domenica 4 ottobre 2026

Capaci di prenderci cura

Gal 1,6-12 e Lc 10,25-37

La compassione diventa azione, e il samaritano si prende cura dell’uomo ferito. La semplicità del racconto rischia, però, di attenuare la forza provocatoria dell’insegnamento evangelico. È naturale prendersi cura delle persone che amiamo e alle quali siamo legati da vincoli affettivi. La parabola, invece, parla di un estraneo e presenta come modello della carità proprio un samaritano, considerato dai Giudei un eretico e un escluso. Gesù annuncia così una verità radicale: la carità è rivolta a tutti e impegna tutti. Nessuno escluso. Agli occhi di Dio, nessun uomo è estraneo e nessuno può essere abbandonato. Non è facile vivere questa verità, perché supera il nostro modo spontaneo di amare. Ma Dio non propone illusioni né chiede l’impossibile. La carità evangelica nasce dall’accoglienza di Dio, che ci rende capaci di andare oltre noi stessi e di riconoscere nell’altro, anche nell’estraneo, un fratello da accogliere e custodire.

La vigna che ci è affidata

Is 5,1-7   Sal 79   Fil 4,6-9   Mt 21,33-44 

Gesù comincia con una parola imperativa: «Ascoltate!» Non è un semplice invito. È una richiesta di attenzione, perché questa parabola parla anche di noi.

Ancora una volta ritorna l’immagine della vigna. La ritroviamo nella prima lettura di Isaia e nel Vangelo. La vigna è il popolo di Dio, è il Regno, è la comunità che Dio ama e alla quale affida qualcosa di prezioso.

Isaia ci ha raccontato una storia d’amore. Dio ha fatto tutto ciò che poteva per la sua vigna: ha preparato il terreno, ha piantato, ha custodito, ha protetto. Eppure la vigna non porta il frutto atteso.  È l’immagine di un amore che non trova risposta.  Di una fiducia tradita. Di una cura che incontra la durezza del cuore.

E viene spontanea la domanda: è questo il destino della vigna? È qui che finisce tutto?

Nel Vangelo Gesù riprende la stessa immagine, ma la porta a compimento.

Il padrone affida la vigna ai vignaioli e, quando arriva il tempo dei frutti, manda i suoi servi. Ma vengono rifiutati, maltrattati, uccisi. Alla fine, manda il proprio figlio.  E anche il figlio viene rifiutato.

Ma proprio qui accade qualcosa di inatteso: la pietra scartata diventa pietra d’angolo.

Colui che viene respinto diventa colui sul quale Dio costruisce. Il rifiuto non ha l’ultima parola.La morte non ha l’ultima parola. Dio è capace di trasformare lo scarto in vita.

E allora questa parabola parla anche di noi. Cosa ci sta dicendo?

La vigna oggi è anche la Chiesa. È la nostra comunità. È ciò che Dio ci affida. Bella o brutta che sia...

Ma attenzione: affidata non significa posseduta. Noi non siamo i padroni della vigna. Siamo i vignaioli. Siamo chiamati a custodire, lavorare, servire. Non a impadronircene.

Non comportiamoci da padroni … E anche i frutti non sono nostri. Non possiamo pretendere di possederli o di presentarli come un nostro merito. I frutti appartengono al Signore. Ecco che qui deve cambiare molto il nostro atteggiamento comunitario.

La domanda allora non è: «Quanto è mia questa vigna?»  Ma: «Quanto me ne sto prendendo cura?»

Perché il rischio dei vignaioli è sempre lo stesso: dimenticare che la vigna è stata affidata e cominciare a comportarsi da padroni.

E Dio continua a scegliere persone che, secondo i nostri criteri, sembrano inadatte alla vigna ma …  Dio non guarda come guardiamo noi. Dio guarda il cuore.

 

E allora quella parola iniziale ritorna: «Ascoltate!»

Ascoltiamo, perché la vigna è nelle nostre mani, ma non è nostra.

Non per possederla, ma per custodirla.

Ascoltiamo, perché il Regno non è qualcosa da possedere, ma da servire.

Non per sfruttarlo, ma per farlo fiorire.

Ascoltiamo, perché il frutto nasce quando lasciamo che Cristo sia davvero la pietra d’angolo della nostra vita e della nostra comunità.

 


 

sabato 3 ottobre 2026

Vedevo Satana cadere dal cielo come una folgore

Gb 42,1-3.5-6.12-16 e Lc 10,17-24

La meraviglia dei discepoli nasce dal constatare che «anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome». Comprendono così che il successo della missione non dipende dalle proprie capacità, ma dalla potenza del nome di Gesù. È una verità che rischiamo di dimenticare. Pensiamo spesso di poter combattere il male con la sola forza della ragione, dimenticando che la salvezza viene da Dio. Noi siamo chiamati a collaborare con Lui attraverso la preghiera, l’annuncio e la carità. La nostra battaglia, ricorda Paolo, non è contro gli uomini, ma contro le potenze del male. Per questo Gesù ci invita a non lasciarci affascinare dagli eventi straordinari, ma a radicarci nella certezza più grande: siamo amati da Dio e partecipiamo alla sua opera di salvezza nella storia.

venerdì 2 ottobre 2026

La piccolezza dei piccoli

Es 23,20-23 e  Mt 18,1-5.10

Nella sua predicazione, Gesù capovolge la logica del mondo e afferma che è veramente grande chi assume la condizione dei piccoli. Questo insegnamento acquista un significato particolare nella comunità ecclesiale: Gesù invita ad abbandonare la ricerca del primo posto e del potere e a scegliere l’ultimo posto, quello del servo. È questa la scelta che rende autentici discepoli. Il capitolo raccoglie alcuni insegnamenti attraverso i quali Gesù indica le condizioni perché un gruppo di discepoli diventi una vera comunità: la comunità della nuova alleanza, voluta da Dio e chiamata a essere sacramento del suo amore attraverso la Chiesa. L’evangelista presenta la piccolezza come condizione fondamentale della vita comunitaria, insieme alla responsabilità di non scandalizzare i fratelli, soprattutto i più piccoli. Ne deriva la carità fraterna, che spinge ciascuno a cercare e custodire l’altro, perché «il Padre vostro che è nei cieli non vuole che neanche uno di questi piccoli si perda». Diventare come bambini significa riconoscersi piccoli e coltivare la consapevolezza di essere figli, affidandosi con fiducia alla bontà del Padre.

giovedì 1 ottobre 2026

Dove ci mandi ...

Gb 19,21-27 e Lc 10,1-12

Viviamo in una società che ha ricevuto il Vangelo di Gesù e per secoli si è riconosciuta cristiana. Oggi, invece, sembra spesso rifiutarlo o considerarlo superfluo, guardandolo con indifferenza, quando non addirittura come un ostacolo. Non dobbiamo farci illusioni: nell’essere inviati incontreremo difficoltà crescenti. Un segnale evidente è l’assenza di Dio dalla vita di molti bambini, ragazzi e giovani: un ateismo spesso non frutto di ostilità, ma di insensibilità al mistero di Dio, sostituito dalla realtà virtuale e dalla pervasività del digitale. Questa situazione può però diventare un’occasione per riscoprire la fede nella sua essenzialità. Come nei primi secoli, l’annuncio del Vangelo dovrà essere accompagnato da una autentica testimonianza di vita. Abbiamo bisogno di una fede audace, che non si arrenda alle difficoltà e sappia dare pubblica testimonianza anche nella condizione di minoranza o di emarginazione. Una fede così vissuta mostra che il Vangelo ha ancora la forza di rinnovare la nostra vita e quella degli altri.

mercoledì 30 settembre 2026

Seguire

Gb 9,1-12.14-16 e Lc 9,57-62

Il Vangelo descrive tre incontri che presentano tre diverse modalità di risposta alla sequela: un’autocandidatura, una chiamata senza margine di negoziazione e, infine, una disponibilità condizionata. Situazioni differenti che illuminano la dinamica della chiamata a seguire il Signore.  Nel primo incontro emerge entusiasmo e prontezza, ma anche una certa ingenuità. La risposta di Gesù sembra ridimensionare quell’entusiasmo: senza scoraggiarlo, gli ricorda che la sequela non è una passeggiata, ma implica la condivisione della sua stessa missione.  Nel secondo incontro, invece, l’imperativo «Seguimi!» risuona con tutta l’autorità della parola del Maestro: è un appello radicale, un’offerta che non ammette condizioni. Prendere o lasciare. È una parola esigente, ma proprio per questo affascinante, soprattutto perché pronunciata da Gesù stesso. Nel terzo incontro, infine, la disponibilità è subordinata a una condizione. Ma una sequela condizionata rischia di annullarsi proprio nell’indisponibilità che la genera.


martedì 29 settembre 2026

Santi Arcangeli

Dn 7,9-10.13-14 e Gv 1,47-51

In un contesto virtuale e digitale come quello in cui viviamo, gli angeli rischiano di essere svuotati della loro realtà e ridotti a semplici immagini della fantasia. Nel contesto biblico, invece, sono presentati come creature celesti, partecipi del mistero di Dio e al suo servizio. L’esistenza degli esseri spirituali e incorporei, che la Sacra Scrittura chiama angeli, è una verità della fede cattolica. Essi appartengono alla realtà invisibile della creazione e ci ricordano che il reale non si esaurisce in ciò che possiamo vedere e comprendere con la sola ragione. La fede ci apre così alla contemplazione di un mistero che supera l’uomo, ma che Dio ha voluto rivelare. La verità sugli angeli non vuole alimentare la fantasia o la curiosità per il soprannaturale, ma richiamarci all’umiltà davanti al mistero di Dio. In questo senso è significativo Natanaele, nel quale Gesù riconosce un uomo senza falsità. Anche la realtà degli angeli ci invita a lasciarci sorprendere da un mistero più grande di noi, che trova il suo centro e il suo compimento in Cristo.

lunedì 28 settembre 2026

È un brutto segno.

Gb 1,6-22 e Lc 9,46-50

Se il Vangelo non diventa il metro di misura della nostra vita, finiamo inevitabilmente per seguire la mentalità corrente e le nostre inclinazioni. Questo modo di scegliere porta a continui compromessi, spesso giustificati dall’idea che sia necessario adattarsi alle condizioni del mondo. È proprio ciò che accade nella comunità dei discepoli di Gesù. Mentre lui annuncia la croce, i Dodici discutono invece dei posti d’onore. Non siamo più all’inizio del cammino: tante esperienze avrebbero dovuto lasciare un segno profondo. Eppure, con una certa amarezza, l’evangelista mostra che rimane ancora un contrasto tra la Parola annunciata da Gesù e i desideri coltivati dai suoi discepoli. Essere discepoli di Gesù non significa soltanto ascoltare le sue parole, ma lasciarsi trasformare da esse e conformare la propria vita al suo insegnamento. Significa dare credito al Maestro di Galilea e, di conseguenza, cambiare in profondità il modo di pensare e di agire.

domenica 27 settembre 2026

Conversione nel SI

Ez 18,25-28 Sal 24 Fil 2,1-11 Mt 21,28-32

Ecco l'immagine che oggi vorrei estrarre dalla Parola di Dio e condividere insieme.

Punto di partenza è che il regno dei cieli si rende evidente e concreto attraverso e nella nostra vita di tutti i giorni. È mistero di Dio nella vita reale, quando la vita diventa vangelo e quando io sono credibile testimone e discepolo di Gesù... non é quindi il premio dei buoni e dei giusti ...

 

Non basta dire “sì”: il nostro sì deve diventare vita

La parabola dei due figli ci porta a guardare con sincerità ai nostri “sì” e ai nostri “no”. Perché non sempre ciò che diciamo coincide con ciò che viviamo. Possiamo dire sì al Signore, alla fede, al Vangelo, e poi lasciare che le nostre scelte quotidiane dicano altro. E possiamo anche partire da un no, da una fatica, da una resistenza, e poi cambiare strada.

Il Padre non si ferma alle nostre parole: guarda ciò che la nostra risposta diventa nella vita.

Il vero sì è quello che prende carne, che diventa scelta, gesto, atteggiamento, modo di vivere.

 

La conversione è il cammino attraverso cui il nostro no può diventare sì

Per questo la parola decisiva è conversione. Non semplicemente diventare più bravi o rispettare meglio delle regole, ma lasciarci cambiare dal Vangelo. La conversione nasce dal riconoscere che siamo amati, che siamo già raggiunti dalla misericordia di Dio. Siamo mendicanti di amore, e proprio perché amati possiamo ricominciare.

Il Padre non ci definisce per il nostro primo no. Ci lascia la possibilità di tornare nella vigna, di riprendere il cammino, di ricominciare. La conversione è questa possibilità sempre aperta: trasformare un no in un nuovo sì.

 

Il Regno diventa visibile quando il Vangelo diventa vita.

La vigna nella quale siamo chiamati a lavorare è la nostra vita concreta: la famiglia, la comunità, il lavoro, le relazioni, il modo in cui guardiamo e parliamo agli altri.

Il Regno di Dio diventa visibile quando il Vangelo entra realmente nella nostra vita: quando la carità supera il pregiudizio, quando impariamo ad accogliere, quando perdoniamo, quando serviamo con gratuità, quando le nostre parole diventano più dolci e i nostri sguardi più benevoli.

Non basta quindi andare nella vigna: occorre lavorarci. Non basta appartenere: occorre lasciarsi trasformare. Non basta dire sì: occorre che quel sì diventi vita.

 

E forse, è proprio questa la domanda che oggi possiamo portare con noi: il mio sì a Dio, nella mia vita concreta, che cosa sta diventando?

 

Il mio “sì” che diventa vita è quello che compie la volontà del Padre.

Possiamo allora chiederci:

Qual è il mio “sì” che non diventa vita?

Qual è il mio “no” che mi impedisce di lavorare nella vigna?

C’è un “no” che il Signore mi sta chiedendo di trasformare in un nuovo “sì”?

Quale Si devo imparare a dire per essere libero veramente ed essere di Gesù... e con I suoi sentimenti?

 

Che cosa mi aiuta a crescere e a dire ogni giorno un SI?

- il confronto con il vangelo;

- la preghiera personalmente, intima, e quotidiana;

- la Messa e l'Eucaristia;

- vivere la comunità;

- essere gratuito e accogliente;

- la carità senza pregiudizio;

- la generosità nel servire ...;

- amorevolezza degli sguardi;

- dolcezza delle parole;

- un buon esame di coscienza ogni giorno.

sabato 26 settembre 2026

Aprite bene le orecchie

Qo 11,9-12,8 e Lc 9,43-45

La parola di Gesù infrange con durezza ogni illusione e ogni forma di ingenuo entusiasmo. Egli annuncia chiaramente, nelle parole dell’evangelista, che la sua missione non si compie tra gli onori, ma passa attraverso l’infamia della croce. Il testo greco è ancora più rude: «Mettetevi nelle orecchie». Potremmo tradurre anche: «Aprite bene le orecchie». Gesù conosce il nostro cuore, affascinato da molte illusioni e spesso in contrasto con la verità e l’evidenza della fede, che non ci immerge nel mondo delle favole, ma ci apre gli occhi sulla realtà. La croce non si contrappone semplicemente all’illusione: ci insegna l’amore che non fugge davanti alla paura e al male, che non si nasconde dietro fragili compromessi. È un amore che abbraccia tutti, anche coloro che lo crocifissero…

venerdì 25 settembre 2026

Una sola risposta

Qo 3,1-11 e Lc 9,18-22

La domanda che risuona nel Vangelo è il fondamento della nostra fede; dalla risposta che diamo dipende l’orientamento di tutta la nostra vita. La risposta di Simone, in realtà, possiamo riscriverla con queste parole: «Tu e nessun altro». Questa consapevolezza possiamo considerarla il cuore e il centro della fede di ogni discepolo di Gesù. Questa stessa risposta dovrebbe risuonare con maggiore convinzione nelle scelte di vita e nella nostra quotidianità; invece, sembra che questa verità così semplice ed essenziale non emerga sempre con chiarezza. La risposta di Simone non è semplicemente spirituale, ma è così concreta da portarlo a dare testimonianza con la sua vita. La nostra risposta oggi manca spesso di un prerequisito: il coraggio e l’amore per Cristo.

giovedì 24 settembre 2026

Chi ascolta e chi fa finta

Qo 1,2-11 e Lc 9,7-9

Il tetrarca Erode riceve notizie riguardo a un certo Gesù e viene così a sapere dell’opera compiuta da quello sconosciuto Rabbì della Galilea. Ma a Erode non interessa il contenuto della sua predicazione: non si lascia interpellare, né tantomeno mettere in discussione. Di Gesù gli interessa soltanto una lettura politica degli eventi. La sua unica preoccupazione è custodire il proprio potere e difendere i propri privilegi. Anche noi possiamo correre il rischio di comportarci come Erode. Ascoltiamo la Parola, ma senza preoccuparci veramente di comprenderla e di accogliere tutte le conseguenze che essa implica per la nostra vita. Possiamo fermarci a una lettura superficiale del Vangelo, senza accoglierlo e coltivarlo con amore, senza meditarlo con attenzione e senza lasciarci seriamente interpellare da esso. Il rischio è quello di ascoltare senza lasciarci trasformare, di conoscere il Vangelo senza permettere che esso metta in discussione le nostre certezze, le nostre abitudini e le nostre scelte. 

mercoledì 23 settembre 2026

La sua forza ... il suo potere

Pr 30,5-9 e Lc 9,1-6

"Lì mandò ad annunciare il regno di Dio e a guarire gli infermi". Questo invio a suo nome ha radici profonde nell’esperienza vissuta con il Signore, precisamente nel momento in cui furono chiamati a seguirlo. Da allora hanno iniziato a vivere una comunione sempre più intima con il Maestro. Ed è proprio questa esperienza di intimità con Lui che permette e realizza l’invio in missione: solo chi cammina con il Signore, ascolta la sua Parola e ha visto i suoi segni meravigliosi può essere inviato ad agire nel suo Nome. Una vita più intensa di preghiera, l’ascolto della Parola e la partecipazione frequente all’Eucaristia alimentano e custodiscono il desiderio di vivere a servizio del Regno. Chi cerca e trova Dio non si accontenta di averlo nel cuore, ma desidera che Egli abiti nel cuore di tutti.

martedì 22 settembre 2026

Fratelli che ascoltano, madri che fanno

Pr 21,1-6.10-13 e  Lc 8,19-21

Nel Vangelo di oggi, «madre» indica Maria, la madre di Gesù, mentre «fratelli» può avere, oltre al senso stretto, anche un significato più ampio di parentela o appartenenza. Gesù, però, non vuole definire i rapporti familiari, ma rivelare un nuovo modo di appartenere alla sua famiglia: ascoltare la Parola di Dio e metterla in pratica. Il Vangelo non cambia le parole, ma dona loro un significato nuovo e più profondo. Gesù non cerca semplicemente persone che lo stimino, lo rispettino e lo ascoltino, ma invita a entrare con lui in un rapporto di vera familiarità e intimità. La condizione è chiara: «Sono miei fratelli coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica». È nell’ascolto vissuto concretamente che nasce la vera appartenenza alla famiglia di Gesù.

lunedì 21 settembre 2026

Matteo, un apostolo particolare

Ef 4,1-7.11-13 e Mt 9,9-11

Il Vangelo di oggi è una provocazione per tutti coloro che hanno una responsabilità nella comunità cristiana: sacerdoti, catechisti e operatori pastorali. Gesù ci chiede di non lasciare indietro nessuno, ma di accostarci a ogni persona con amore, offrendo il pane della sua Parola e aiutandola a liberarsi da ciò che le impedisce di camminare verso Dio. Matteo ne è un esempio straordinario. Pubblicano, considerato peccatore ed escluso, si sente dire da Gesù una sola parola: «Seguimi». Matteo lascia tutto e cambia vita. Il suo passato non é motivo di condanna: diventa, attraverso l'incontro con Cristo, una nuova possibilità. «Misericordia io voglio e non sacrifici». Gesù non viene a chiamare chi si crede giusto, ma chi riconosce di avere bisogno di Lui. San Matteo ci ricorda che nessuno è definito dai propri errori: un incontro con Cristo può aprire una strada nuova.

domenica 20 settembre 2026

In progetto il Regno dei cieli

Is 55,6-9; Sal 144; Fil 1,20-24.27; Mt 20,1-16

Nelle domeniche della Festa della ripresa vi ho parlato di progetto pastorale, cioè del passare dal fare comunità all'essere comunità. Ma cosa significa concretamente?Alla luce del Vangelo di questa domenica, potremmo dire che il progetto pastorale è il modo concreto con cui una comunità esprime e vive il Regno dei cieli, che è già in mezzo a noi. La parabola degli operai della vigna ci provoca: il Regno non segue la logica del merito. Dio viene incontro a tutti, anche a chi arriva tardi; accoglie, ama e dona gratuitamente. Per questo, essere comunità significa camminare insieme, accogliere tutti e far sentire a ciascuno che nella casa di Dio c'è posto per lui.
Ma come possiamo diventare concretamente una comunità così? Dobbiamo andare a scuola di missione. Ci chiediamo: quando abbiamo vissuto nel nostro paese, nel lavoro, nelle famiglie, un'esperienza di vicinanza, carità, accoglienza e gratuità? Quando la nostra vita ordinaria ha dato una testimonianza credibile di Gesù e del Vangelo?
Per troppo tempo abbiamo rischiato di vivere una fede soprattutto conservativa, fatta di tradizioni, liturgie e schemi. Questo ha affievolito il nostro slancio missionario. Gesù invece ci dice: «Quando sarò innalzato attirerò tutti a me». Ma come può Gesù attirare, se noi non siamo capaci di essere testimoni credibili e accoglienti?Imparare a essere artigiani del Regno significa allora:
Dare centralità alla Parola e all'Eucaristia: dalla Scrittura e dalla celebrazione nasce la forza per uscire incontro agli altri.
Vivere la corresponsabilità: ogni battezzato è chiamato a essere protagonista della missione della Chiesa, non semplice spettatore.
Amare il proprio territorio e la propria gente: la parrocchia non è un ufficio o un club, ma «la Chiesa posta in mezzo alle case», vicina alle gioie, alle speranze e alle sofferenze delle persone.
Essere accoglienti e fraterni: mettere da parte pregiudizi e steccati e farsi prossimi a chi è solo, ferito o in ricerca.
Dare tempo al servizio: catechesi, carità, liturgia, animazione... Come gli operai della parabola, anch'io sono chiamato a dire: «Vado anch'io nella vigna».
La parabola ci ricorda infine che Dio non ragiona secondo la logica del merito. Gli operai della prima ora ricevono quanto quelli dell'ultima ora. E Gesù domanda: «Sei invidioso perché io sono buono?». Il Regno dei cieli è proprio questo: l'amore di Dio è gratuito e non può diventare una ricompensa dovuta. Il credente è chiamato ad accogliere questa gratuità e a gioire perché viene donata a tutti, anche a chi, secondo i nostri criteri, non la meriterebbe. E allora il progetto pastorale non è semplicemente fare più cose. È diventare una comunità che vive la gratuità di Dio, accoglie tutti, serve e porta nel mondo la bellezza del Vangelo. Questo è il Regno dei cieli.

sabato 19 settembre 2026

Il frutto disatteso

1Cor 15,35-37.42-49 e Lc 8,4-15

Insegnare, condividere e comunicare attraverso le parabole rappresenta il modo in cui Gesù si rivolge alle folle, soprattutto quando sono numerose e si radunano attorno a lui. Questa parabola ci ricorda che tra la semina e il raccolto non solo vi è una grande distanza, ma anche numerosi ostacoli che, in molti casi, impediscono al seme di germogliare. Gesù non parla solo ai discepoli, ma parla dei discepoli: il terreno che accoglie il seme è un’immagine eloquente di coloro che ascoltano la Parola. La parabola, perciò, contiene un ammonimento: accogliere la Parola è solo il primo passo di un cammino che, malgrado le intenzioni iniziali, potrebbe interrompersi. Tanti cristiani, e forse anche noi tra questi, siamo convinti di aver accolto il Vangelo nella nostra vita e, malgrado i nostri limiti, pensiamo di essere buoni discepoli. Ma, alla luce di una verifica più attenta, forse ci rendiamo conto di non aver portato quel frutto che Dio attendeva.

venerdì 18 settembre 2026

Uomini e donne, il gruppo e la comunità

1Cor 15,12-20 e Lc 8,1-3

Insieme ai Dodici c’erano anche alcune donne. Si tratta di un gruppo stabile, a indicare che le donne non si trovano per caso in mezzo al gruppo apostolico, né in forma estemporanea. L’evangelista dice che le donne «li servivano con i loro beni». Qui non si parla soltanto di Gesù, ma dell’intera comunità apostolica. Il verbo greco utilizzato per descrivere ciò che le donne facevano è "diakonein", un verbo che potrebbe far pensare ci semplicemente a una forma di assistenza materiale, ma che rimanda anche a una ministerialità di natura ecclesiale. Occorrerebbe approfondire il senso che assume il verbo rispetto alla ministerialità  del servizio. Ma non è questo li luogo. Questo verbo, comunque, offre una conferma circa il ruolo che le donne assumono all’interno della comunità: esse non sono soggetti passivi, né sono destinate a occupare soltanto posti marginali, ma partecipano a pieno titolo a quel servizio al quale sono chiamati tutti i discepoli. Nel Vangelo, dunque, il femminile ha trovato piena cittadinanza.

giovedì 17 settembre 2026

Le lacrime del perdono

1Cor 15,1-11 e Lc 7,36-50

La donna arriva davanti a Gesù portando il peso del giudizio degli altri. Per il fariseo è soltanto «una peccatrice»: il suo passato sembra definirla e non lasciarle alcun futuro. Gesù, invece, guarda oltre l'errore. Accoglie la donna senza umiliarla e riconosce nei suoi gesti un cuore capace ancora di amare, di fidarsi e di cambiare. Il suo perdono non cancella semplicemente il passato, ma apre una strada nuova: «La tua fede ti ha salvata; va' in pace». Le sue lacrime sono voce del suo desiderio di perdono e di amore a Gesù. Anche noi rischiamo di giudicare una persona per ciò che ha fatto, dimenticando ciò che può ancora diventare. Gesù ci insegna uno sguardo diverso: uno sguardo che non condanna, ma dà fiducia e lascia sempre aperta la possibilità di ricominciare.

mercoledì 16 settembre 2026

Manifestazioni inattese

1Cor 12,31-13,13 e Lc 7,31-35

C’è una domanda che attraversa tutto il testo: di fronte al modo in cui Dio si manifesta, l’uomo ha già deciso quale dovrebbe essere il modo in cui Dio deve manifestarsi. Le parole di Gesù non si riferiscono solo ai farisei, ma alla generazione che rifiuta sia la predicazione di Giovanni sia la sua. Essa dimostra un’ostinata immaturità e la tendenza a lasciarsi guidare dai propri umori e dalle proprie aspettative, incapace di riconoscere Dio quando si manifesta in modo inatteso. La parola di Gesù intende scuotere anche noi e ci chiede di riconoscere la luce che Dio semina nelle pieghe della storia, personale e collettiva. Di fronte a chi ha già deciso come Dio debba agire, Gesù ci chiede di crescere e di imparare a guardare la realtà con la sapienza di Dio, che per amore ha scelto di abitare la nostra storia.

martedì 15 settembre 2026

Eccomi sotto la croce

Eb 5,7-9 e Gv 19,25-27

Oggi, con questa memoria devozionale, contempliamo la croce attraverso gli occhi di Maria. La Vergine Addolorata è icona del discepolo che segue fedelmente Gesù fino alla croce: «Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Maria, nel momento del dolore, non è fuggita; nel tempo della prova è rimasta fedele. Maria sperava che quella croce non potesse essere la fine. Dove c’è Dio, la parola “fine” non ha senso. Per questo Maria è rimasta ai piedi della croce, non come una donna affranta dalla sofferenza, ma con la certezza che Dio compie la sua opera. Nel momento in cui vede morire il Figlio, generato nella carne, riceve un altro figlio. Il Vangelo non riferisce alcuna risposta di Maria. L’«Eccomi», pronunciato anni prima, nella casa di Nazaret, è la radice di un’obbedienza che segna tutti i passi della sua vita.

lunedì 14 settembre 2026

Croce: albero della vita

Nm 21,4-9 e Gv 3,13-17

Per i cristiani, la croce diventa una tappa fondamentale della storia della salvezza. Se, secondo la mentalità comune, la croce manifesta l’odio più efferato e la violenza più estrema, nelle mani di Dio essa diventa invece lo strumento dell’amore. È il segno della riconciliazione tra l’umano e il divino, cioè tra il Creatore e la creatura. In questa prospettiva, Cristo, nella sua carne, sulla croce offre il proprio corpo a servizio dell’amore e per un bene più grande. La croce di Cristo diventa così una chiave interpretativa che ci obbliga a dare una lettura nuova degli eventi dell’umanità, così come della nostra storia personale. La croce non viene da Dio, ma Dio dona l’amore per trasformare la croce in un albero di vita

domenica 13 settembre 2026

AMARE SENZA CONDIZIONI

Sir 27,33-28,9   Sal 102   Rm 14,7-9   Mt 18,21-35

Domenica scorsa, con la celebrazione di inizio della Festa della Ripresa, vi ho detto: fare comunità lo sappiamo fare; essere comunità è tutta un’altra cosa. Possiamo organizzare, incontrarci, fare tante cose insieme… eppure rischiare di non incontrarci davvero, di fare tanto per gli altri senza imparare a fare con gli altri. Soprattutto quando, nel fare, esprimiamo noi stessi, senza essere accoglienti e senza prenderci cura degli altri: cioè quando l’io personale prevale sul noi comunitario.

Il Vangelo di domenica scorsa ci ricorda che il fratello non lo si giudica, non lo si abbandona, ma lo si custodisce, affinché non si perda. E questo custodire le relazioni custodisce anche la presenza di Cristo in mezzo a noi. Allora la SINFONIA della comunità diventa la traccia del cammino del nuovo anno pastorale: passare dal fare la comunità all’essere, cioè diventare più comunità.

Oggi facciamo un primo passo in avanti nell’essere comunità, per quanto possa sembrare difficile e non secondo la nostra umana inclinazione e possibilità. L’evangelista Matteo continua a proporre le parole di Gesù, dette quando era preoccupato dello stile della sua piccola comunità di discepoli, i quali facevano una gran fatica ad esserlo. E quando Matteo — che era un pubblicano e aveva sperimentato la non accoglienza, il non sentirsi custodito dai fratelli — deve affrontare lo stesso problema in una comunità di discepoli più grande, che si va costituendo, recupera nel Vangelo tutto il pensiero e l’insegnamento del Signore. Per questo ci mette di fronte alla parabola del servo maligno, che uccide con la sua spietata durezza, con il suo cinismo egocentrato, il fratello che, come lui, chiedeva solo di essere custodito e aiutato: chiedeva vicinanza, comprensione, di essere amato, di ottenere misericordia. Non diamo per scontato che chi abbiamo accanto si senta incluso nella comunità.Occorre pensare a quante sono le vittime, cioè i fratelli che, con il mio io, ho sacrificato alla mia presunta idea di essere comunità. 

La parabola del Vangelo ci dice che il padrone ha condonato al servo maligno un debito enorme. Quello stesso servo, però, dopo essere stato liberato dal proprio debito, pretende dal suo compagno il pagamento di un debito piccolo. Nella conclusione della parabola, sono convinto che tutti l’abbiamo compresa in questo modo: «Se non perdoniamo di cuore, Dio ci condannerà!» Cioè: se non custodisco il mio fratello, io stesso sarò condannato da Dio. Ma Gesù, in realtà, non ci dice: «Se non perdoni, Dio ti punirà», bensì che il perdono che riceviamo da Dio è chiamato a diventare libertà dentro di noi. È un perdono liberante, che dà vita! Perdonare, nel Vangelo, significa lasciare andare il debito dell’altro, non pretendere nessun pagamento o rimborso. Perché il male della nostra spietata durezza dell’io non continui a possedere il nostro cuore.Infatti il cuore del servo maligno appartiene al demonio, al male: non ha accolto la misericordia di Dio ed è rimasto prigioniero del rancore. Matteo, con le parole di Gesù, è come se, anche alla luce della sua esperienza, ci stia invitando a essere veramente qualcosa oltre la nostra normale disponibilità ad essere comunità a volerlo essere ... il servo maligno non volle!

sabato 12 settembre 2026

Fede e fiducia

1Cor 10,14-22 e  Lc 6,43-49

Chi mette in pratica la Parola che ascolta, chi si sforza di tradurre fedelmente il Vangelo nella propria vita, dimostra di fidarsi di Dio! Tanti di noi hanno sempre pronta una lista di difficoltà e problemi, quanto basta per tirarci indietro o per cercare abili e raffinati compromessi. Così, invece di accogliere il Vangelo come occasione di vita nuova, ci insabbiamo in ragionamenti che addomesticano la Parola e la trasformano in una favola a lieto fine. Chi si comporta così, nonostante le buone intenzioni, non sarà in grado di resistere alle tempeste della vita. Dobbiamo imparare a intrecciare fede e fiducia: credere significa dare credito a Dio, senza essere troppo esigenti e tempestivi nel chiedere la restituzione con gli interessi. La Parola che Dio semina nella nostra vita è affidata alla nostra libertà: tutto dipende dalla nostra attiva collaborazione. Chi ascolta non solo accoglie responsabilmente e consapevolmente la Parola, ma si impegna anche a tradurla in modo coerente nella propria vita.

venerdì 11 settembre 2026

La psicologia della trave

1Cor 9,16-19.22-27 e Lc 6,39-42

Questo Vangelo non ci parla dei rapporti con il prossimo, ma di quella particolare relazione che dobbiamo instaurare con i fratelli nella fede, con i quali condividiamo la nostra stessa storia. La correzione non è una rivendicazione di giustizia o di verità, ma fa parte di quel reciproco sostegno materiale e spirituale che ciascuno ha il dovere di donare all’altro. Nell’immagine della pagliuzza e della trave veniamo messi di fronte alla tentazione di ingigantire i difetti degli altri, a discapito di un’oggettiva consapevolezza dei nostri. Rispetto ai fratelli ci viene proposto di imparare ad accogliere l’altro con i suoi difetti. Riconoscere il proprio limite, tenendolo sempre davanti a noi stessi, ci rende più compassionevoli nei confronti degli altri e ci eviterà giudizi severi e privi di carità. Tutto questo rappresenta il nostro cammino di conversione relazionale, che potrà aiutare il fratello a comprendere i propri limiti e a correggersi.

giovedì 10 settembre 2026

Una misura traboccante

1Cor 8,1-7.11-13 e Lc 6,27-38

Gesù non ci dice semplicemente ciò che ci piace o che già conosciamo; non ci chiede soltanto di essere più gentili e responsabili con tutti, né si limita a confermare la nostra morale, ma conduce l’uomo oltre se stesso. Le sue parole sono per chi è disposto ad accogliere con docilità il suo insegnamento, anche quando mette in discussione le nostre certezze e ci chiede di andare oltre ciò che riteniamo possibile. Gesù non si limita a chiederci di rinunciare alla vendetta o di comportarci bene con gli altri: ci invita a rivestire di carità persino le relazioni che ci feriscono. È una proposta che supera la logica spontanea dell’istinto e della ragione e ci conduce oltre noi stessi. Questa è la misura traboccante del Vangelo: non una semplice morale più esigente, ma un amore che supera il limite del dovuto e del ragionevole. Gesù ci chiede di entrare nella misura stessa di Dio, che non calcola ciò che meritiamo, ma dona con sovrabbondanza.

mercoledì 9 settembre 2026

La beatitudine è la meta

1Cor 7,25-31 e Lc 6,20-26

Nel Vangelo di Luca, le Beatitudini nascono dallo sguardo di Gesù rivolto ai suoi discepoli e ci invitano ad assumere una logica nuova, diversa da quella del mondo. Ci chiedono di non cercare la felicità nei beni materiali e nell’appagamento dei nostri desideri, perché, quando diventano il centro della vita, possono trasformarsi in una trappola. Le Beatitudini indicano una meta alta ed esigente, umanamente difficile da raggiungere, ma possibile con la grazia di Cristo. Siamo chiamati a riconoscere e superare i piccoli e grandi compromessi che ci allontanano da Dio. Chiediamo il coraggio di seguire con decisione il cammino che Dio ci indica verso la vera beatitudine.







martedì 8 settembre 2026

Natività di Maria

Mi 5,1-4 e Mt 1,1-16.18-23

La genealogia di Gesù nel Vangelo di Matteo non si conclude con il riferimento a Giuseppe: l’ultimo nome menzionato è quello di Maria, «dalla quale è nato Gesù». Per spiegare questo passaggio, così poco usuale in una genealogia, subito dopo l’evangelista ricorda che, prima della coabitazione con il suo sposo, Maria «si trovò incinta per opera dello Spirito Santo». Siamo così invitati a fissare lo sguardo su Gesù Cristo, centro e cuore della storia, e a celebrare la nascita di Maria in quanto Madre del Redentore. Tutto, infatti, è orientato a Cristo e da lui dipende: in vista di lui, Dio Padre, dall’eternità, la scelse come Madre tutta santa. Questo è un criterio teologico fondamentale, che dovremmo applicare con maggiore rigore anche sul piano pastorale.

lunedì 7 settembre 2026

Come rendere lode a Dio

1Cor 5,1-8 e Lc 6, 6-11

Tutto ciò che facciamo gli uni per gli altri per restituire all’“uomo” la sua dignità rende gloria a Dio. Questo impegno non solo è conforme alla legge di Dio, ma è anche un dovere. Anche se non siamo capaci di guarire, come Gesù, siamo chiamati a riconoscere l’intrinseca dignità che appartiene a ogni uomo e a ogni donna, a ciascuno di noi. A volte ci sembra di non poter fare molto per aiutare un fratello; anche in questi casi, però, possiamo e dobbiamo essere per tutti un segno di benevolenza, di prossimità e di attenzione.La domanda che Gesù pone nella sinagoga di Cafarnao interpella tutti, ma in modo particolare coloro che si considerano i custodi della tradizione. La domanda di Gesù può essere tradotta con queste parole: in che modo l’uomo può rendere lode a Dio?


domenica 6 settembre 2026

Fare comunità ed essere comunità

Ez 33,1.7-9 Sal 94 Rm 13,8-10 Mt 18,15-20

Fare comunità” e “essere comunità” non sono la stessa cosa, c’è una bella differenza tra fare ed essere.
Fare comunità lo sappiamo fare!
Sappiamo organizzare, programmare, proporre iniziative, creare occasioni d’incontro. E tutto questo è importante.
Così importante che possiamo correre il rischio di fare moltissimo per la comunità senza essere veramente comunità.
Si può organizzare un incontro e non incontrarsi davvero.
Si può lavorare insieme senza prendersi cura gli uni degli altri.
Si può parlare di fraternità senza riuscire a perdonarsi.
Si può fare tanto per gli altri, senza arrivare a fare qualcosa con gli altri.
Come è vero che tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare ...
Ecco, allora, qual è il mare che separa il dire dal fare?
È forse il mare della coerenza: quello spazio, spesso enorme, che separa ciò che diciamo di voler essere da ciò che siamo concretamente nelle relazioni quotidiane.
Quale è il mare da attraversare?

- il mare della fiducia, che non si proclama, ma si costruisce nel tempo;
- il mare dell’ascolto, perché non basta mettere insieme delle voci: occorre lasciare che l’altro ci cambi;
- il mare della reciprocità, perché una comunità non è un insieme di persone che ricevono qualcosa, ma persone che si sentono chiamate a dare qualcosa;
- il mare del conflitto conflitto, perché essere comunità significa anche attraversare le differenze senza trasformarle immediatamente in divisioni;
- il mare della responsabilità, perché non basta dire “la comunità dovrebbe…”: a un certo punto bisogna poter dire cosa “noi facciamo” di fronte alle necessità;
- il mare del tempo, perché una comunità autentica non si costruisce con un evento, un progetto o uno slogan, ma è il frutto di una quotidianità.
Forse, quindi, il mare è tutto ciò che dobbiamo attraversare perché il “noi” smetta di essere una parola e diventi un’esperienza. Per fare questa attraversata dobbiamo disarmare certi nostri pregiudizi e certi nostri spigoli che feriscono chi si accosta a noi.
Per essere comunità
Fare comunità parte dal “che cosa facciamo insieme”; essere comunità parte dal “chi diventiamo insieme”. Ed è proprio lì che il fare - il nostro troppo e sterile fare - può trasformarsi in essere.
In sintesi, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Tra il fare comunità e l’essere comunità, quel mare è la distanza tra l’organizzare relazioni e il lasciarsi coinvolgere dalle relazioni. Attraversarlo significa passare dal “fare per gli altri” al “fare con gli altri”, fino ad arrivare al “sentirsi parte gli uni degli altri”.

Il Vangelo di questa domenica, che per noi coincide con la ripresa, per me è l’inizio di un nuovo anno pastorale, diverso dal precedente, perché per me è davvero nuovo.
Un anno nel quale poter entrare ancora più profondamente nella vita di questa comunità e, insieme a voi, lasciarci condurre verso i pascoli che il Signore ci indica: spazi e pascoli della fede e dell'amore, dell'accoglienza e della fraternità, della compassione e della misericordia.
Sono questi i pascoli nei quali sperimentare come essere comunità.
Se lo scorso anno sono arrivato camminando, per dire il mio desiderio di camminare insieme, oggi vorrei dirvi che non mi basta camminare: vorrei che tutti insieme, non perché lo chiedo io o lo propongo io, ma perchè è il vangelo, ci divertissimo a essere una comunità, una comunità nella quale fare esperienza gli uni degli altri attraverso l’amorevole cura delle nostre relazioni.
Per questo, in questa proposta non trova spazio l’indifferenza verso il fratello, perché ogni fratello è quello della pecora smarrita: non è un fratello cattivo, è un fratello che si è perso. E questo cambia completamente ogni prospettiva.
Nella comunità ciò che è male va affrontato, mossi da un’unica priorità: che nessuno si perda.
Per questo la correzione non è mai soltanto un rimprovero, ma un tentativo di recupero: riportare alla vita ciò che rischia di perdersi. Lasciando, comunque, alla fine, ciascuno nella sua libertà, anche quella di restare fuori.
Il criterio della comunità è allora chiaro:custodire il fratello, custodire la relazione, significa custodire la presenza di Cristo in mezzo alla comunità.
Il cuore pulsante del vangelo di oggi è il versetto: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”.
Ma quei due o tre non si sono semplicemente accordati, no! Non si sono soltanto messi d’accordo: hanno trovato il modo di essere sinfonia, perché questo era il desiderio di Gesù. La parola greca usata dall'evangelista è proprio quella SINFONIA ... cioè insieme armonico delle varie voci, questa è come Gesù pensava la sua comunità ... la sua Chiesa.

sabato 5 settembre 2026

La lbertà della legge

1Cor 4,6-15 e Lc 6,1-5

C’è sempre qualcuno pronto a sottolineare le mancanze degli altri, puntualizzando ogni infrazione della legge, fino a considerare anche la più piccola trasgressione come una grave colpa. Gesù non accetta questo atteggiamento fatto di critiche spietate e inflessibilità. Nel Vangelo di oggi invita i rigidi custodi della Tradizione a rileggere una pagina della Scrittura nella quale, sia pure in circostanze particolari, Davide e i suoi compagni non rispettarono alla lettera i precetti della Legge. Questo episodio insegna che le norme, a partire da quelle religiose, devono essere applicate con saggezza e ragionevolezza, sempre orientate al vero bene dell’uomo. I comandamenti e le leggi sono come sentieri che aiutano l’uomo a raggiungere la vera libertà. Non è l’uomo a essere al servizio della Legge, ma è la Legge a essere al servizio dell’uomo, per guidarlo verso la vita e il bene. È questo ciò che il Vangelo ci insegna: camminare nella verità senza perdere di vista la misericordia, perché ogni norma trova il suo autentico significato quando è al servizio della dignità e della vita dell’uomo.

venerdì 4 settembre 2026

Le cose nuove

1Cor 4,1-5 e Lc 5,33-39

In questo brano l’aggettivo “nuovo” compare sette volte: una ripetizione che sottolinea la radicalità della novità portata da Gesù. Le sue parole non si contrappongono semplicemente alle antiche, ma inaugurano una realtà profondamente diversa. Gesù non vuole semplicemente aggiustare o a rammendare alcuni aspetti della vita religiosa: è venuto a darle un fondamento nuovo. Non rinnega i precetti della Legge, ma li riveste di un significato nuovo. La religiosità rischia di ridursi a pratiche ripetute stancamente; la fede, invece, è l’incontro con un Dio che ci rende nuovi. I riti possono rimanere gli stessi, ma la fede ci chiede di cambiare, di rivestirci di Cristo e di lasciarci trasformare dal suo amore. Eppure, se il cammino verso il “nuovo” potrebbe sembrare naturale, le parole conclusive del brano lasciano intravedere tutta l’amarezza di Gesù davanti alla difficoltà dell’uomo ad abbandonare le vecchie abitudini e a fidarsi della novità del Vangelo. 

giovedì 3 settembre 2026

Il lago miracoloso

1Cor 3,18-23 e Lc 5,1-11

Ma qual è il miracolo più grande e importante accaduto sul lago di Tiberiade? La pesca abbondantissima? La tempesta calmata dalla parola di Gesù? Gesù che cammina sulle acque? No, nessuno di questi segni rappresenta la pienezza del mistero che si compie nella vita e nel tempo, se non la consapevolezza di Simone di essere un peccatore.
Fin dall’inizio Simone appare come l’interlocutore privilegiato; tutto il resto è in secondo piano, anche se costantemente interconnesso con Simone: singolare e plurale si intrecciano in modo complementare e meraviglioso. Il cuore di tutto è la chiamata fatta a Simone: «Sarai pescatore di uomini». Ma solo dopo aver detto il suo eccomi, la storia si riempie di una possibilità unica e inimaginabile… tutto inizia da un piccolo sì, da una disponibilità da niente, da un gesto di semplice cortesia. È questo il vero miracolo del lago.

mercoledì 2 settembre 2026

Gesù per ogni uomo e donna

1Cor 3,1-9 e Lc 4,38-44

Ogni uomo, ogni donna è importante agli occhi di Dio; ogni uomo e ogni donna hanno un’infinita dignità, nella quale risplende la gloria di Dio, perché sono “l’unica creatura voluta per se stessa”. È questo il fondamento per realizzare una società dal volto umano. Questa sfida oggi riguarda anche noi, ma il Vangelo ci mostra come lo stesso Gesù abbia riconosciuto lo splendore divino nascosto in ogni creatura. La quotidianità del Signore è fatta di insegnamento nella sinagoga, di lotta contro il diavolo, di guarigione della suocera di Pietro… ma ecco che, dopo il tramonto del sole, Gesù viene assalito da una moltitudine di malati che vengono condotti a lui: è una folla che appare anonima, ma per Gesù si tratta di persone. C’è un gesto che svela tutto: “Imponendo su ciascuno le mani”, Gesù guarda alla singola persona e desidera incontrare ciascuno nella sua irripetibile singolarità.

martedì 1 settembre 2026

Da Nazaret a Cafarnao

1Cor 2,10-16 e Lc 4,31-37

Dopo l’evidente insuccesso di Nazaret, dove ha incontrato il rifiuto dei suoi concittadini, Gesù si reca a Cafarnao e fa di questa città la sua “base”. Cafarnao è una cittadina importante e vivace, posta lungo una via di traffici commerciali, con una guarnigione romana. Gesù viene ad abitare in mezzo a pescatori e commercianti, ebrei e pagani, uomini devoti e prostitute. Non si ritira in un luogo deserto, lontano dal mondo, ma entra pienamente nella vita degli uomini, proprio in quella “Galilea delle genti” che non gode di buona fama. Sceglie di stare in mezzo alla gente, condividendo la sua storia, le sue fatiche e le sue attese. È qui, nel clamore della vita quotidiana, che la Parola comincia a risuonare. Il cristianesimo cresce silenziosamente come il lievito nella pasta, la Parola agisce senza clamore, ma in profondità. Gesù non salva l’uomo portandolo fuori dal mondo, ma entrando nella sua vita e incontrandolo là dove si trova.

lunedì 31 agosto 2026

La sfida di Nazaret

1Cor 2,1-5 e Lc 4,16-30

Chissà quale imbarazzo nella sinagoga! Gesù non teme di proclamare che in Lui si realizza tutto ciò che ha detto il profeta. Si presenta come il Messia inviato a compiere la promessa che da secoli accompagna la storia d’Israele. Ma forse dobbiamo anche noi immaginare di entrare nella sinagoga e metterci comodi: «si alzò a leggere». Non si tira indietro, non si nasconde; anzi, proclama e commenta con autorità la parola del profeta. Non importa se tutto questo suscita perplessità o provoca ostilità, come in questo caso. A partire da Nazaret, Gesù accetta la sfida. Troppe volte, spesso proprio nei passaggi più difficili, ci tiriamo indietro; ma quando Dio chiama, dobbiamo rispondere, non importa se ci chiama a stare in prima fila o ad occupare l’ultimo posto. 

domenica 30 agosto 2026

Pensare secondo Dio

Ger 20,7-9 – Sal 62 – Rm 12,1-2 – Mt 16,21-27

Pietro ha riconosciuto chi è Gesù, ma non accetta la strada che Gesù deve percorrere, perché lo ha ingabbiato nel proprio modo di pensarlo. Pietro ama Gesù, ma lo ama a partire dai suoi desideri, dalle sue aspettative messianiche: vorrebbe un Messia forte, vittorioso, senza sofferenza. Per questo vorrebbe correggerlo.
Gesù gli dice: «Va’ dietro a me, Satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». È una parola durissima, ma anche profondamente educativa.
Quante volte anche noi facciamo come Pietro (come il mondo)?
"Signore, ti seguo, purché non mi chieda troppo".
"Signore, voglio amare, ma non quella persona".
"Signore, perdonare sì, ma fino a un certo punto".
"Signore, mi fido di te, ma questa croce proprio non la voglio".
Siamo come Pietro quando imponiamo noi stessi agli altri, quando pensiamo che il nostro modo di vedere sia il migliore, quando il "si è sempre fatto così" diventa la roccia su cui fondiamo la nostra opposizione al cambiamento. Anche la vita comunitaria rischia di essere scandita soltanto da calendari, feste, liturgie e devozioni, senza lasciarci interrogare dal mistero di un Dio che ci è accanto e che, attraverso la varietà e la ricchezza delle persone, forse ci sta dicendo qualcosa di nuovo.
Come possiamo cambiare il nostro modo di pensare?
Pensare secondo Dio significa scegliere la croce: continuare ad amare quando amare costa, stare nella realtà anche quando non possiamo cambiarla senza irrigidirci, resistere al male ricevuto senza restituire altro male.
È scegliere la mitezza, il perdono, la fedeltà, la solidarietà. La croce diventa allora il luogo in cui scopriamo che Dio non è colui che ci manda il dolore, ma colui che rimane accanto a noi dentro il dolore.
La proposta di Gesù: perdere per trovare
Gesù continua: "Chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà".
Pensiamo all’acqua: rimane viva quando scorre; se viene trattenuta, ristagna. Così è la nostra vita: quando la teniamo stretta tutta per noi, nel nostro smisurato io, lentamente si spegne; quando la doniamo, diventa feconda.
Il vero problema non è perdere la vita. Il problema è per chi la stiamo spendendo.
Possiamo passare la vita a proteggerci, a difendere le nostre ragioni, le nostre sicurezze, il nostro piccolo mondo. Oppure possiamo imparare a donarci, fidandoci del nuovo, della trasformazione, del cammino che Dio apre davanti a noi.
Metterci "dietro" a Gesù significa già lasciare che il nostro io non sia più il centro di tutto. San Paolo ci indica la strada: "Lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare". Lui ci ha messo 10 anni di deserto in siria ... 
Pensare secondo Dio non ci viene spontaneo. È un pensare ecclesiale, condiviso e comunitario; è un camminare insieme, in una prospettiva sinodale e concreta, dentro la vita quotidiana. Significa lasciare che il Vangelo metta in discussione le nostre logiche, le nostre sicurezze e le nostre convinzioni.
Gesù non vuole essere semplicemente un crocifisso appeso in casa o in chiesa: vuole entrare nella nostra vita, abitarla e trasformarla.
Aprirgli la porta significa fare quel piccolo, grande salto della fede: fidarci della sua Parola più delle nostre sicurezze, smettere di voler capire e controllare tutto, accettare di metterci dietro di Lui e camminare.
Gesù, un ospite che rimane
Se gli apriamo, Gesù entra per rimanere. Non è un ospite che viene per un momento e poi se ne va. Rimane nelle nostre giornate belle e in quelle difficili, nella gioia e nella fatica, quando tutto ci sembra chiaro e quando non comprendiamo più nulla, ma in tutto questo abbiamo qualcuno che cammina con noi.


sabato 29 agosto 2026

Confronto tra poteri

Ger 1,17-19 e  Mc 6,17-29

La vicenda di Erode mostra che il potere mondano è solo un’illusione che si costruisce con la menzogna e si difende con la forza.  Il suo potere si scioglie come neve al sole dinanzi ai cortigiani: non potendo venir meno al giuramento, fatto con inspiegabile ingenuità, si vede costretto a ordinare la morte a Giovanni. È così poco potente da agire contro la propria volontà! Giovanni, invece, ha un vero potere. In apparenza è in carcere, privo di libertà; in realtà egli è davvero libero perché non viene meno alle sue convinzioni, e fino alla fine annuncia la verità. Un uomo pronto a rinunciare alla vita per amore della verità. 

venerdì 28 agosto 2026

Tra stoltezza e saggezza

 1Cor 1,17-25 e Mt 25,1-13

La stoltezza indica superficialità e mancanza di discernimento. Le cinque vergini stolte prendono le lampade, ma dimenticano l’olio: vivono il presente senza preoccuparsi di ciò che verrà e si lasciano sorprendere dagli eventi, quasi fossero poco interessate all’incontro con lo sposo. La saggezza, invece, indica consapevolezza. Le cinque vergini sagge vivono il presente guardando al futuro, orientando la loro vita all’arrivo dello sposo e preoccupandosi di avere olio a sufficienza. Le dieci vergini rappresentano la comunità cristiana: non contano solo le singole scelte, ma lo stile complessivo della vita. La parabola ci ricorda che non basta iniziare bene: occorre perseverare nella fedeltà fino alla fine.


giovedì 27 agosto 2026

Perché dovrebbe tornare?

1Cor 1,1-9 e Mt 24,42-51

Questo Vangelo non ci invita semplicemente ad aspettare il ritorno di Gesù, ma a comprendere che cosa significa la sua venuta per la nostra vita. Gesù tornerà per portare a compimento ciò che ha iniziato con la sua vita, morte e risurrezione: la storia e la salvezza raggiungeranno la loro pienezza. Ma Gesù viene anche continuamente nella nostra vita, spesso in modi che non riconosciamo subito: attraverso una persona, un incontro, una parola, una scelta, una difficoltà o un avvenimento che ci sorprende e ci apre a qualcosa di nuovo. Per questo ci dice: "Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà". Vegliare non significa vivere nella paura, ma essere attenti e avere il cuore aperto per riconoscere la presenza di Dio. Il Vangelo, quindi, ci ricorda che ogni giorno può essere un incontro con il Signore. La domanda non è soltanto "Quando tornerà Gesù?", ma soprattutto "Siamo pronti a riconoscerlo quando viene nella nostra vita?"

mercoledì 26 agosto 2026

Un giusto esame di coscienza

2Ts 3,6-10.16-18 e Mt 23,27-32

Con queste parole Gesù non si limita a denunciare gli atteggiamenti e i comportamenti deplorevoli di scribi e farisei, ma arriva a descriverli come portatori di morte, persone da cui guardarsi: ostentano la propria fede e si presentano come suoi testimoni, ma in realtà "sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume". Il Vangelo, in realtà, non fa sconti a nessuno, soprattutto quando la fede rimane ostentata a parole, senza trovare riscontro nelle scelte della vita: quando, ad esempio, ci lasciamo guidare dalla convenienza, rifiutiamo di assumerci le nostre responsabilità o, peggio ancora, rinunciamo al bene. Il Vangelo, oggi, ci invita a guardare con sincerità dentro noi stessi e a riconoscere con umiltà il male che, così spesso, trova dimora in noi. Un buon esame di coscienza ci aiuta anche a verificare quanto facilmente ci ripieghiamo su noi stessi, fino a perdere il coraggio di dare una vera testimonianza di fede.

martedì 25 agosto 2026

Quando il dettaglio ci acceca

2Ts 2,1-3.13-17 e  Mt 23,23-26

L’insegnamento evangelico è una provocazione per noi che, come moderni farisei, ci fermiamo a osservare la Legge con superficialità oppure con eccessivo scrupolo, senza accorgerci di trascurare altre cose più importanti. E sono proprio queste a dare forma e a determinare l’esperienza della fede: "la giustizia, la misericordia e la fedeltà". A giudizio di Gesù, questo atteggiamento negativo ci rende ciechi. Diventare ciechi è più facile di quanto si creda; ma ancora più facile – e certamente più grave – è non avere coscienza di esserlo. Questa è la conseguenza del nostro stile di vita, preoccupato e scrupoloso per le cose dell’io. Quante volte, per nutrire la vanità individuale, nel vestire o nel mangiare, ci preoccupiamo anche dei minimi dettagli; quando invece è in gioco il bene comune, diventiamo stranamente faciloni e troviamo mille giustificazioni, con la scusa che possiamo fare solo il possibile. Chi si preoccupa troppo di se stesso non avrà tempo per prendersi cura dell’altro. E chi vuole fare il bene senza rinunciare a nulla non potrà che vivere la carità come una scomoda condivisione.

lunedì 24 agosto 2026

Natanaele è l'amico Bartolomeo

Ap 21,9-14 e Gv 1,45-51

Filippo è pieno di entusiasmo e di sincera commozione, che traspare dal verbo greco eurískō, «trovare», «incontrare», ma anche «scoprire». L’incontro con Gesù ha cambiato radicalmente la sua vita: si sente immerso in una storia nuova e avverte il desiderio di condividere con Natanaele la sua scoperta. È significativo che, pur vivendo un’esperienza personale, Filippo dica: «abbiamo trovato». Si sente parte di una comunità: non è arrivato a Gesù da solo, ma è stato condotto a Lui da altri. Non è soltanto colui che ha trovato, ma anche colui che è stato trovato e accompagnato. Questa dinamica coinvolge ora Natanaele (per la tradizione cristiana è Bartolomeo) nell’amicizia: ciascuno aiuta l’altro a cercare la verità e ad andare oltre i propri limiti. La vera amicizia conduce così alla fede, mentre la fede dona la grazia di vivere l’amicizia come un cammino condiviso verso l’eternità.

domenica 23 agosto 2026

Domande, risposte, pietre vive

Is 22,19-23   Sal 137   Rm 11,33-36   Mt 16,13-20 

1. La domanda

La vita di Gesù ha interrogato e affascinato, lungo i secoli, credenti e non credenti. Poeti, filosofi, scrittori, artisti e uomini di scienza hanno cercato di avvicinarsi al suo mistero. Eppure, dopo duemila anni, Gesù continua a porre una domanda decisiva: chi è veramente Gesù?

Il Vangelo ci conduce a Cesarea di Filippo, luogo segnato da culti pagani e immagini di divinità. Proprio lì Gesù conduce i discepoli alla domanda essenziale. Prima chiede: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?». Le risposte, quelle della "opinione pubblica" lo riconoscono come profeta, uomo di Dio, giusto. Ma sono risposte che rimangono alla superficie.
Poi Gesù cambia prospettiva: «Ma voi, chi dite che io sia?». È il passaggio dall’opinione alla relazione, dal «si dice» al «tu». È una domanda che raggiunge anche noi: non basta sapere che cosa pensano gli altri di Gesù; la fede comincia quando ci chiediamo: chi è Gesù per me?

2. La risposta

Pietro risponde: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Non è una risposta che Pietro costruisce da solo: la accoglie come un dono, attraverso la rivelazione del Padre. Questo è il cammino della fede: imparare a vedere oltre ciò che appare. Gli occhi vedono un uomo; la fede riconosce il Figlio.  Il Figlio di Dio ... incarnato, morto e risorto ...

E quando Pietro riconosce Gesù, Gesù gli dona un nome nuovo: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa». Riconoscere Cristo trasforma anche noi e ci fa scoprire chi siamo: figli amati dal Padre.

3. La Chiesa

Cristo è la roccia, il fondamento. Pietro diventa pietra perché altri possano appoggiarsi a lui. Ma Pietro non è perfetto: conoscerà fragilità e cadute. Questo ci consola: Cristo non costruisce la sua Chiesa su uomini perfetti, ma su persone che si lasciano trasformare dalla sua grazia. Anche noi siamo piccole pietre, diverse l’una dall’altra, ma nelle mani di Gesù diventiamo pietre vive: vive dello Spirito Santo, vive del suo amore. Ognuno ha un posto e una missione nella Chiesa. Per questo la domanda di Gesù diventa anche una domanda sulla nostra vita: le persone che incontrano me trovano un punto d’appoggio? Possono fidarsi? Si sentono accolte, riconosciute, amate?

La vera professione di fede non consiste soltanto nel dire «Tu sei il Cristo», ma nel vivere in modo che, attraverso di noi, qualcuno possa incontrare il suo amore.
La Chiesa è questo: una comunità di vita, fatta di tante pietre diverse, che insieme formano un unico edificio, nel segno della fraternità e della comunione.

La domanda conduce alla risposta; la risposta ci trasforma; e la trasformazione ci rende pietre vive della Chiesa. Così, pietra dopo pietra, vita dopo vita, il Vangelo prende forma nel mondo e il Regno di Dio diventa visibile sulla terra.

sabato 22 agosto 2026

Vangelo sociale

Ez 43,1-7 e  Mt 23,1-12

Attualizzare questo brano di Vangelo significa mettere al centro dell’esperienza cristiana il rifiuto della differenza legata ai titoli onorifici, l’uguaglianza nell’unica fraternità e la logica del servizio e dell’umiltà. Uno stile che, se era difficile da comprendere ai tempi di Gesù, anche oggi, nella comunità cristiana, non sempre trova piena accoglienza.  Il Vangelo ci ricorda infatti che «uno solo è il vostro Maestro» e «uno solo è il Padre vostro», mentre «uno solo è la vostra Guida, il Cristo»: nessuno può porsi al di sopra degli altri. Oggi ogni sforzo di rendere concreto il Vangelo si traduce nella lotta al clericalismo, che suddivide i battezzati in base a scale gerarchiche, e si concretizza nello stile sinodale, cioè nel camminare insieme, valorizzando i diversi doni di ciascuno: siamo tutti fratelli e sorelle. L’autorità nella Chiesa è credibile solo se diviene testimonianza di vicinanza ai poveri e agli emarginati, quando cioè si pone a servizio dei figli di Dio.

venerdì 21 agosto 2026

Amare gli amici è riflesso dell'amore di Dio

Ez 37,1-14 e Mt 22,34-40

La domanda dello scriba a Gesù sul grande comandamento diventa l'occasione per la rivelazione centrale del Vangelo: l'amore per Dio come fonte di ogni relazione. Amare Dio con tutto il cuore non è un sentimento astratto, ma la radice che dà forma e consistenza a ogni legame d'amore, affetto e amicizia. Da questo primo comando scaturisce indissolubilmente il secondo: l'amore per il prossimo, che non è semplice filantropia, ma riflesso dell'amore divino. Amare significa farsi carico delle persone, vegliando sulla loro fragilità con presenza e ascolto; al contempo, richiede l'umiltà di affidarsi agli altri, superando ogni autosufficienza. È così che l'amicizia cessa di essere un legame superficiale per diventare il riflesso vivo dell'amore di Dio.


giovedì 20 agosto 2026

I nostri NO al regno dei cieli

Ez 36,23-28 e  Mt 22,1-14

Siamo tutti invitati al Regno dei cieli, ma spesso rifiutiamo l’invito perché presi dai nostri affari, dalle preoccupazioni e dai nostri programmi. La parabola mostra la progressione del rifiuto: si parte dall’indifferenza e dalla distrazione, fino ad arrivare persino alla violenza. Anche in questo nostro mondo, infiammato dalle guerre e dalle tensioni geopolitiche, il male, i conflitti e le tensioni sociali e familiari possono essere il frutto di un’umanità che vive di "rifiuto" e pretende di fare a meno di Dio. Ma questo rischio riguarda anche noi credenti: una fede vissuta superficialmente, senza un rapporto vivo con Dio, rischia di diventare sterile e di ostacolare l’azione dello Spirito Santo in noi. Eppure, nonostante i nostri rifiuti e le nostre distrazioni, Dio non si stanca di chiamarci. La sua voce continua a rivolgersi a ciascuno di noi: «Tutto è pronto; venite alle nozze». L’invito è ancora oggi rivolto a noi e non è mai troppo tardi per accoglierlo. Sta a noi scegliere se fermarci, mettere da parte, almeno per un momento, i nostri affanni, le nostre sicurezze e le nostre preoccupazioni, per ascoltare ciò che Dio ci sta dicendo.

mercoledì 19 agosto 2026

Un Dio pro-attivo ...

Ez 34,1-11 e  Mt 20,1-16

Il protagonista della parabola è Uno solo: è Dio che esce e chiama, è Lui che si prende cura della sua vigna. Gli altri possono corrispondere o meno alla chiamata, ma tutto nasce da Lui e trova in Lui il suo essenziale riferimento. Accogliere il suo invito e andare nella vigna significa collaborare con Dio per fare di questa nostra fragile storia il giardino di Dio. Anche la Chiesa è chiamata a essere una comunità sempre pronta a mettersi in cammino. Lo Spirito la sospinge continuamente, la ricolma di amore e le dona il coraggio di ricominciare. È lo Spirito che impedisce alla Chiesa di cadere nella trappola della rassegnazione, della stanchezza e della delusione. È Lui che la rende una Chiesa capace, ogni giorno, di chiedere e accogliere l’amore e, ogni giorno, di rispondere con amore. Per questo non misura la fatica e non pretende alcuna ricompensa, neppure quella che potrebbe sembrare più legittima.

martedì 18 agosto 2026

Quando ti fidi di Gesù ...

Ez 28,1-10 e Mt 19,23-30

I discepoli rimangono interdetti di fronte a quanto accade: vedono e ascoltano il giovane ricco, le sue attese e domande, le risposte di Gesù... A questo punto non è certo fuori luogo che Simone (Pietro) arrivi a dire: "Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito ...". I discepoli hanno risposto con generosità, hanno avuto fiducia, hanno lasciato tutto... Ed ecco che la risposta di Gesù supera la giusta ricompensa: quel fidarsi, quel lasciare, quella generosità sono una ricchezza senza paragone, sono già il centuplo. Avere il coraggio di camminare nelle vie del Vangelo, lasciarsi affascinare dalle parole di Gesù, è il centuplo. Nella risposta di Gesù si accoglie la provocazione del Regno dei cieli: "Possiamo essere felici anche se siamo privi dei beni materiali, semplicemente vivendo il Vangelo. Anzi, è questa l’unica via della felicità. Perché ciò che appare agli uomini come un’illusione o una privazione diventa salvezza dal possesso che ci illude di essere felici, ma non ci salva realmente".

lunedì 17 agosto 2026

Cosa devo fare di buono?

Ez 24.15-24 e Mt 19,16-22

Una domanda lecita, direi quasi corretta e necessaria. Stare con Gesù, ascoltarlo, non può che suscitare desideri di bene. Chi lo incontra si sente chiamato a dare il meglio di sé. Il Vangelo ha per protagonista un giovane che si sente interpellato dalle parole di Gesù e che entra in crisi… una crisi buona, perché nasce da una lettura profonda e piena di senso della propria vita. Quando anche noi sentiamo di non essere “pieni”, che ci manca qualcosa; quando siamo al limite di ciò che viviamo ogni giorno e vorremmo aprirci a qualcosa di nuovo; quando non ci bastano più le risposte che sappiamo darci da soli, ma siamo disposti a confidare in un Altro… ecco che ci sono tutte le premesse per iniziare l’avventura della fede. È il momento in cui i desideri belli che ci infiammano vanno custoditi e difesi dalla “paura” di lasciare tutte le sicurezze e le “comfort-zone” per stare con Lui, quell’uomo dalle parole affascinanti, che generano desiderio di vita e allontanano dalla tristezza.


domenica 16 agosto 2026

Non uomini di buona volontà, ma amati da Dio

Is 56,1.6-7; Sal 66; Rm 11,13-15.29-32; Mt 15,21-28

Dopo essere approdati dall’altra parte del lago, dove i discepoli non sarebbero mai andati, Matteo conduce Gesù sulle coste mediterranee di Tiro e Sidone, terre abitate da popolazioni non israelite, siro-fenicie.
Se domenica scorsa abbiamo visto che la fede passa attraverso il coraggio di osare oltre le nostre ristrettezze, oggi incontriamo una donna straniera che osa entrare nella storia della salvezza, che potrebbe sembrare riservata a pochi. Ma Gesù ha ben altri pensieri: la salvezza è per ogni uomo amato da Dio. Per questo abbiamo corretto nel Gloria “gli uomini di buona volontà” con “gli uomini amati da Dio”.
Due situazioni diverse, ma unite dalla fede che osa. Rispetto al Vangelo di domenica scorsa dove Gesù forza l’osare dei discepoli, oggi è la donna che osa avvicinarsi. È straniera, esclusa, non appartenente alla promessa, eppure non resta ai margini e non accetta la distanza.
Il suo primo atto di fede è non lasciarsi definire dai confini. Con il suo gesto ci dice che il Regno di Dio non è un recinto chiuso, ma uno spazio aperto a tutti.
La donna osa gridare. Non ha paura di disturbare né di mostrare il proprio dolore. Crede che Gesù possa lasciarsi toccare dal suo grido. Ma quanti uomini, donne e bambini oggi gridano a Dio nella disperazione, nella miseria, nella guerra, nell’ingiustizia e nella discriminazione?
La donna osa chiamare Gesù e si aggrappa alla benedizione promessa fin dall’inizio ad Abramo e a Davide, una benedizione destinata a tutti i popoli. Anticipa così la Chiesa delle genti, la cui unica porta è la fede. Anche noi non possiamo parlare di accoglienza e fraternità restringendo poi il nostro orizzonte missionario.
La donna osa restare salda davanti al silenzio di Gesù: “Ma egli non le rivolse neppure una parola”. Non fugge, non desiste. Al contrario, si avvicina ancora di più. Trasforma l’attesa in fede. E quando arriva una parola dura — “Non è bene prendere il pane dei figli e darlo ai cagnolini” — non si chiude.
Osa entrare nelle parole del Signore e risponde con una fede disarmante: anche le briciole della grazia bastano a saziare e a guarire.
Anche Gesù osa: osa ascoltare questa donna, osa dialogare con lei, non pone barriere. E riconosce la sua fede come grande. La donna non deve diventare ebrea né entrare nella comunità dei discepoli per essere raggiunta dalla salvezza. La sua vita cambia perché l’amore di Dio non conosce confini.
Questa donna diventa così, nella scena evangelica, lo spazio attraverso il quale Gesù rivela di essere Colui che oltrepassa muri e steccati per donare la benedizione di Dio a tutti i popoli.

Cosa significa oggi questa benedizione?

Papa Francesco ci ha consegnato quattro parole: accogliere, proteggere, promuovere, integrare. Non una benedizione astratta, ma un impegno concreto per riconoscere la dignità di ogni persona, anche migrante, e costruire una vera cultura dell’incontro.
Oggi Papa Leone XIV ci richiama a una “geopolitica della pace”, fondata sul dialogo, sulla protezione dei civili e sul rifiuto della guerra. La “pace disarmata e disarmante” non è uno slogan: è un impegno evangelico.
Ecco come la donna cananea non diventa degna dell’amore di Dio perché osa. Osa perché si scopre già raggiunta dall’amore di Dio. Non conquista la benedizione: la accoglie. La sua fede ci consegna allora una domanda: abbiamo il coraggio di osare anche noi? Di avvicinarci a chi è lontano, di ascoltare chi grida, di oltrepassare i confini che abbiamo costruito?
Il Regno di Dio comincia quando smettiamo di dividere il mondo tra “noi” e “gli altri” e riconosciamo che ogni uomo è amato da Dio. Questa è la pace “disarmata e disarmante”: quella che riconosce nell’altro non un estraneo, ma un fratello.