At 20,28-38 e Gv 17,11-19
martedì 19 maggio 2026
Custoditi ...
Arrivati alla missione
At 20,17 e Gv 17,1-11
I discorsi di addio dei capitoli 13-16 di Giovanni che abbiamo letto e meditato in questo tempo Pasquale convergono nel capitolo 17, nella piena consapevolezza che “è venuta l’ora”. I discorsi di addio si concludono con una preghiera, quella che noi definiamo genericamente la “preghiera sacerdotale”. La preghiera inizia con un’espressione che definisce assai bene la cornice teologica: “è venuta l’ora”, l’ora decisiva in cui anche per i discepoli inizia la missione di portare a compimento cio che Gesù ha iniziato. Più di una volta, nella narrazione del vangelo, Giovanni ha sottolineato che l’ora non è ancora venuta, ma ora tutto sta per compiersi. Non sempre però la ora di Dio coincide con quella che noi abbiamo scritto nel nostro personale programma di vita, per questo oggi chiediamo di riuscire a cambiare i nostri progetti, se necessario, anche quelli più cari.lunedì 18 maggio 2026
Adesso crediamo?
At 19,1-8 e Gv 16,29-33
domenica 17 maggio 2026
Se Dio guarda la terra
At 1,1-11 – Sal 46 – Ef 1,17-23 – Mt 28,16-20
Si racconta che durante l’Ascensione Gesù gettò uno sguardo verso la terra che stava lentamente piombando nell’oscurità. Solo alcune piccole luci brillavano timidamente sulla città di Gerusalemme. L’arcangelo Gabriele, venuto ad accogliere Gesù, gli domandò: «Signore, che cosa sono quelle piccole luci?». Gesù rispose: «Sono i miei discepoli in preghiera, radunati attorno a mia madre. E il mio progetto, ora che torno al Padre, è inviare loro il mio Spirito, perché quelle fiaccole tremolanti diventino un fuoco vivo, capace di incendiare d’amore, poco alla volta, tutti i popoli della terra». Gabriele osò allora chiedere: «E se questo progetto non dovesse riuscire?».Dopo un istante di silenzio, il Signore rispose dolcemente: « … io non ho altri progetti … È attraverso di loro che voglio raggiungere il mondo».
Stasera, stamattina, anche oggi, Dio guarda la terra in silenzio. Vede guerre, menzogne, violenza, solitudine. Vede il peggio di cui noi esseri umani siamo capaci. Vede uomini e donne ferirsi per paura, orgoglio, rabbia.
Ma vede anche altro. Vede una bambina che divide la sua merenda con un compagno affamato. Vede un uomo stanco tornare a casa e trovare ancora la forza di sorridere ai suoi figli. Vede uno sconosciuto dire a qualcuno nel dolore: «Io ci sono».
E allora Dio sorride. Perché riconosce che il mondo non si regge grazie ai potenti, ma grazie a quei piccoli gesti d’amore che quasi nessuno vede.
Ecco allora che possiamo immaginare le parole del Vangelo di oggi pronunciate da Gesù che contempla il mondo dalla gloria del Padre: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
Ma che cosa significano oggi, per noi, queste parole?
Prima di tutto, credo che Gesù voglia dirci che nulla gli sfugge e nulla mai gli sfuggirà, neppure quando tutto sembra precipitare. Anche nei momenti più oscuri della storia umana, Lui continua a custodire il mondo. E poi credo che Gesù non ci chieda di imporre la fede a tutti con la forza o con la pressione delle parole. Ci chiede piuttosto di offrire a ogni uomo e a ogni donna la possibilità di incontrarlo, di scoprirlo come via, verità e vita. Essere discepoli significa mettersi in cammino dietro a Lui. Seguire i suoi passi. Imparare i suoi sentimenti, i suoi pensieri, il suo modo di amare. E forse Gesù non ci sta neppure chiedendo semplicemente di “aumentare” i battesimi. Il verbo “battezzare” significa “immergere”: immergere ogni persona nella vita di Dio, dentro una comunione nuova fatta di fraternità, condivisione e amore. Significa vivere relazioni nelle quali possa emergere la presenza di Cristo, il suo Vangelo, il suo comandamento più grande: «Amatevi come io vi ho amato».
Ed ecco allora la promessa più bella: «Io sono con voi tutti i giorni». Con voi per camminare accanto a voi. Con voi fino alla fine. O forse anche: verso il fine, verso la pienezza dell’amore di Dio. Ed è proprio in questo camminare insieme — cattolici, ortodossi, musulmani, credenti, persone in ricerca e anche non credenti — che Cristo si manifesta come Principe della pace.
Giovedì prossimo, 21 maggio, tutti insieme possiamo dire che condividiamo un unico desiderio: la pace per il mondo intero. A partire da qui, da Massa Lombarda, vogliamo affermare che la pace abita il cuore di ogni uomo e di ogni donna e che non può essere negata, ferita o tradita. Un mondo in pace è un mondo più umano. E la pace nascerà dall’accoglienza reciproca, dal rispetto, dalla fraternità che sapremo costruire tra di noi.
sabato 16 maggio 2026
Chiedete!
At 18,23-28 e Gv 16,23-28
Quanti significati sono racchiusi in un piccolo brano come quello che oggi meditiamo. Al centro vi è il verbo chiedere, da intendere non semplicemente come domandare, ma come invocare con perseveranza e fiducia. Gesù invita i discepoli a pregare il Padre nel suo nome, con insistenza e cuore fiducioso. Così, il nostro chiedere si trasforma in un abbandono totale, fino a poter dire che una sola cosa davvero ci interessa e una sola chiediamo: il perfetto compimento della volontà del Padre. Infatti: «Se chiederete qualche cosa… egli ve la darà». Gesù ci invita a una preghiera piena di fiducia e di abbandono. Da queste parole del Vangelo riaffiora alla memoria la preghiera di Charles de Foucauld: «Padre mio, io mi abbandono a te, fa’ di me ciò che ti piace. Qualunque cosa tu faccia di me (...), la tua volontà si compia in me».venerdì 15 maggio 2026
Gioia e dolore
«Ora siete nel dolore; (…) ma nessuno potrà togliervi la vostra gioia». Queste parole lasciano dentro di noi una sottile inquietudine, forse perché la vita è attraversata da situazioni ed esperienze che generano turbamento e smarrimento. Eppure, proprio la fede in Dio ci affida, attraverso Gesù, una promessa: la gioia non andrà perduta. Il legame con Dio trasforma il nostro modo di pensare e di agire: ci insegna a non riversare sugli altri le nostre sofferenze, ma piuttosto a portare con amore anche il peso delle fatiche altrui. Non è facile comprendere fino in fondo queste parole, ed è questa la nostra sfida: non chiedere la sofferenza, ma custodire la gioia che nasce dall’amore. Come tutti, conosciamo la paura del dolore; tuttavia non lo rifiutiamo, perché fa parte della vita… anche della nostra.
giovedì 14 maggio 2026
Imparare ad amare
"Amare" è una parola bellissima, ma troppo spesso resta il riflesso del nostro io più che un'espressione concreta della fede; per questo viene facilmente disattesa o vissuta in modo superficiale. Ecco che Gesù intende aiutare i suoi discepoli a superare il loro ego, per questo consegna loro il comandamento che riassume tutti gli altri: "che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi". L'uomo è fatto per amare, senza amore non c'è vita e non c'è futuro. Amare significa rendere concreto l'amore liberandosi, poco alla volta, dall'orgoglio e dall'illusione di bastare a sé stessi. Chi ama si dona per il bene degli altri, evita parole che feriscono, serve con umiltà e non si lascia scoraggiare da difficoltà o incomprensioni, perché sa che anche le ferite fanno maturare. Soprattutto, chi ama continua ogni giorno a imparare ad amare.
mercoledì 13 maggio 2026
Non ci realizziamo da soli
At 17,15.22-18,1 e Gv 16,12-15
martedì 12 maggio 2026
Oltre il suo andare
At 16,22-34 e Gv 16,5-11
lunedì 11 maggio 2026
Sempre accompagnati ... mai soli
At 16,11-15 e Gv 15,26-16,4
domenica 10 maggio 2026
Una intimità di cui prendersi cura
At 8,5-8.14-17 Sal 65 1Pt 3,15-18 Gv 14,15-21
Abbiamo incontrato Gesù oppure ci siamo fermati solo ai riti?
C’è infatti un rischio: celebrare il mistero della fede senza lasciarsi toccare da esso. Possiamo vivere liturgie perfette, piene di parole e gesti, ma restare lontani da Gesù, conoscendolo poco nella vita concreta.
Per questo oggi la Parola di Dio ci provoca con una domanda essenziale:
che rapporto ho con Gesù?
Chi è davvero per me?
Il Vangelo di oggi non racconta miracoli o eventi straordinari. È piuttosto un dialogo intimo. Gesù parla al cuore e desidera entrare nella nostra vita in modo profondo, quotidiano, vero. Giovanni, l'evangelista', ci riporta il suo ricordo, quelle parole di Gesù che gli si sono fermate entro e che lo hanno cambiato, lo hanno costruito umanamente ... perché Gesù prima di tutto ha cercato una relazione intima con il gruppo dei suoi amici, i dodici.
Gesù cerca una relazione viva con noi. E questa relazione nasce dall’amore, non dall’obbligo. Il brano si apre infatti con le parole: "Se mi amate…" e si conclude con la promessa: "Chi mi ama sarà amato dal Padre mio".
Allora oggi siamo chiamati a chiederci:
Gesù è davvero presente nella mia vita centra davvero con me oppure è solo una figura religiosa?
Lui continua a donarci la sua parola, il suo Spirito, la sua stessa vita. Ma noi che cosa ne facciamo?
Chi ama custodisce. Chi ama accoglie con gratitudine e non disperde ciò che riceve. La nostra vita é una vita cristiana o è riflesso di noi stessi, dei nostri desideri, progetti e forse a che dei nostri limiti e difetti?
La vita cristiana é quella che custodisce e accoglie il comandamento di Gesú! Per questo siamo invitati a contemplare ciò che il Signore ha fatto per noi: riconoscere che la vita cristiana nasce davvero solo dall’incontro con il Risorto.
Se diciamo di amare il Signore e di essere suoi discepoli, allora il Vangelo deve diventare criterio concreto delle nostre scelte, del nostro modo di vivere, di giudicare noi stessi e il mondo.
Non possiamo partire soltanto dalle nostre idee o convinzioni. Anche i discepoli hanno dovuto lasciare che Gesù cambiasse il loro modo di pensare, aprendoli allo sguardo di Dio.
Tutto questo è possibile grazie a quell’intimità profonda che unisce da una prolungata esperienza di Gesù ... stare con lui, con il cuore, con la mente, con le azioni, nella quotidianità e ...
Il giardino abbandonato (da uno spunto di Bruno Ferrero)
Un uomo possedeva un giardino magnifico, pieno di fiori dai colori vivaci, piante rigogliose e alberi da frutto che offrivano ombra e freschezza. Era il luogo più bello del villaggio, e chiunque passasse si fermava a contemplarlo.
L’uomo ne era orgoglioso, ma era anche molto occupato con i suoi affari: voleva lavorare duramente per guadagnare e assicurarsi una vita migliore. Ogni giorno, al mattino presto, lasciava la sua casa senza mai fermarsi a guardare il giardino. Tornava tardi la sera, troppo stanco per prendersene cura. “Ci penserò domani,” si diceva, ma quel domani non arrivava mai.
Le settimane divennero mesi, e le erbacce cominciarono a crescere, soffocando i fiori. Gli alberi iniziarono a perdere le foglie, e i frutti non maturavano più. Anche i cespugli, che un tempo profumavano l’aria, si seccarono. Un giorno, dopo molto tempo, l’uomo si fermò finalmente davanti al giardino. Ma ciò che vide lo lasciò senza parole: era tutto spoglio, incolto, e sembrava un campo abbandonato. In quel momento capì quanto aveva trascurato il suo piccolo paradiso.
Si sedette su un vecchio tronco e cominciò a piangere. Un anziano, che passava di lì, si avvicinò e gli disse con un sorriso gentile: “Amico mio, se solo ti fossi fermato ogni tanto a godere di questo giardino e a prendertene cura, ora sarebbe ancora il luogo meraviglioso che ricordi. Non basta possedere qualcosa di bello: bisogna dedicargli tempo e amore.” L’uomo comprese la lezione. Decise di ripulire il giardino, di prendersi cura di esso ogni giorno e, soprattutto, di non permettere più al lavoro di rubargli il tempo per ciò che contava davvero.
sabato 9 maggio 2026
Ci odieranno e perseguiteranno ...
At 16,1-10 e Gv 15,18-21
venerdì 8 maggio 2026
Comandamento: portare frutto
At 15,22-31 e Gv 15,12-17
giovedì 7 maggio 2026
Amare è bello e necessario
At 15,7-21 e Gv 15,9-11
mercoledì 6 maggio 2026
Rimanere per portare!
At 15,1-6 e Gv 15,1-8
martedì 5 maggio 2026
Non siamo del principe del mondo
At 14,19-28 e Gv 14,27-31
lunedì 4 maggio 2026
Comandamento = accogliere e osservare
At 14,5-18 e Gv 14,21-26
domenica 3 maggio 2026
Allargare l'orizzonte del dimorare
Mi sono chiesto che cosa Giovanni abbia raccontato alla sua comunità perché nel breve tempo, attorno alla sua testimonianza si sia condensata una tale profondità di contenuti che in realtà sono fondamento al mistero Trinitario e della divinità di Cristo è alla sua presenza nella comunità che sarà la Chiesa.
Forse quel "sono con voi per sempre" in relazione al dono dello Spirito Santo, può essere stata l'occasione per comprendere il "come" e il "perché" ...
Gesù vuole essere consolazione (consolatore) anche nella inquietudine del loro cuore, nelle crisi, nelle difficoltà e pure nei dubbi ...
Ma questa pretesa si fonda sul dimorare in Dio in Lui e di Dio in noi. Per poi sfociare nel cone questo dimorare si concretizza ... ed ecco che Gesù unisce un'altra pretesa quella di essere l'unica via che porta al Padre.
Le domande di Tommaso e di Filippo riassumono la domanda di ogni uomo di fronte a Dio. Di fronte a queste domande, di estrema concretezza emerge una esigenza, conoscere il senso di ciò che è la realtà e la dimensione del mistero, lo stesso mistero di Gesù dentro la stessa realtà.
1. Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?».
2. Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta».
Occorre collegare con equilibrio la dimensione della realtà storica e concreta al mistero della rivelazione e comprensione di Dio nel tempo.
Formulo una proposta: la fede si interroga sul “perché” e sul “chi”, mentre la lettura della realtà ci aiuta a chiarire il “dove” e il “come”.
Ecco perché nella tradizione biblica, Dio si rivela nel tempo, eventi e luoghi reali, non fuori dalla storia.
Qui è importante essere chiari: nessun tipo di reperto può “dimostrare” il mistero di Dio. Il mistero resta tale perché riguarda una dimensione che va oltre il dato materiale, oltre la realtà. Questa può documentare lo sviluppo culturale e religioso, mentre la teologia lo interpreta come cammino di rivelazione.
Ecco che posiamo intendere la realtà come mediazione del mistero stesso di Dio, cioè che la “la realtà sia mediatrice e mediazione del mistero stesso di Dio” si colloca dentro una visione profondamente teologica e filosofica, molto vicina al pensiero sacramentale e simbolico della tradizione cristiana.
1. La realtà non è solo “cosa”, ma è anche segno: ciò che esiste rimanda oltre se stesso.
2. Il mondo, la storia, le relazioni, la materia… tutto può diventare luogo in cui il mistero di Dio si comunica.
3. Il concetto di “Mediazione” suggerisce che questo non è un fatto occasionale, ma una struttura permanente: Dio si rende presente attraverso ciò che è concreto.
Questa idea ha affinità con il pensiero di Karl Rahner, che parlava del mondo come “sacramento” della presenza divina, e anche con Hans Urs von Balthasar, per cui la bellezza del reale rivela qualcosa della gloria di Dio.
sabato 2 maggio 2026
50 anni fa (02.05.1976) la mia prima comunione
At 13,44-52 e Gv 14,7-14
venerdì 1 maggio 2026
Gen 1,26-2,3 e Mt 13,54-58
Il problema di non capire
giovedì 30 aprile 2026
Valore dei gesti di Gesù
At 13,13-25 e Gv 13,16-20
mercoledì 29 aprile 2026
Lodare nella crisi
1Gv 1,5-2,2 e Mt 11,25-30
martedì 28 aprile 2026
Sue pecore
At 11,19-26 e Gv 10,22-30
lunedì 27 aprile 2026
L'unico pastore
At 11,1-18 e Gv 10,11-18
domenica 26 aprile 2026
Un pastore anomalo
At 2,14.36-41 Sal 22 1Pt 2,20-25 Gv 10,1-10
Quarta domenica di Pasqua, tradizionalmente chiamata la
domenica del Buon Pastore. È anche la Giornata mondiale di preghiera per le
vocazioni.
Il messaggio di Papa Leone che accompagna questa giornata – e quindi anche la
nostra preghiera di oggi – sviluppa alcuni temi a partire da un titolo
estremamente affascinante: La scoperta interiore del dono di Dio.
Oggi a ciascuno di noi non è chiesto semplicemente di pregare perché ci siano più preti, ma di riconoscere e rendere evidente il cammino di scoperta del dono che è la propria vocazione personale.
Una vocazione è un dono: non un posto fisso, non un
riscatto sociale, non un luogo di potere, ma un dono di Dio per realizzare sé
stessi e contribuire al Regno del Padre.
La vocazione è coinvolgimento in un progetto universale. È qualcosa di grande.
Prima ancora di pregare, oggi siamo invitati a metterci alla ricerca della nostra vocazione.
So di averla? La riconosco?
Il Papa ci ricorda che la vocazione nasce nell’interiorità di ciascuno.
Ripensandoci, mi tornano alla mente tanti momenti: dialoghi, viaggi a Montegiove, relazioni sbagliate, tanta preghiera… perfino una birra con Mauro Gambetti (attuale Cardinale), che insieme a Sara Folli mi accompagnò il primo giorno di seminario.
Se dovessi sintetizzare gli ultimi tre anni della mia
ricerca vocazionale, direi: un abbandono fiducioso.
Il Papa afferma che, seguendo Gesù, il Buon Pastore, si scopre la vera bellezza della vita attraverso la preghiera, il silenzio e l’ascolto interiore.
Si scopre che Gesù è davvero un pastore buono, che chiama con una voce fatta di tante voci… come quelle della GMG in Polonia nel 1991. Quella voce mi ha fatto cambiare direzione.
Arrendersi e lasciarsi condurre non è facile. Sono tante le cose che trattengono, che affascinano, che alimentano il dubbio: “E se ti stessi sbagliando? E se stessi buttando tutto al vento?”
Eppure, quando ho deciso, ero pieno di gioia. Mi sentivo leggero, come se stessi volando… e non avevo più paura di nulla.
Il Papa ci ricorda che la vocazione è un dialogo personale con Dio, fondato sulla conoscenza reciproca e sulla fiducia. È ciò che porta a scegliere una strada di amore e servizio. Non è qualcosa di imposto, ma un cammino libero verso la felicità.
I miei sono stati tre anni intensi, tra alti e bassi, esperienze e lacrime, che mi hanno portato a comprendere cosa significhi davvero per me essere felice. E ho scoperto che quella felicità non me la davo da solo, ma era una proposta di Gesù.
Una felicità che resta, nonostante i miei limiti e
difetti — che erano tanti e lo sono ancora — ma che resta. Anche nella gioia di
essere oggi qui, a Massa Lombarda.
Infine, il Papa conclude ricordando che la vocazione è un processo dinamico, che matura nel tempo grazie alla relazione con Dio, alle relazioni fraterne e al discernimento. Coltivarla con costanza porta frutti per sé e per gli altri.
La scelta non è un punto fermo della vita, non è staticità. Per me, essere prete è il massimo dinamismo possibile del mio esistere.
La voce del Pastore che chiama le pecore, riguarda la vocazione di ciascuno. Chi ha dubbi sulla propria, si metta in ascolto e inizi a seguirlo da vicino, così da potergli rivolgere anche qualche domanda. Non abbiate paura: la risposta arriva. Basta non tapparsi le orecchie.
sabato 25 aprile 2026
Proclamare il Vangelo
1Pt 5,5-14 e Mc 16,15-20
venerdì 24 aprile 2026
L'insegnamento di Cafarnao
At 9,1-20 e Gv 6,52-59
giovedì 23 aprile 2026
Un mistero da mangiare
mercoledì 22 aprile 2026
Promessa di risurrezione
At 8,1-8 e Gv 6,35-40
martedì 21 aprile 2026
Il pane, quello vero
At 7,51-8,1 e Gv 6,30-35
lunedì 20 aprile 2026
Vedere i segni o mangiare i pani?
At 6,8-15 e Gv 6,22-29
domenica 19 aprile 2026
Emmaus
1. La delusione e la fuga → Emmaus come esperienza di crisi
Emmaus non è solo un luogo: è un’esperienza che tutti, prima o poi, attraversiamo. È il cammino della delusione. I discepoli tornano indietro, lasciano Gerusalemme. Tutto sembra finito: i sogni, le attese, la speranza. Quando non vediamo più futuro, la tentazione è sempre la stessa: rifugiarci nel passato, tornare a ciò che conosciamo, anche se non ci salva. E così il Vangelo ci dice una cosa sorprendente: quando Gesù si avvicina, loro non lo riconoscono. I loro occhi sono “trattenuti”. Trattenuti da cosa? Dalle loro idee, dalle loro aspettative deluse. Avevano immaginato un Messia diverso, e proprio per questo non riescono a vedere quello vero.
Noi stessi deventiamo incapacei di riconoscere Gesù quando vogliamo imprimere la nostra visione e non ci lasciamo interrogare dalla verità del vangelo, quando lo addomestichiamo, quando non lo viviamo.
2. L’iniziativa del Risorto → Gesù si fa vicino e accompagna
Ma è qui che accade qualcosa di decisivo.
Il Risorto prende l’iniziativa. Non aspetta che siano loro a cercarlo: è Lui che va incontro. Si fa vicino, cammina con loro, condivide il loro passo lento e scoraggiato. Non si impone, non li rimprovera, non offre prove clamorose. Fa qualcosa di più grande: li educa a riconoscerlo. E come lo fa? Attraverso due segni semplici, che conosciamo bene.
3. Il riconoscimento e la ripartenza → Parola, Pane e ritorno alla comunità
La Parola e il Pane.
Con la Parola, illumina la loro storia. Li aiuta a rileggere ciò che è accaduto. E mentre ascoltano, il loro cuore ricomincia a bruciare.
Con il Pane spezzato, compie un gesto familiare. Non è qualcosa di nuovo: è il segno del suo amore di sempre. E in quel gesto, finalmente, gli occhi si aprono.
Anche noi riconosciamo il Risorto nella Parola che ascoltiamo e nel Pane che condividiamo. È lì che Lui è presente. È lì che continua a incontrarci
E quando lo riconosciamo, accade qualcosa: si rimette in movimento la vita. I discepoli non restano più fermi, non tornano più indietro. Si alzano e ritornano a Gerusalemme. Tornano alla comunità, tornano alla vita.
Ecco allora il messaggio per noi oggi:
anche quando siamo delusi, anche quando non capiamo, anche quando pensiamo che tutto sia finito, il Signore ci viene incontro. Cammina con noi. E ci insegna a riconoscerlo.
Nella Parola.
Nel Pane.
Nella comunità che rinasce. E ci dona di nuovo il coraggio di alzarci e ripartire.
sabato 18 aprile 2026
Sapere attendere
At 6,1-7 e Gv 6, 16-21
Dopo il segno del pane, tutti avevano capito, riconosciuto e compreso che Gesù era il Messia atteso. C'era grande entusiasmo tra la gente, i discepoli entusiasti sperano si stia per aprire un capitolo nuovo ..., ma invece Gesù non vuole cadere nella trappola del successo umano, non vuole diventare il loro leader umano e se ne va in disparte, da solo a pregare. Ma i discepoli dopo averlo atteso, prendono il largo con la barca e vanno verso Cafarnao, sono soli e non comprendono perché Gesù si comporta così, proprio nel momento in cui avrebbe potuto raccogliere i primi frutti della sua predicazione. Ma è proprio quella attesa, quel buio intorno e dentro di noi, che diviene lo spazio di una consolante esperienza, tu Signore non mi abbandoni, ma mi raggiungi. lo so attendere (e attenderlo) senza perdere la pace del cuore?venerdì 17 aprile 2026
Pane della speranza
At 5,34-42 e Gv 6,1-15
Di fronte alla folla numerosissima, Filippo fa notare che non hanno le risorse per affrontare una spesa così grande. Mentre Gesù chiede di aprire il cuore e farsi carico delle necessità della gente. Ciò che chiede Gesù è una provocazione sempre attuale. Gesù sa bene quello che sta per fare, e sa bene che solo il Padre può saziare la fame dell’umanità. Ma giunti a sera la gente è contenta perché ha mangiato e a visto aprirsi nuovi orizzonti, speranze solo desiderate. Ma anche Gesù è contento perché vede nella comunità dei discepoli coloro che si faranno pane spezzato capace di nutrire il corpo e saziare lo spirito. Oggi anche noi chiediamo la grazia di diventare pane spezzato che offre speranza.
giovedì 16 aprile 2026
Le parole di Dio e lo Spirito
At 5,27-33 e Gv 3,31-36
mercoledì 15 aprile 2026
Rinascere continuamente
At 4,32-37 e Gv 3,7-15
La parola di Gesù apre sempre orizzonti nuovi, se siamo disposti a metterci in ascolto della Parola con l’atteggiamento di chi si lascia sorprendere. Quando presumiamo di essere “Maestri” in Israele non riusciamo ad arrivare dove la Parola ci vuole portare. In realtà, abbiamo paura d’incamminarci per strade che non conosciamo e non possiamo gestire. Quando Gesù parla di nascere di nuovo, di nascere dall’alto non intende un evento ma è un processo che coinvolge tutto il tempo della nostra vita, cioè come qualcosa che avviene continuamente. Ogni volta che ci apriamo all’ascolto della Parola, si attiva la nostra rinascita.lunedì 13 aprile 2026
Alla ricerca di un dialogo
At 4,23-31 e Gv 3,1-8
domenica 12 aprile 2026
Tommaso erede della pace di Gesù
At 2,42-47 Sal 117 1Pt 1,3-9 Gv 20,19-31
Nei vangeli letti e ascoltati questa settimana, i brani del risorto e delle sue apparizioni, risuona una frase: «Non temete, andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno»”.
Sembra che Gesù voglia dire che per vederlo non biosogna ostinarsi a tornare al sepolcro … o stare chiusi nella casa, nel cenacolo … ma occorre tornare in quei luoghi dove tutto è nato, dove vil Signore ha incontrato gli apostoli e dove ha incontrato ciascuno di noi. La Galilea è vedere e riconoscere il Risorto in qualsiasi parte del mondo, anche le più sperdute, dove la sua presenza si intreccia con le trame della storia e del vissuto quotidiano. E’ nella Galilea che si fa esperienza dei germi di speranza che fioriscono quando l’uomo “pensa e agisce positivo”, quando è orientato al bene.
A questo punto, però, sorge una domanda: “dove oggi si può vedere il Risorto?”
Come posso riconoscerlo nelle martoriate terre insanguinate e devastate dalla guerra. Attualmente nel mondo si contano 56 conflitti attivi, che coinvolgono 92. Gli stati sovrani del mondo oggi sono 195. Le aree di maggiore tensione includono Ucraina, Medio Oriente (Gaza, Libano, Yemen, Siria, Sudan, Etiopia e Sahel
Dove vedo il Risorto?
Nella morte dei bambini innocenti, nel fratricidio di giovani soldati, o nella violenza sulle donne, nei disordini sociali, nelle città distrutte dalle bombe, negli affari illeciti, nel deturpamento ambientale…?
Verrebbe voglia di dire: «Qui non c’è il Risorto, bisogna cercarlo da un’altra parte».
In questo tempo di guerre, e di morte, dove la forza, la violenza e la distruzione sembrano essere il criterio per dominare e per vincere, la risurrezione discreta e insignificante di un ebreo in un lembo sperduto della Giudea, sembra proprio ininfluente, ieri come oggi.
Eppure, noi cristiani in quel fatto ... la risurrezione di un morto insignificante, mettiamo la possibilità di dare senso alla vita e di redimere il male che imperversa indisturbato in questo nostro mondo.
Quanti credono veramente al Risorto sono quelli che nonostante il sepolcro di morte continuano a sperare, perché quello è solo “il luogo dove l’avevano posto”, e perch+ non si rassegnano come i discepoli di Emmaus a una vita sconsolata: “noi speravamo che fosse Lui a liberare Israele…”
Allora dove si può vedere il Risorto?
Dappertutto ovunque torniamo in Galilea: ovunque ciascuno di noi contribuisce a realizzare la creazione orienta al bene, dove si vuole vivere il comandamento dell’amore, perché Gesù ha già superato il buio della morte e si può pensare e sperare un bene per tutti, anche partendo dalle situazioni più tragiche.
Tommaso ha fatto un percorso pasquale in cui egli stesso è tornato in Galilea …
Ha riscoperto la comunità degli amici, dei fratelli come luogo privilegiato della presenza del risorto: la nostra comunità!
Ha accolto il dono della pace con tutto il nuovo che porta con sè. La ‘pace’ di Gesù è il dono di una felicità piena, accompagnato da un secondo dono: lo Spirito Santo, l’Amore tra il Padre e il Figlio, che ci rende capaci di amare. Un terzo dono pasquale, affidato agli apostoli e ai loro successori, è il perdono dei peccati che celebriamo ogni volta che ci accostiamo al Sacramento della Riconciliazione.
Ha riscoperto l’amicizia intima con
Gesù, nell'affetto e confidenza con Gesù lo riconosce e nei
segni della passione si immerge e riesce a diventare parte della risurrezione.
Tommaso, sentendo ciò si getta in ginocchio e tutto diventa quel «Mio
Signore e mio Dio!».
Ora fatto anche noi questo itinerario, non dimentichiamoci che: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo unico Figlio perché chi crede in lui non muoia ma abbia vita eterna».
sabato 11 aprile 2026
Incredulità, velata verità
At 4,13-21 e Mc 16,9-15
venerdì 10 aprile 2026
Io vado a pescare ...
At 4,1-12 e Gv 21,1-14
giovedì 9 aprile 2026
Possiamo vederti e toccarti
At,11-26 e Lc 24,35-48
Siamo a Gerusalemme nelle ore immediatamente successive alla resurrezione. In questo contesto appare il Gesù, non ha bisogno di bussare, non ha bisogno di permessi, entra con naturalezza, in fondo è questa la bella notizia della Pasqua: Gesù è risorto e si fa vedere, ma i discepoli sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Tante volte dubitiamo di Dio, abbiamo l’impressione che sia lontano. E invece … dovremmo imparaee a coltivare l’attesa, sapendo che, in modo imprevedibile, Gesù viene e si manifesta. Che in quell’ora, certa e misteriosa, il Signore allontani da noi i dubbi, le paure e le inquietudini. Donaci, Signore di custodire con amore le parole che invitano a toccarti e a guardarti nella quotidianità della mia nostra vita.mercoledì 8 aprile 2026
Una vicinanza affascinante
At 3,1-10 e Lc 24,13-35
martedì 7 aprile 2026
Perseverare di fronte alla tomba vuota
At 2,36-41 e Gv 20,11-18
lunedì 6 aprile 2026
Non temete; andate ad annunciare ...
At 2,14.22-33 e Mt 28,8-15
domenica 5 aprile 2026
Pasqua di risurrezione
Celebriamo una Pasqua ancora una volta strana, non la solita fatta di riti e di tempi consolidati dalla tradizione cristiana bimillenaria, ma una Pasqua definita da Papa Leone: in un’«ora oscura della storia». Il mondo è in fiamme quasi ovunque; vi sono le guerre di cui ascoltiamo ogni giorno la cronaca, con il fiato sospeso, e quelle sconosciute e talvolta ancor più violente.
E vi sono anche migliaia di giovani,in ogni parte del mondo, che marciano chiedendo la fine delle guerre e di ogni violenza: essi sono il segno di una Pasqua che cerca di farsi strada dentro la storia concreta.
Forse non ce ne siamo accorti matra le parole dei giorni drammatici della passione di Cristo è risuonato il suo ordine di “riporre la spada nel fodero”.
È un comando per chi pensa di mettere fine alla violenza con la violenza.
È un comando per tutti noi che abbiamo ricevuti l'invito a costruire una pace disarmata e disarmante.
Il Signore Risorto rende concreto il suo saluto: "La pace sia con voi!", perché la pace del Risorto è con tutti coloro che oggi “ripongono la spada nel fodero”.
È un comando per i grandi della terra che sembrano diventati sordi alle voci dell’umano.
È un comando per tutti noi che assistiamo inermi al dramma dei bambini di Gaza, al massacro delle donne e dei giovani di Teheran, al fuggire delle famiglie profughe e accampate per le strade di Beirut.
È un comando per chi ha archiviato una guerra che continua silente nella terra dell’Ucraina.
Se la nostra comunità cristiana riuscisse a capire e a concretizzare che Pasqua significa continuare a credere nella vita pur in questo scenario, al di là delle differenze che ci contraddistinguono, forse capiremmo che la Pasqua - oggi - non è la rievocazione di eventi pure decisivi del passato, ma è evento di oggi, per compiere nella promessa basata sulla risurrezione di Cristo il rinnovamento delle nostre vite e della storia tutta, chiamata a risorgere, ad essere spazio della vita e non della assurdità della morte.
“Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro”, ma quello che vede fu sufficiente per aprirgli gli occhi e rallegrare il cuore: “vide e credette”.
Il Signore si nasconde in quel sepolcro vuoto, ma la fede dell’apostolo impara a scorgere la sua presenza nei dettagli di quel sepolcro della storia. Anche della nostra storia, anche in questa "ora oscura".
Oggi siamo nell'alba del nuovo giorno, un giorno senza fine. È il primo passo di quella grande avventura che, duemila anni dopo, continua a rischiarare il cammino dell’umanità.
sabato 4 aprile 2026
VEGLIA PASQUALE (2026)
Mt 28,1-10
Anche quest’anno sarei dovuto partire per Gerusalemme il lunedì di Pasqua, ma, a causa della guerra, il volo è stato cancellato.
In molti mi chiedono perché desideri tornare sempre lì, cosa mi attiri così tanto in quei luoghi.
La prima volta che arrivai a Gerusalemme, nel 1996, entrando nel Santo Sepolcro, ero profondamente emozionato. Quel luogo mi ha subito affascinato, per la sua storia e per le tante ricerche che ne confermano l’autenticità: lì, dove Gesù fu crocifisso, vi era un giardino e un sepolcro nuovo. Allora era fuori dalle mura; oggi è nel cuore della città vecchia. «Là dunque, poiché era il giorno della Parasceve dei Giudei e, dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù».
Tutte queste informazioni e descrizioni riempivano gli spazi delle mie domande e della mia ricerca di Dio.
Ma ora, dopo tanti anni, in cui su quel sepolcro, ogni volta che ho potuto, ho celebrato l’Eucaristia, non è più l’emozione a condurmi, ma il desiderio di incontrare e stare, in qualche modo, con il Risorto.
La Pasqua non è più per me soltanto un rito, ma un’esperienza viva, è rendere presente, qui e ora, il mistero di morte e di vita che quel sepolcro rappresenta.
Riviviamo allora l’alba del primo giorno della settimana, quando le donne trovarono la tomba vuota e udirono: “Non abbiate paura… non è qui, è risorto”. Anche se oggi, in quel luogo, la Veglia pasquale è stata celebrata nel silenzio, a porte chiuse, segnata dalla guerra, per noi che crediamo è ugualmente abitato da una presenza più forte.
Le parole del Cardinale Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, pronunciate stamattina, interpretano meglio di tutti il senso di quel luogo e di ciò che è avvenuto e che avviene:
"Tuttavia, proprio qui, in questo luogo dove la morte è stata abitata da Dio, la Parola di Dio risuona più forte di ogni silenzio. E lo dico con semplicità: anche noi, oggi, celebriamo con una fede provata, fragile, forse stanca… eppure ancora in piedi.
Non perché siamo forti, ma perché qui ci sostiene Qualcuno. Qui la morte non è stata evitata, né attenuata, ma è stata affrontata fino in fondo.
Dio non ha scelto una via di fuga, ma ha deciso di entrare nella condizione umana nella sua realtà più profonda, assumendo su di sé tutte le dimensioni dell’esistenza, compresa quella che oggi, purtroppo, sperimentiamo in maniera spesso violenta: il dolore e la morte. Non per “spiegarli” da lontano, ma per abitarli da vicino."
Credo che queste parole del Cardinale Pizzaballa siano sufficienti per motivare anche la nostra celebrazione, per non cadere nell’ostentazione dei gesti e nella ripetitività di un celebrare stanco e privo di passione.
Il Vangelo ci conduce davanti alla pietra rotolata via: non da una forza umana, ma per la potenza dell’amore di Dio. “Chi ci rotolerà via la pietra?”
È la domanda che sale ancora oggi da tante parti del mondo ferito. E la risposta è un fatto: la pietra è stata rimossa.
La pietra è stata rotolata via. Non dalla nostra forza, ma dalla potenza dell’amore di Dio, che è più forte della morte. Dio non aspetta che le nostre guerre finiscano per cominciare a far risorgere la vita.
Comincia nel buio.
Comincia nel silenzio.
Comincia nel sepolcro ancora chiuso.
Questa è la consegna pasquale dal Santo Sepolcro: non restare fermi davanti alle pietre del mondo, ma diventare “pietre vive”, segni di speranza e riconciliazione.
Cristo è risorto. È veramente risorto. Alleluia!
venerdì 3 aprile 2026
VENERDI’ SANTO - È compiuto!
Gv 19,30
Che cosa rappresenta la croce, che cosa rappresenta quel corpo che della croce prende forma? Rappresenta l’Amore in pienezza, senza mediazione di sorta. In questo giorno in cui la croce è al centro della celebrazione contempliamo l’Amore: l’Amore fatto dono, l’Amore che si mostra in un volto sfigurato, ferito, colpito, misconosciuto…
Celebrare l’adorazione della croce, in fondo, non è adorare un pezzo di legno, per quanto per me è affascinante … Ripercorrere il cammino del legno, dalla crocifissione, alla sua riscoperta ad opera di Sant’Elena (madre dell’imperatore Costantino) tra il 326-327, come ci testimonia Eusebio di Cersarea, fino al suo incerto destino e sparizione dopo la battaglia ai di Corni di Attin del 1187 dove l’esercito crociato fu sconfitto dal Saladino … Ebbene oggi nella croce noi contempliamo il mistero della salvezza che su quel pezzo di legno si è compiuto, significa contemplare e ringraziare per un immenso atto di amore che ci ha resi tutti figli amati, per i quali dare tutto.
Contempliamo il Re dei Re crocifisso, pregando per ogni uomo e donna colpiti, in questo momento, dalla sofferenza, dall’ingiustizia, dalla violenza, dalla solitudine, dall’incomprensione.
Contempliamo il Buon Pastore crocifisso, pregando per ogni uomo e donna disorientati, spaventati, in balìa di eventi, paure, incertezze.
Contempliamo il Salvatore crocifisso, pregando per ogni uomo e donna, stretti dalla morsa della malattia e della sofferenza.
Contempliamo l’Onnipotente crocifisso, pregando per tutti coloro che sorella morte ha visitato e che, impotenti, pronunciano l’estremo e doloroso «sì».
Contempliamo l’Amore, nella certezza che non c’è vita, non c’è morte, non c’è sorriso, non c’è speranza, non c’è lacrima che dal Dio crocifisso non venga abbracciata.
giovedì 2 aprile 2026
Celebriamo l'essere amati
Es 12,1-8.11-14 e Gv 13,1-15
mercoledì 1 aprile 2026
Trenta monete
Is 50,4-9 e Mt 26,14-25
lunedì 30 marzo 2026
Tradire ... ieri come oggi ... scegliere la morte
Giuda tradisce ... Gesù, oggi ad essere tradito è l'uomo. Gesù fu tradito da un amico, l'uomo è tradito da suo fratello ... È questo il dramma che si rappresenta sotto i nostri occhi. Non c'è legge, non c'è più giustizia e neppure pietà, ma solo il trionfo della morte per il gusto di poterla amministrare con cinismo e disumanità.
Gesù guardò Giuda con grande tristezza - fu profondamente turbato -, perché tradendo, Giuda, rovinava la sua vita. In Gesù c’è solo una grande amarezza; ma non possiamo rinunciare alla speranza. C’è un infinito bisogno di salvezza, ma ormai le parole di Gesù non scalfiscono un cuore già indurito dal male. Un ammonimento per tutti, per i nostri giorni, per oggi, per certe scelte agghiaccianti.
Soprattutto la carità
Is 42,1-7 e Gv 12,1-11
domenica 29 marzo 2026
Domenica delle Palme 2026
È sempre bellissimo vedere e vivere la Domenica delle Palme, nella presenza di tanti e di un contesto di festa ... che ci introduce nella Settimana Santa, per orientarci già nella pasqua di risurrezione.
Ma tutto questo attraversa i giorni della passione, morte e sepoltura di Gesù ... e il mondo si rivoltò contro di Lui e lo abbandonò nella desolazione della morte.
Solo il Padre ha trattenuto nelle sue mani il suo unico figlio. Gesù si affida ancora per un'unica ed eterna volta a Dio con le parole del Salmo 21: "Mio Dio, mio Dio perché mi hai abbandonato ..."
Ma cosa significa oggi per noi essere qui e trattenere tra le mani un ramo di ulivo?
Quale è la conseguenza di questo gesto?
Oltre alla tradizione, oltre alla devozione, oltre ogni scaramanzia, cosa rappresenta questo segno?
Significa riconoscere in Gesù l'unico maestro, l'unico salvatore del mondo e della mia stessa vita.
Significa affermare che sono cristiano che gli appartengono che non sono figlio di questo mondo, che non sono partecipe delle ingiustizie, delle guerre, della violenze fratricida, che anche oggi insanguina questo modo. Il mondo che deve essere il tempo più importante e significativo per tutti ... il tempo della vita, portata a compimento, portata a pienezza attraverso l'amore a Dio e ai fratelli.
Questo ci dice oggi Gesù; chi non riconosce questo, può lasciare cadere in terra tutto l'ulivo anche se benedetto ... perché non gli serve a nulla.
Dopo aver ascoltato la narrazione della Passione, pagine piene di amore e dolore una domanda si staglia forte: «Chi siamo davvero e cosa cerchiamo?». La croce non ci ridarà un Dio in nome del quale combattere, aggredire e condannare. Ma un Dio del cui amore vivere e per il cui amore morire.
Vi lascio queste frasi ... non le troverete su internet, non le ho scritte io, ma sono il dialogo tra Gesù una ragazza, forse una mistica ... alla quale il Signore ha affidato queste parole per consegnarla al Mistero della croce.
"Non temere se cadi sotto il peso della croce: quando il suo legno ti schiaccia e diventa un tutt'uno con la tua carne da te escono tutti i pensieri e le convinzioni che ti tengono lontano da me. Non temere quando arrivata in cima al calvario ti tolgono le vesti. In questo modo ti spogli di tutto quello che è superfluo e che ti tiene lontano da me: la croce diventerà il tuo vestito e ti innalzare fino al cielo". ... Amen!