compromessi che ci allontanano da Dio. Chiediamo il coraggio di seguire con decisione il cammino che Dio ci indica verso la vera beatitudine.
martedì 8 settembre 2026
Natività di Maria
Mi 5,1-4 e Mt 1,1-16.18-23
La genealogia di Gesù nel Vangelo di Matteo non si conclude con il riferimento a Giuseppe: l’ultimo nome menzionato è quello di Maria, «dalla quale è nato Gesù». Per spiegare questo passaggio, così poco usuale in una genealogia, subito dopo l’evangelista ricorda che, prima della coabitazione con il suo sposo, Maria «si trovò incinta per opera dello Spirito Santo». Siamo così invitati a fissare lo sguardo su Gesù Cristo, centro e cuore della storia, e a celebrare la nascita di Maria in quanto Madre del Redentore. Tutto, infatti, è orientato a Cristo e da lui dipende: in vista di lui, Dio Padre, dall’eternità, la scelse come Madre tutta santa. Questo è un criterio teologico fondamentale, che dovremmo applicare con maggiore rigore anche sul piano pastorale.
lunedì 7 settembre 2026
Come rendere lode a Dio
1Cor 5,1-8 e Lc 6, 6-11
Tutto ciò che facciamo gli uni per gli altri per restituire all’“uomo” la sua dignità rende gloria a Dio. Questo impegno non solo è conforme alla legge di Dio, ma è anche un dovere. Anche se non siamo capaci di guarire, come Gesù, siamo chiamati a riconoscere l’intrinseca dignità che appartiene a ogni uomo e a ogni donna, a ciascuno di noi. A volte ci sembra di non poter fare molto per aiutare un fratello; anche in questi casi, però, possiamo e dobbiamo essere per tutti un segno di benevolenza, di prossimità e di attenzione.La domanda che Gesù pone nella sinagoga di Cafarnao interpella tutti, ma in modo particolare coloro che si considerano i custodi della tradizione. La domanda di Gesù può essere tradotta con queste parole: in che modo l’uomo può rendere lode a Dio?
domenica 6 settembre 2026
Fare comunità ed essere comunità
Fare comunità” e “essere comunità” non sono la stessa cosa, c’è una bella differenza tra fare ed essere.
Fare comunità lo sappiamo fare!
Sappiamo organizzare, programmare, proporre iniziative, creare occasioni d’incontro. E tutto questo è importante.
Così importante che possiamo correre il rischio di fare moltissimo per la comunità senza essere veramente comunità.
Si può organizzare un incontro e non incontrarsi davvero.
Si può lavorare insieme senza prendersi cura gli uni degli altri.
Si può parlare di fraternità senza riuscire a perdonarsi.
Si può fare tanto per gli altri, senza arrivare a fare qualcosa con gli altri.
Come è vero che tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare ...
Ecco, allora, qual è il mare che separa il dire dal fare?
È forse il mare della coerenza: quello spazio, spesso enorme, che separa ciò che diciamo di voler essere da ciò che siamo concretamente nelle relazioni quotidiane.
Quale è il mare da attraversare?
- il mare della fiducia, che non si proclama, ma si costruisce nel tempo;
- il mare dell’ascolto, perché non basta mettere insieme delle voci: occorre lasciare che l’altro ci cambi;
- il mare della reciprocità, perché una comunità non è un insieme di persone che ricevono qualcosa, ma persone che si sentono chiamate a dare qualcosa;
- il mare del conflitto conflitto, perché essere comunità significa anche attraversare le differenze senza trasformarle immediatamente in divisioni;
- il mare della responsabilità, perché non basta dire “la comunità dovrebbe…”: a un certo punto bisogna poter dire cosa “noi facciamo” di fronte alle necessità;
- il mare del tempo, perché una comunità autentica non si costruisce con un evento, un progetto o uno slogan, ma è il frutto di una quotidianità.
Forse, quindi, il mare è tutto ciò che dobbiamo attraversare perché il “noi” smetta di essere una parola e diventi un’esperienza. Per fare questa attraversata dobbiamo disarmare certi nostri pregiudizi e certi nostri spigoli che feriscono chi si accosta a noi.
Per essere comunità
Fare comunità parte dal “che cosa facciamo insieme”; essere comunità parte dal “chi diventiamo insieme”. Ed è proprio lì che il fare - il nostro troppo e sterile fare - può trasformarsi in essere.
In sintesi, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Tra il fare comunità e l’essere comunità, quel mare è la distanza tra l’organizzare relazioni e il lasciarsi coinvolgere dalle relazioni. Attraversarlo significa passare dal “fare per gli altri” al “fare con gli altri”, fino ad arrivare al “sentirsi parte gli uni degli altri”.
Il Vangelo di questa domenica, che per noi coincide con la ripresa, per me è l’inizio di un nuovo anno pastorale, diverso dal precedente, perché per me è davvero nuovo.
Un anno nel quale poter entrare ancora più profondamente nella vita di questa comunità e, insieme a voi, lasciarci condurre verso i pascoli che il Signore ci indica: spazi e pascoli della fede e dell'amore, dell'accoglienza e della fraternità, della compassione e della misericordia.
Sono questi i pascoli nei quali sperimentare come essere comunità.
Se lo scorso anno sono arrivato camminando, per dire il mio desiderio di camminare insieme, oggi vorrei dirvi che non mi basta camminare: vorrei che tutti insieme, non perché lo chiedo io o lo propongo io, ma perchè è il vangelo, ci divertissimo a essere una comunità, una comunità nella quale fare esperienza gli uni degli altri attraverso l’amorevole cura delle nostre relazioni.
Per questo, in questa proposta non trova spazio l’indifferenza verso il fratello, perché ogni fratello è quello della pecora smarrita: non è un fratello cattivo, è un fratello che si è perso. E questo cambia completamente ogni prospettiva.
Nella comunità ciò che è male va affrontato, mossi da un’unica priorità: che nessuno si perda.
Per questo la correzione non è mai soltanto un rimprovero, ma un tentativo di recupero: riportare alla vita ciò che rischia di perdersi. Lasciando, comunque, alla fine, ciascuno nella sua libertà, anche quella di restare fuori.
Il criterio della comunità è allora chiaro:custodire il fratello, custodire la relazione, significa custodire la presenza di Cristo in mezzo alla comunità.
Il cuore pulsante del vangelo di oggi è il versetto: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”.
Ma quei due o tre non si sono semplicemente accordati, no! Non si sono soltanto messi d’accordo: hanno trovato il modo di essere sinfonia, perché questo era il desiderio di Gesù. La parola greca usata dall'evangelista è proprio quella SINFONIA ... cioè insieme armonico delle varie voci, questa è come Gesù pensava la sua comunità ... la sua Chiesa.
sabato 5 settembre 2026
La lbertà della legge
1Cor 4,6-15 e Lc 6,1-5
venerdì 4 settembre 2026
Le cose nuove
1Cor 4,1-5 e Lc 5,33-39
giovedì 3 settembre 2026
Il lago miracoloso
1Cor 3,18-23 e Lc 5,1-11
mercoledì 2 settembre 2026
Gesù per ogni uomo e donna
1Cor 3,1-9 e Lc 4,38-44
martedì 1 settembre 2026
Da Nazaret a Cafarnao
1Cor 2,10-16 e Lc 4,31-37
lunedì 31 agosto 2026
La sfida di Nazaret
1Cor 2,1-5 e Lc 4,16-30
domenica 30 agosto 2026
Pensare secondo Dio
Ger 20,7-9 – Sal 62 – Rm 12,1-2 – Mt 16,21-27
sabato 29 agosto 2026
Confronto tra poteri
Ger 1,17-19 e Mc 6,17-29
La vicenda di Erode mostra che il potere mondano è solo un’illusione che si costruisce con la menzogna e si difende con la forza. Il suo potere si scioglie come neve al sole dinanzi ai cortigiani: non potendo venir meno al giuramento, fatto con inspiegabile ingenuità, si vede costretto a ordinare la morte a Giovanni. È così poco potente da agire contro la propria volontà! Giovanni, invece, ha un vero potere. In apparenza è in carcere, privo di libertà; in realtà egli è davvero libero perché non viene meno alle sue convinzioni, e fino alla fine annuncia la verità. Un uomo pronto a rinunciare alla vita per amore della verità.venerdì 28 agosto 2026
Tra stoltezza e saggezza
1Cor 1,17-25 e Mt 25,1-13
La stoltezza indica superficialità e mancanza di discernimento. Le cinque vergini stolte prendono le lampade, ma dimenticano l’olio: vivono il presente senza preoccuparsi di ciò che verrà e si lasciano sorprendere dagli eventi, quasi fossero poco interessate all’incontro con lo sposo. La saggezza, invece, indica consapevolezza. Le cinque vergini sagge vivono il presente guardando al futuro, orientando la loro vita all’arrivo dello sposo e preoccupandosi di avere olio a sufficienza. Le dieci vergini rappresentano la comunità cristiana: non contano solo le singole scelte, ma lo stile complessivo della vita. La parabola ci ricorda che non basta iniziare bene: occorre perseverare nella fedeltà fino alla fine.
giovedì 27 agosto 2026
Perché dovrebbe tornare?
1Cor 1,1-9 e Mt 24,42-51
mercoledì 26 agosto 2026
Un giusto esame di coscienza
Con queste parole Gesù non si limita a denunciare gli atteggiamenti e i comportamenti deplorevoli di scribi e farisei, ma arriva a descriverli come portatori di morte, persone da cui guardarsi: ostentano la propria fede e si presentano come suoi testimoni, ma in realtà "sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume". Il Vangelo, in realtà, non fa sconti a nessuno, soprattutto quando la fede rimane ostentata a parole, senza trovare riscontro nelle scelte della vita: quando, ad esempio, ci lasciamo guidare dalla convenienza, rifiutiamo di assumerci le nostre responsabilità o, peggio ancora, rinunciamo al bene. Il Vangelo, oggi, ci invita a guardare con sincerità dentro noi stessi e a riconoscere con umiltà il male che, così spesso, trova dimora in noi. Un buon esame di coscienza ci aiuta anche a verificare quanto facilmente ci ripieghiamo su noi stessi, fino a perdere il coraggio di dare una vera testimonianza di fede.
martedì 25 agosto 2026
Quando il dettaglio ci acceca
2Ts 2,1-3.13-17 e Mt 23,23-26
L’insegnamento evangelico è una provocazione per noi che, come moderni farisei, ci fermiamo a osservare la Legge con superficialità oppure con eccessivo scrupolo, senza accorgerci di trascurare altre cose più importanti. E sono proprio queste a dare forma e a determinare l’esperienza della fede: "la giustizia, la misericordia e la fedeltà". A giudizio di Gesù, questo atteggiamento negativo ci rende ciechi. Diventare ciechi è più facile di quanto si creda; ma ancora più facile – e certamente più grave – è non avere coscienza di esserlo. Questa è la conseguenza del nostro stile di vita, preoccupato e scrupoloso per le cose dell’io. Quante volte, per nutrire la vanità individuale, nel vestire o nel mangiare, ci preoccupiamo anche dei minimi dettagli; quando invece è in gioco il bene comune, diventiamo stranamente faciloni e troviamo mille giustificazioni, con la scusa che possiamo fare solo il possibile. Chi si preoccupa troppo di se stesso non avrà tempo per prendersi cura dell’altro. E chi vuole fare il bene senza rinunciare a nulla non potrà che vivere la carità come una scomoda condivisione.lunedì 24 agosto 2026
Natanaele è l'amico Bartolomeo
Ap 21,9-14 e Gv 1,45-51
domenica 23 agosto 2026
Domande, risposte, pietre vive
Is 22,19-23 Sal 137 Rm 11,33-36 Mt 16,13-20
1. La domanda
La vita di Gesù ha interrogato e affascinato, lungo i secoli, credenti e non credenti. Poeti, filosofi, scrittori, artisti e uomini di scienza hanno cercato di avvicinarsi al suo mistero. Eppure, dopo duemila anni, Gesù continua a porre una domanda decisiva: chi è veramente Gesù?
Il Vangelo ci conduce a Cesarea di Filippo, luogo segnato
da culti pagani e immagini di divinità. Proprio lì Gesù conduce i discepoli
alla domanda essenziale. Prima chiede: «La gente, chi dice che sia il Figlio
dell’uomo?». Le risposte, quelle della "opinione pubblica" lo
riconoscono come profeta, uomo di Dio, giusto. Ma sono risposte che rimangono
alla superficie.
Poi Gesù cambia prospettiva: «Ma voi, chi dite che io sia?». È il passaggio
dall’opinione alla relazione, dal «si dice» al «tu». È una domanda che
raggiunge anche noi: non basta sapere che cosa pensano gli altri di Gesù; la
fede comincia quando ci chiediamo: chi è Gesù per me?
2. La risposta
Pietro risponde: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Non è una risposta che Pietro costruisce da solo: la accoglie come un dono, attraverso la rivelazione del Padre. Questo è il cammino della fede: imparare a vedere oltre ciò che appare. Gli occhi vedono un uomo; la fede riconosce il Figlio. Il Figlio di Dio ... incarnato, morto e risorto ...
E quando Pietro riconosce Gesù, Gesù gli dona un nome nuovo: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa». Riconoscere Cristo trasforma anche noi e ci fa scoprire chi siamo: figli amati dal Padre.
3. La Chiesa
Cristo è la roccia, il fondamento. Pietro diventa pietra perché altri possano appoggiarsi a lui. Ma Pietro non è perfetto: conoscerà fragilità e cadute. Questo ci consola: Cristo non costruisce la sua Chiesa su uomini perfetti, ma su persone che si lasciano trasformare dalla sua grazia. Anche noi siamo piccole pietre, diverse l’una dall’altra, ma nelle mani di Gesù diventiamo pietre vive: vive dello Spirito Santo, vive del suo amore. Ognuno ha un posto e una missione nella Chiesa. Per questo la domanda di Gesù diventa anche una domanda sulla nostra vita: le persone che incontrano me trovano un punto d’appoggio? Possono fidarsi? Si sentono accolte, riconosciute, amate?
La vera professione di fede non consiste soltanto nel
dire «Tu sei il Cristo», ma nel vivere in modo che, attraverso di noi, qualcuno
possa incontrare il suo amore.
La Chiesa è questo: una comunità di vita, fatta di tante pietre diverse,
che insieme formano un unico edificio, nel segno della fraternità e della
comunione.
La domanda conduce alla risposta; la risposta ci trasforma; e la trasformazione ci rende pietre vive della Chiesa. Così, pietra dopo pietra, vita dopo vita, il Vangelo prende forma nel mondo e il Regno di Dio diventa visibile sulla terra.
sabato 22 agosto 2026
Vangelo sociale
Ez 43,1-7 e Mt 23,1-12
Attualizzare questo brano di Vangelo significa mettere al centro dell’esperienza cristiana il rifiuto della differenza legata ai titoli onorifici, l’uguaglianza nell’unica fraternità e la logica del servizio e dell’umiltà. Uno stile che, se era difficile da comprendere ai tempi di Gesù, anche oggi, nella comunità cristiana, non sempre trova piena accoglienza. Il Vangelo ci ricorda infatti che «uno solo è il vostro Maestro» e «uno solo è il Padre vostro», mentre «uno solo è la vostra Guida, il Cristo»: nessuno può porsi al di sopra degli altri. Oggi ogni sforzo di rendere concreto il Vangelo si traduce nella lotta al clericalismo, che suddivide i battezzati in base a scale gerarchiche, e si concretizza nello stile sinodale, cioè nel camminare insieme, valorizzando i diversi doni di ciascuno: siamo tutti fratelli e sorelle. L’autorità nella Chiesa è credibile solo se diviene testimonianza di vicinanza ai poveri e agli emarginati, quando cioè si pone a servizio dei figli di Dio.venerdì 21 agosto 2026
Amare gli amici è riflesso dell'amore di Dio
Ez 37,1-14 e Mt 22,34-40
giovedì 20 agosto 2026
I nostri NO al regno dei cieli
Ez 36,23-28 e Mt 22,1-14
Siamo tutti invitati al Regno dei cieli, ma spesso rifiutiamo l’invito perché presi dai nostri affari, dalle preoccupazioni e dai nostri programmi. La parabola mostra la progressione del rifiuto: si parte dall’indifferenza e dalla distrazione, fino ad arrivare persino alla violenza. Anche in questo nostro mondo, infiammato dalle guerre e dalle tensioni geopolitiche, il male, i conflitti e le tensioni sociali e familiari possono essere il frutto di un’umanità che vive di "rifiuto" e pretende di fare a meno di Dio. Ma questo rischio riguarda anche noi credenti: una fede vissuta superficialmente, senza un rapporto vivo con Dio, rischia di diventare sterile e di ostacolare l’azione dello Spirito Santo in noi. Eppure, nonostante i nostri rifiuti e le nostre distrazioni, Dio non si stanca di chiamarci. La sua voce continua a rivolgersi a ciascuno di noi: «Tutto è pronto; venite alle nozze». L’invito è ancora oggi rivolto a noi e non è mai troppo tardi per accoglierlo. Sta a noi scegliere se fermarci, mettere da parte, almeno per un momento, i nostri affanni, le nostre sicurezze e le nostre preoccupazioni, per ascoltare ciò che Dio ci sta dicendo.
mercoledì 19 agosto 2026
Un Dio pro-attivo ...
Ez 34,1-11 e Mt 20,1-16
Il protagonista della parabola è Uno solo: è Dio che esce e chiama, è Lui che si prende cura della sua vigna. Gli altri possono corrispondere o meno alla chiamata, ma tutto nasce da Lui e trova in Lui il suo essenziale riferimento. Accogliere il suo invito e andare nella vigna significa collaborare con Dio per fare di questa nostra fragile storia il giardino di Dio. Anche la Chiesa è chiamata a essere una comunità sempre pronta a mettersi in cammino. Lo Spirito la sospinge continuamente, la ricolma di amore e le dona il coraggio di ricominciare. È lo Spirito che impedisce alla Chiesa di cadere nella trappola della rassegnazione, della stanchezza e della delusione. È Lui che la rende una Chiesa capace, ogni giorno, di chiedere e accogliere l’amore e, ogni giorno, di rispondere con amore. Per questo non misura la fatica e non pretende alcuna ricompensa, neppure quella che potrebbe sembrare più legittima.martedì 18 agosto 2026
Quando ti fidi di Gesù ...
Ez 28,1-10 e Mt 19,23-30
lunedì 17 agosto 2026
Cosa devo fare di buono?
Ez 24.15-24 e Mt 19,16-22
Una domanda lecita, direi quasi corretta e necessaria. Stare con Gesù, ascoltarlo, non può che suscitare desideri di bene. Chi lo incontra si sente chiamato a dare il meglio di sé. Il Vangelo ha per protagonista un giovane che si sente interpellato dalle parole di Gesù e che entra in crisi… una crisi buona, perché nasce da una lettura profonda e piena di senso della propria vita. Quando anche noi sentiamo di non essere “pieni”, che ci manca qualcosa; quando siamo al limite di ciò che viviamo ogni giorno e vorremmo aprirci a qualcosa di nuovo; quando non ci bastano più le risposte che sappiamo darci da soli, ma siamo disposti a confidare in un Altro… ecco che ci sono tutte le premesse per iniziare l’avventura della fede. È il momento in cui i desideri belli che ci infiammano vanno custoditi e difesi dalla “paura” di lasciare tutte le sicurezze e le “comfort-zone” per stare con Lui, quell’uomo dalle parole affascinanti, che generano desiderio di vita e allontanano dalla tristezza.
domenica 16 agosto 2026
Non uomini di buona volontà, ma amati da Dio
Is 56,1.6-7; Sal 66; Rm 11,13-15.29-32; Mt 15,21-28