sabato 5 settembre 2026

Fare comunità ed essere comunità

Ez 33,1.7-9 Sal 94 Rm 13,8-10 Mt 18,15-20

Fare comunità” e “essere comunità” non sono la stessa cosa, c’è una bella differenza tra fare ed essere.
Fare comunità lo sappiamo fare!
Sappiamo organizzare, programmare, proporre iniziative, creare occasioni d’incontro. E tutto questo è importante.
Così importante che possiamo correre il rischio di fare moltissimo per la comunità senza essere veramente comunità.
Si può organizzare un incontro e non incontrarsi davvero.
Si può lavorare insieme senza prendersi cura gli uni degli altri.
Si può parlare di fraternità senza riuscire a perdonarsi.
Si può fare tanto per gli altri, senza arrivare a fare qualcosa con gli altri.
Come è vero che tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare ...
Ecco, allora, qual è il mare che separa il dire dal fare?
È forse il mare della coerenza: quello spazio, spesso enorme, che separa ciò che diciamo di voler essere da ciò che siamo concretamente nelle relazioni quotidiane.
Quale è il mare da attraversare?

- il mare della fiducia, che non si proclama, ma si costruisce nel tempo;
- il mare dell’ascolto, perché non basta mettere insieme delle voci: occorre lasciare che l’altro ci cambi;
- il mare della reciprocità, perché una comunità non è un insieme di persone che ricevono qualcosa, ma persone che si sentono chiamate a dare qualcosa;
- il mare del conflitto conflitto, perché essere comunità significa anche attraversare le differenze senza trasformarle immediatamente in divisioni;
- il mare della responsabilità, perché non basta dire “la comunità dovrebbe…”: a un certo punto bisogna poter dire cosa “noi facciamo” di fronte alle necessità;
- il mare del tempo, perché una comunità autentica non si costruisce con un evento, un progetto o uno slogan, ma è il frutto di una quotidianità.
Forse, quindi, il mare è tutto ciò che dobbiamo attraversare perché il “noi” smetta di essere una parola e diventi un’esperienza. Per fare questa attraversata dobbiamo disarmare certi nostri pregiudizi e certi nostri spigoli che feriscono chi si accosta a noi.
Per essere comunità
Fare comunità parte dal “che cosa facciamo insieme”; essere comunità parte dal “chi diventiamo insieme”. Ed è proprio lì che il fare - il nostro troppo e sterile fare - può trasformarsi in essere.
In sintesi, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Tra il fare comunità e l’essere comunità, quel mare è la distanza tra l’organizzare relazioni e il lasciarsi coinvolgere dalle relazioni. Attraversarlo significa passare dal “fare per gli altri” al “fare con gli altri”, fino ad arrivare al “sentirsi parte gli uni degli altri”.

Il Vangelo di questa domenica, che per noi coincide con la ripresa, per me è l’inizio di un nuovo anno pastorale, diverso dal precedente, perché per me è davvero nuovo.
Un anno nel quale poter entrare ancora più profondamente nella vita di questa comunità e, insieme a voi, lasciarci condurre verso i pascoli che il Signore ci indica: spazi e pascoli della fede e dell'amore, dell'accoglienza e della fraternità, della compassione e della misericordia.
Sono questi i pascoli nei quali sperimentare come essere comunità.
Se lo scorso anno sono arrivato camminando, per dire il mio desiderio di camminare insieme, oggi vorrei dirvi che non mi basta camminare: vorrei che tutti insieme, non perché lo chiedo io o lo propongo io, ma perchè è il vangelo, ci divertissimo a essere una comunità, una comunità nella quale fare esperienza gli uni degli altri attraverso l’amorevole cura delle nostre relazioni.
Per questo, in questa proposta non trova spazio l’indifferenza verso il fratello, perché ogni fratello è quello della pecora smarrita: non è un fratello cattivo, è un fratello che si è perso. E questo cambia completamente ogni prospettiva.
Nella comunità ciò che è male va affrontato, mossi da un’unica priorità: che nessuno si perda.
Per questo la correzione non è mai soltanto un rimprovero, ma un tentativo di recupero: riportare alla vita ciò che rischia di perdersi. Lasciando, comunque, alla fine, ciascuno nella sua libertà, anche quella di restare fuori.
Il criterio della comunità è allora chiaro:custodire il fratello, custodire la relazione, significa custodire la presenza di Cristo in mezzo alla comunità.
Il cuore pulsante del vangelo di oggi è il versetto: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”.
Ma quei due o tre non si sono semplicemente accordati, no! Non si sono soltanto messi d’accordo: hanno trovato il modo di essere sinfonia, perché questo era il desiderio di Gesù. La parola greca usata dall'evangelista è proprio quella SINFONIA ... cioè insieme armonico delle varie voci, questa è come Gesù pensava la sua comunità ... la sua Chiesa.

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