giovedì 30 aprile 2026

Valore dei gesti di Gesù

At 13,13-25 e  Gv 13,16-20

Le parole e i gesti di Gesù delineano la cornice nella quale si muove la vita dei discepoli. È questa la via nuova e vivente. Queste parole sono cariche di speranza ma sono anche accompagnate da un’ombra che avvolge tutto di amarezza. Gesù annuncia il tradimento, nessuno dei presenti capì il significato di quelle parole, per loro era impossibile pensare che qualcuno del gruppo, proprio uno di quelli che mangiano alla stessa tavola, sia pronto a tradire il Maestro. Questa parola di oggi chiama in causa ciascuno di noi circa la nostra fedeltà e il modo di custodire l'amore per il Signore. La fedeltà nasce da un quotidiano e instancabile affidarsi a Colui che ci ha chiamato. Quando abbiamo accolto la chiamata e abbiamo detto il nostro sì, ci siamo messi nelle mani Dio. È Lui che ha dato forma alla nostra esistenza. 

mercoledì 29 aprile 2026

Lodare nella crisi

1Gv 1,5-2,2 e Mt 11,25-30

"Ti rendo lode, Padre, Signore del cielo e della terra". Queste parole di Gesù svettano rispetto al facile entusiasmo della gente, che come sempre passa dall’esaltazione alla delusione, per cui inizia a diminuire; parole che si contrappongono allo stato d’animo degli stessi discepoli che mostrano di non comprendere le parole e la strategia del Maestro. È nella criticità e nella scarsa visione del domani che lodare Dio significa ben più di una lode, una invocazione, ma significa rinnovare la propria fedeltà. Anche a noi oggi è chiesto di saper lodare d riconoscere l'agire di Dio che conduce la storia alla pienezza, nella salvezza. Se i nostri sono tempi di transizione, non diversi furono i tempi di Santa Caterina (che festeggiamo oggi), per cui oggi chiediamo la grazia di essere artefici di unità e costruttori di comunione ecclesiale, oltre ogni facile entusiasmo o delusione.

martedì 28 aprile 2026

Sue pecore

At 11,19-26 e Gv 10,22-30

Fanno domande, tutti chiedono più luce ma pochi sono disposti a confrontarsi con la testimonianze dalle opere di Gesù ..., ed ecco che le domande sono diventate una scusa per non ascoltare. Spesso, in apparenza le nostre domande sembrano espressione di interesse, desiderio di capire; traducono la voglia di chiarezza: “Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente”.  In realtà è tutto inutile, ogni tentativo di risposta si infrange contro una ineludibile verità: "voi non credete perché non fate parte delle mie pecore. Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono". Tutto quello che Gesù ha detto e fatto non è riuscito ad abbattere il muro di incredulità, siamo ancora lì a chiedere altri segni e altre parole. Oggi la domanda che dobbiamo farci è: siamo sue pecore, o siamo pecore di altri?

lunedì 27 aprile 2026

L'unico pastore

At 11,1-18 e Gv 10,11-18

Con l’immagine del buon Pastore, Gesù si presenta come il volto del Dio d’Israele che accompagna con amore i passi del suo popolo. L’aggettivo “buono” indica che Egli è il Pastore autentico, il modello di ogni guida: nessuno è come Lui e ogni altro pastore trova in Lui il proprio riferimento.
Nella Chiesa, il compito di guidare e amministrare i sacramenti è affidato ai vescovi e ai sacerdoti, che nel loro ministero rendono presente l’unico e buon Pastore. Tuttavia, tutti i discepoli di Gesù, nelle scelte della vita, sono chiamati a riflettere il suo stile e a darne testimonianza.

domenica 26 aprile 2026

Un pastore anomalo

At 2,14.36-41 Sal 22 1Pt 2,20-25 Gv 10,1-10

Quarta domenica di Pasqua, tradizionalmente chiamata la domenica del Buon Pastore. È anche la Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni.
Il messaggio di Papa Leone che accompagna questa giornata – e quindi anche la nostra preghiera di oggi – sviluppa alcuni temi a partire da un titolo estremamente affascinante: La scoperta interiore del dono di Dio.

Oggi a ciascuno di noi non è chiesto semplicemente di pregare perché ci siano più preti, ma di riconoscere e rendere evidente il cammino di scoperta del dono che è la propria vocazione personale.

Una vocazione è un dono: non un posto fisso, non un riscatto sociale, non un luogo di potere, ma un dono di Dio per realizzare sé stessi e contribuire al Regno del Padre.
La vocazione è coinvolgimento in un progetto universale. È qualcosa di grande.

Prima ancora di pregare, oggi siamo invitati a metterci alla ricerca della nostra vocazione.

So di averla? La riconosco?

 

Il Papa ci ricorda che la vocazione nasce nell’interiorità di ciascuno.

Ripensandoci, mi tornano alla mente tanti momenti: dialoghi, viaggi a Montegiove, relazioni sbagliate, tanta preghiera… perfino una birra con Mauro Gambetti (attuale Cardinale), che insieme a Sara Folli mi accompagnò il primo giorno di seminario.

Se dovessi sintetizzare gli ultimi tre anni della mia ricerca vocazionale, direi: un abbandono fiducioso.

Il Papa afferma che, seguendo Gesù, il Buon Pastore, si scopre la vera bellezza della vita attraverso la preghiera, il silenzio e l’ascolto interiore.

Si scopre che Gesù è davvero un pastore buono, che chiama con una voce fatta di tante voci… come quelle della GMG in Polonia nel 1991. Quella voce mi ha fatto cambiare direzione.

Arrendersi e lasciarsi condurre non è facile. Sono tante le cose che trattengono, che affascinano, che alimentano il dubbio: “E se ti stessi sbagliando? E se stessi buttando tutto al vento?”

Eppure, quando ho deciso, ero pieno di gioia. Mi sentivo leggero, come se stessi volando… e non avevo più paura di nulla.

 

Il Papa ci ricorda che la vocazione è un dialogo personale con Dio, fondato sulla conoscenza reciproca e sulla fiducia. È ciò che porta a scegliere una strada di amore e servizio. Non è qualcosa di imposto, ma un cammino libero verso la felicità.

I miei sono stati tre anni intensi, tra alti e bassi, esperienze e lacrime, che mi hanno portato a comprendere cosa significhi davvero per me essere felice. E ho scoperto che quella felicità non me la davo da solo, ma era una proposta di Gesù.

Una felicità che resta, nonostante i miei limiti e difetti — che erano tanti e lo sono ancora — ma che resta. Anche nella gioia di essere oggi qui, a Massa Lombarda.

Infine, il Papa conclude ricordando che la vocazione è un processo dinamico, che matura nel tempo grazie alla relazione con Dio, alle relazioni fraterne e al discernimento. Coltivarla con costanza porta frutti per sé e per gli altri.

La scelta non è un punto fermo della vita, non è staticità. Per me, essere prete è il massimo dinamismo possibile del mio esistere.

La voce del Pastore che chiama le pecore, riguarda la vocazione di ciascuno. Chi ha dubbi sulla propria, si metta in ascolto e inizi a seguirlo da vicino, così da potergli rivolgere anche qualche domanda. Non abbiate paura: la risposta arriva. Basta non tapparsi le orecchie.

sabato 25 aprile 2026

Proclamare il Vangelo

1Pt 5,5-14 e Mc 16,15-20

Il Risorto chiede a tutti i discepoli di essere protagonisti della grande avventura missionaria che genera l'essere Chiesa ieri, oggi e sempre. Un coinvolgimento universale perché tutti hanno il diritto di ricevere la Parola che salva. Dobbiamo impegnarci a proclamare il Vangelo non solo con piena convinzione ma anche con tutte le nostre energie, perché in gioco c’è la salvezza dei fratelli. Quale é la conseguenza della nostra indifferenza rispetto al comando di Gesù? Quante volte non abbiamo annunciato il Vangelo o non lo abbiamo fatto nelle forme opportune? E quante altre ci siamo lasciati vincere dalla paura o dalla pigrizia? È necessario che il nostro modo di vivere diventi una bella provocazione, è necessario che la Parola raggiunga il nostro cuore pulsante. Solo se apparteniamo alla Parola la potremo annunciare liberamente.

venerdì 24 aprile 2026

L'insegnamento di Cafarnao

At 9,1-20 e Gv 6,52-59

Il linguaggio di Gesù scandalizza i suoi interlocutori, perché non ammette un valore esclusivamente simbolico. Mangiare la carne e bere il sangue sono espressioni di rara concretezza, come nei sinottici è il "mangiate e bevete" dell'ultima cena. Parole che ci costringono a vedere nell’Eucaristia la presenza reale di Colui che si è fatto uomo ed è nato dalla Vergine Maria. Questa pagina di Giovanni compone un mosaico che con oggi appare nella sua piena verità: “In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita”. La vita di Dio scorre nella nostra vita come esistenza che si compie in pienezza nel corpo e sangue di Cristo che mangiamo nel pane Eucaristico. Privarsene è un suicidio!

giovedì 23 aprile 2026

Un mistero da mangiare

At 8,26-40 e Gv 6,44-51

In queste parole del vangelo risuona il mistero stesso dell'incarnazione. L'immagine del pane rimanda alla quotidianità, e ci apre alla comprensione di un segno che va oltre la materialità: non si tratta di un piatto speciale e ricercato, non è il semplice cibo che troviamo ogni giorno sulla tavola, ma il segno che colloca nella quotidianità il mistero stesso di Dio. È proprio questo cibo ordinario che diventa per noi fonte di vita. La nostra fede nell'incarnazione si esplicita come fede eucaristica. Questo significa che l'Eucaristia e la Messa non sono accessori dell'essere Cristiani. Parole come: "lo sono il pane della vita", "lo sono il pane vivo, disceso dal cielo", "il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo", esprimono un mistero di consegna e di pienezza. Oggi, giovedì, giorno eucaristico, memoria dell'ultima cena di Gesù, cerco di partecipare alla Messa è di unirmi nell'Eucaristia a Dio e a tutto il mondo.

mercoledì 22 aprile 2026

Promessa di risurrezione

At 8,1-8 e Gv 6,35-40

Il discorso del pane della vita si esplicita nella promessa di Gesú: "... io lo risusciterò nell’ultimo giorno". Una promessa che emerge dalla volontà del Padre: perché a tutti Dio vuole dare la vita! Ma cosa significa realmente? Significa che senza Gesù non solo uno si perde, ma il dignificato del verbo "perdere" in greco, include anche il "distruggere", andare in rovina. Non si tratta quindi perdere qualcosa ma di perdere tutto. Senza Gesù perdo tutto me stesso. Senza il Vangelo perdiamo il senso e valore della vita. Vita, risurrezione, contenuti vincolati al pane del cielo, ovvero credere in Gesù venuto dal cielo, significa passare dalla morte come all'annullamento di se stessi e proiettarsi nella sicura speranza che non siamo perduti, perché c'è la sua promessa. 

martedì 21 aprile 2026

Il pane, quello vero

At 7,51-8,1 e Gv 6,30-35

Entriamo con oggi nel confronto duro tra la gente e Gesù. Di fronte al segno del pane non c'è gratitudine ma una lettura di convenienza: ieri abbiamo mangiato, ci siamo saziati, ma oggi cosa ci dai? Non basta saziarci per un giorno, noi abbiamo dame ogni giorno ...
In realtà il loro ragionamento é corretto ... la gente ha un bisogno quotidiano; Gesù non si scandalizza e nella risposta supera il segno della sua materialità rivelando il mistero del pane, e il potenziale che quel pane rappresenta: “Io sono il pane della vita”.
Il pane di Gesù non sazia la fame e non riempie lo stomaco, ma nutre e riempie la vita, realizza l'esistenza.


lunedì 20 aprile 2026

Vedere i segni o mangiare i pani?

At 6,8-15 e Gv 6,22-29

Da oggi ci immergiamo nel capitolo sesto di Giovanni, in quella comprensione profonda del segno del Pane moltiplicato per la folla. Tutto inizia con un secco rimprovero da parte di Gesù: "voi mi cercate non perché avete visto dei segni”. Hanno visto ma non hanno compreso, si sono fermati al mangiare il pane senza capire che si trattava di un segno che rimanda ad altro.  Le parole di Gesù contengono una provocazione sempre attuale. Quale è lo sguardo con cui interpretiamo la realtà? Con quale sguardo stiamo di fronte a ciò che compie Gesù? È un guardare forgiato dai nostri interessi e progetti, o è un guardare che scruta la Parola di Dio contenuta negli eventi della storia? Come è importante imparare ad amare e servire Dio nelle persone e nelle cose che fanno parte della nostra storia e della vita quotidiana.

domenica 19 aprile 2026

Emmaus

At 2,14.22-33 Sal 15 1Pt 1,17-21 Lc 24,13-35

1. La delusione e la fuga → Emmaus come esperienza di crisi
Emmaus non è solo un luogo: è un’esperienza che tutti, prima o poi, attraversiamo. È il cammino della delusione. I discepoli tornano indietro, lasciano Gerusalemme. Tutto sembra finito: i sogni, le attese, la speranza. Quando non vediamo più futuro, la tentazione è sempre la stessa: rifugiarci nel passato, tornare a ciò che conosciamo, anche se non ci salva. E così il Vangelo ci dice una cosa sorprendente: quando Gesù si avvicina, loro non lo riconoscono. I loro occhi sono “trattenuti”. Trattenuti da cosa? Dalle loro idee, dalle loro aspettative deluse. Avevano immaginato un Messia diverso, e proprio per questo non riescono a vedere quello vero.
Noi stessi deventiamo incapacei di riconoscere Gesù quando vogliamo imprimere la nostra visione e non ci lasciamo interrogare dalla verità del vangelo, quando lo addomestichiamo, quando non lo viviamo.

2. L’iniziativa del Risorto → Gesù si fa vicino e accompagna
Ma è qui che accade qualcosa di decisivo.
Il Risorto prende l’iniziativa. Non aspetta che siano loro a cercarlo: è Lui che va incontro. Si fa vicino, cammina con loro, condivide il loro passo lento e scoraggiato. Non si impone, non li rimprovera, non offre prove clamorose. Fa qualcosa di più grande: li educa a riconoscerlo. E come lo fa? Attraverso due segni semplici, che conosciamo bene.

3. Il riconoscimento e la ripartenza → Parola, Pane e ritorno alla comunità
La Parola e il Pane.
Con la Parola, illumina la loro storia. Li aiuta a rileggere ciò che è accaduto. E mentre ascoltano, il loro cuore ricomincia a bruciare.
Con il Pane spezzato, compie un gesto familiare. Non è qualcosa di nuovo: è il segno del suo amore di sempre. E in quel gesto, finalmente, gli occhi si aprono.
Anche noi riconosciamo il Risorto nella Parola che ascoltiamo e nel Pane che condividiamo. È lì che Lui è presente. È lì che continua a incontrarci
E quando lo riconosciamo, accade qualcosa: si rimette in movimento la vita. I discepoli non restano più fermi, non tornano più indietro. Si alzano e ritornano a Gerusalemme. Tornano alla comunità, tornano alla vita.

Ecco allora il messaggio per noi oggi:
anche quando siamo delusi, anche quando non capiamo, anche quando pensiamo che tutto sia finito, il Signore ci viene incontro. Cammina con noi. E ci insegna a riconoscerlo.
Nella Parola.
Nel Pane.
Nella comunità che rinasce. E ci dona di nuovo il coraggio di alzarci e ripartire.

sabato 18 aprile 2026

Sapere attendere

At 6,1-7 e Gv 6, 16-21

Dopo il segno del pane, tutti avevano capito, riconosciuto e compreso che Gesù era il Messia atteso. C'era grande entusiasmo tra la gente, i discepoli entusiasti sperano si stia per aprire un capitolo nuovo ..., ma invece Gesù non vuole cadere nella trappola del successo umano, non vuole diventare il loro leader umano e se ne va in disparte, da solo a pregare. Ma i discepoli dopo averlo atteso, prendono il largo con la barca e vanno verso Cafarnao, sono soli e non comprendono perché Gesù si comporta così, proprio nel momento in cui avrebbe potuto raccogliere i primi frutti della sua predicazione. Ma è proprio quella attesa, quel buio intorno e dentro di noi, che diviene lo spazio di una consolante esperienza, tu Signore non mi abbandoni, ma mi raggiungi. lo so attendere (e attenderlo) senza perdere la pace del cuore?

venerdì 17 aprile 2026

Pane della speranza

At 5,34-42 e Gv 6,1-15

Di fronte alla folla numerosissima, Filippo fa notare che non hanno le risorse per affrontare una spesa così grande. Mentre Gesù chiede di aprire il cuore e farsi carico delle necessità della gente. Ciò che chiede Gesù  è una provocazione sempre attuale. Gesù sa bene quello che sta per fare, e sa bene che solo il Padre può saziare la fame dell’umanità. Ma giunti a sera la gente è contenta perché ha mangiato e a visto aprirsi nuovi orizzonti, speranze solo desiderate. Ma anche Gesù è contento perché vede nella comunità dei discepoli coloro che si faranno pane spezzato capace di nutrire il corpo e saziare lo spirito. Oggi anche noi chiediamo la grazia di diventare pane spezzato che offre speranza. 


giovedì 16 aprile 2026

Le parole di Dio e lo Spirito

At 5,27-33 e Gv 3,31-36

Se siamo davvero rinati dall’alto, allora non apparteniamo più alla terra, per cui non parliamo più secondo una mentalità terrena. Se crediamo davvero che Dio si è manifestato in Gesù Cristo, se crediamo che egli “è al di sopra di tutti”, non abbiamo altro desiderio che essere come Lui, pensare e agire come Lui. Per vivere così non basta l’impegno, anche il più sincero. Occorre lo Spirito Santo, quello che Gesù ha promesso di dare “senza misura”. Credo che occorre mettere al centro della nostra vita di ogni giorno che Gesù non è solo uno squarcio di cielo, ma è “Colui che Dio ha mandato e che dice le parole di Dio, e senza misura dà lo Spirito”.

mercoledì 15 aprile 2026

Rinascere continuamente

At 4,32-37 e  Gv 3,7-15

La parola di Gesù apre sempre orizzonti nuovi, se siamo disposti a metterci in ascolto della Parola con l’atteggiamento di chi si lascia sorprendere. Quando presumiamo di essere “Maestri” in Israele non riusciamo ad arrivare dove la Parola ci vuole portare. In realtà, abbiamo paura d’incamminarci per strade che non conosciamo e non possiamo gestire. Quando Gesù parla di nascere di nuovo, di nascere dall’alto non intende un evento ma è un processo che coinvolge tutto il tempo della nostra vita, cioè come qualcosa che avviene continuamente. Ogni volta che ci apriamo all’ascolto della Parola, si attiva la nostra rinascita.

lunedì 13 aprile 2026

Alla ricerca di un dialogo

At 4,23-31 e Gv 3,1-8

Per rendere concreta la connessione con il Risorto, non basta contemplare una idea suggestiva, occorre confrontarsi con le parole e i pensieri di Cristo. Parole e pensieri che sono stati fonte ed espressione del vangelo, della predicazione e che costituiscono il dialogo tra Gesù e uomini e donne del suo tempo. Nicodemo è un uomo autorevole e importante, ma anche umile e sopratutto capace di domande; desideroso di conoscere la verità, per questo si reca da Gesú e si pone in ascolto. Una dote che non tutti quelli che si credono importanti possiedono. Sarebbe comunque rimasto un ottimo fariseo se Gesù non fosse entrato nella sua vita; il suo cuore inquieto e insoddisfatto, attendeva una Parola che non fosse frutto di convenienza, di ideologie o di mode passeggere, ma di Dio.

domenica 12 aprile 2026

Tommaso erede della pace di Gesù

At 2,42-47   Sal 117   1Pt 1,3-9   Gv 20,19-31

Nei vangeli letti e ascoltati questa settimana, i brani del risorto e delle sue apparizioni, risuona una frase: «Non temete, andate ad annunziare ai miei fratelli che vadano in Galilea e là mi vedranno»”.

Sembra che Gesù voglia dire che per vederlo non biosogna ostinarsi a tornare al sepolcro … o stare chiusi nella casa, nel cenacolo … ma occorre tornare in quei luoghi dove tutto è nato, dove vil Signore ha incontrato gli apostoli e dove ha incontrato ciascuno di noi. La Galilea è vedere e riconoscere il Risorto in qualsiasi parte del mondo, anche le più sperdute, dove la sua presenza si intreccia con le trame della storia e del vissuto quotidiano. E’ nella Galilea che si fa esperienza dei germi di speranza che fioriscono quando l’uomo “pensa e agisce positivo”, quando è orientato al bene.

A questo punto, però, sorge una domanda: “dove oggi si può vedere il Risorto?”

Come posso riconoscerlo nelle martoriate terre insanguinate e devastate dalla guerra. Attualmente nel mondo si contano 56 conflitti attivi, che coinvolgono 92. Gli stati sovrani del mondo oggi sono 195. Le aree di maggiore tensione includono Ucraina, Medio Oriente (Gaza, Libano, Yemen, Siria, Sudan, Etiopia e Sahel

Dove vedo il Risorto?

Nella morte dei bambini innocenti, nel fratricidio di giovani soldati, o nella violenza sulle donne, nei disordini sociali, nelle città distrutte dalle bombe, negli affari illeciti, nel deturpamento ambientale…?

Verrebbe voglia di dire: «Qui non c’è il Risorto, bisogna cercarlo da un’altra parte».

In questo tempo di guerre, e di morte, dove la forza, la violenza e la distruzione sembrano essere il criterio per dominare e per vincere, la risurrezione discreta e insignificante di un ebreo in un lembo sperduto della Giudea, sembra proprio ininfluente, ieri come oggi.

Eppure, noi cristiani in quel fatto ... la risurrezione di un morto insignificante, mettiamo la possibilità di dare senso alla vita e di redimere il male che imperversa indisturbato in questo nostro mondo.

Quanti credono veramente al Risorto sono quelli che nonostante il sepolcro di morte continuano a sperare, perché quello è solo “il luogo dove l’avevano posto”, e perch+ non si rassegnano come i discepoli di Emmaus a una vita sconsolata: “noi speravamo che fosse Lui a liberare Israele…”

Allora dove si può vedere il Risorto?

Dappertutto ovunque torniamo in Galilea: ovunque ciascuno di noi contribuisce a realizzare la creazione orienta al bene, dove si vuole vivere il comandamento dell’amore, perché Gesù ha già superato il buio della morte e si può pensare e sperare un bene per tutti, anche partendo dalle situazioni più tragiche.

Tommaso ha fatto un percorso pasquale in cui egli stesso è tornato in Galilea …

Ha riscoperto la comunità degli amici, dei fratelli come luogo privilegiato della presenza del risorto: la nostra comunità!

Ha accolto il dono della pace con tutto il nuovo che porta con sè. La ‘pace’ di Gesù è il dono di una felicità piena, accompagnato da un secondo dono: lo Spirito Santo, l’Amore tra il Padre e il Figlio, che ci rende capaci di amare. Un terzo dono pasquale, affidato agli apostoli e ai loro successori, è il perdono dei peccati che celebriamo ogni volta che ci accostiamo al Sacramento della Riconciliazione.

Ha riscoperto l’amicizia intima con Gesù, nell'affetto e confidenza con Gesù lo riconosce e nei segni della passione si immerge e riesce a diventare parte della risurrezione.
Tommaso, sentendo ciò si getta in ginocchio e tutto diventa quel «Mio Signore e mio Dio!».

 

Ora fatto anche noi questo itinerario, non dimentichiamoci che: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo unico Figlio perché chi crede in lui non muoia ma abbia vita eterna».

sabato 11 aprile 2026

Incredulità, velata verità

At 4,13-21 e Mc 16,9-15

Confrontando le varie tradizioni presenti nei Vangeli, riusciamo a raccogliere molte informazioni circa la Risurrezione e sul Risorto, senza entrare in crisi a causa delle divergenze e differenze. Non deve stupire che leggendo Marco, i discepoli ricevono una sonora bocciatura in quanto esprimono una ostinata incredulità: quelli che “erano stati con lui”, amici più fidati, quelli che avevano condiviso ogni passo del Maestro, appaiono i più chiusi alla luce del Risorto. L’esperienza di Maria di Magdala e quella dei discepoli di Emmaus non fanno alcuna breccia nel muro di incredulità. Questo Vangelo potrebbe essere lo specchio della nostra fede fragile, che quando ci richiede la forza della testimonianza,trova sempre qualche scusa per giustificare il disimpegno. 

venerdì 10 aprile 2026

Io vado a pescare ...

At 4,1-12 e Gv 21,1-14

Siamo nel capito 21 di Giovanni, la seconda conclusione, quindi non affrettiamo le conclusioni. Sembra che il cammino della comunitá dei discepoli si stia impantanando e che la fede nel Risorto stia sbiadendo. È sempre Pietro che prende l’iniziativa che è come un tuffo nel passato, nella ricerca di ciò che dava sicurezza e speranza, ma proprio in questo estremo tentativo si fa spazio la tentazione di riprendere il mestiere che facevano prima d’incontrare Gesù, prima di iniziare la grande avventura. Siamo di fronte alla vera crisi della fede in Gesù Risorto, che richiede costantemente di immergersi nella vita ordinaria per trasfigurarla e poter scuotere e suscitare nuovi e avvincenti desideri di annuncio per rinnovare la storia.

giovedì 9 aprile 2026

Possiamo vederti e toccarti

At,11-26 e Lc 24,35-48

Siamo a Gerusalemme nelle ore immediatamente successive alla resurrezione. In questo contesto appare il Gesù, non ha bisogno di bussare, non ha bisogno di permessi, entra con naturalezza, in fondo è questa la bella notizia della Pasqua: Gesù è risorto e si fa vedere, ma i discepoli sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Tante volte dubitiamo di Dio, abbiamo l’impressione che sia lontano. E invece … dovremmo imparaee a coltivare l’attesa, sapendo che, in modo imprevedibile, Gesù viene e si manifesta. Che in quell’ora, certa e misteriosa, il Signore allontani da noi i dubbi, le paure e le inquietudini. Donaci, Signore di custodire con amore le parole che invitano a toccarti e a guardarti nella quotidianità della mia nostra vita.

mercoledì 8 aprile 2026

Una vicinanza affascinante

At 3,1-10 e Lc 24,13-35

E se Gesù non si fosse avvicinato al loro cammino ... forse non avremmo nessuna memoria dei due discepoli di Emmaus e, tutto si esaurirebbe inuna delusione. Ma ivece tutto prende forma dall'iniziativa di Gesù: egli si avvicina. Questo accostarsi silenzioso e discreto rappresenta lo stile di Dio, che non obbliga nessuno. È questa la bellezza del suo amarci, ed è da questa esperienza che si genera la fede. Non dobbiamo costringere e neppure convincere, è sufficiente seminare parole che hanno il profumo di Dio. Se il desiderio germoglia e diventa invocazione, solo allora inizia il cammino di fede. 


martedì 7 aprile 2026

Perseverare di fronte alla tomba vuota

At 2,36-41 e Gv 20,11-18

Ciò che sta a cuore a Giovanni è il rapporto che si stabilisce con la tomba vuota. Ogni discepolo deve passare dal dubbio alla fede, dalla tomba vuota all’incontro con il Risorto. I discepoli se ne erano tornati nuovo a casa. Pietro e Giovanni sono andati al sepolcro, hanno visto la tomba vuota, e tornaron "presso sé stessi", tornano nella casa dell’io, in attesa degli eventi. È lo stesso che facciamo noi quando le cose non sono chiare. 
Maria invece non se ne torna a casa ma decide di persevera, vuole capire quello che è accaduto. Gli uomini vanno via, la donna resta e riceve la luce. Perseverò nel cercare e le fu dato di trovare”. I veri desideri crescono con protrarsi, se invece nell’attesa si affievoliscono, è segno che non erano veri desideri”. Oggi chiediamo la grazia di coltivare l’arte della perseveranza.

lunedì 6 aprile 2026

Non temete; andate ad annunciare ...

At 2,14.22-33 e Mt 28,8-15

Questa settimana la liturgia invita a meditare i diversi racconti della resurrezione, uno ad uno, in modo da comporre un puzzle dell’unico mistero: l’incontro con il Risorto. Infatti i Vangeli non raccontano la risurrezione ma ciò chene conseguì, la resurrezione rimane un evento nascosto, non possiamo neppure immaginarlo. Ciò che emerge con forza é un comando del risorto destinato ai discepoli: “andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea: là mi vedranno”. Spetta alle donne portare ai discepoli questo comando e così facendo, mettere in moto la Chiesa. Leggiamo queste parole con troppa abitudine ma questo dettaglio racchiude la novità del Vangelo che cambia il volto della storia.

domenica 5 aprile 2026

Pasqua di risurrezione

Gv 20,1-9

Celebriamo una Pasqua ancora una volta strana, non la solita fatta di riti e di tempi consolidati dalla tradizione cristiana bimillenaria, ma una Pasqua definita da Papa Leone: in un’«ora oscura della storia». Il mondo è in fiamme quasi ovunque; vi sono le guerre di cui ascoltiamo ogni giorno la cronaca, con il fiato sospeso, e quelle sconosciute e talvolta ancor più violente.

E vi sono anche migliaia di giovani,in ogni parte del mondo, che marciano chiedendo la fine delle guerre e di ogni violenza: essi sono il segno di una Pasqua che cerca di farsi strada dentro la storia concreta.

Forse non ce ne siamo accorti matra le parole dei giorni drammatici della passione di Cristo è risuonato il suo ordine di “riporre la spada nel fodero”.

È un comando per chi pensa di mettere fine alla violenza con la violenza.

È un comando per tutti noi che abbiamo ricevuti l'invito a costruire una pace disarmata e disarmante.

Il Signore Risorto rende concreto il suo saluto: "La pace sia con voi!", perché la pace del Risorto è con tutti coloro che oggi “ripongono la spada nel fodero”.

È un comando per i grandi della terra che sembrano diventati sordi alle voci dell’umano.

È un comando per tutti noi che assistiamo inermi al dramma dei bambini di Gaza, al massacro delle donne e dei giovani di Teheran, al fuggire delle famiglie profughe e accampate per le strade di Beirut.

È un comando per chi ha archiviato una guerra che continua silente nella terra dell’Ucraina.

Se la nostra comunità cristiana riuscisse a capire e a concretizzare che Pasqua significa continuare a credere nella vita pur in questo scenario, al di là delle differenze che ci contraddistinguono, forse capiremmo che la Pasqua - oggi - non è la rievocazione di eventi pure decisivi del passato, ma è evento di oggi, per compiere nella promessa basata sulla risurrezione di Cristo il rinnovamento delle nostre vite e della storia tutta, chiamata a risorgere, ad essere spazio della vita e non della assurdità della morte.

“Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro”, ma quello che vede fu sufficiente per aprirgli gli occhi e rallegrare il cuore: “vide e credette”.

Il Signore si nasconde in quel sepolcro vuoto, ma la fede dell’apostolo impara a scorgere la sua presenza nei dettagli di quel sepolcro della storia. Anche della nostra storia, anche in questa "ora oscura".

Oggi siamo nell'alba del nuovo giorno, un giorno senza fine. È il primo passo di quella grande avventura che, duemila anni dopo, continua a rischiarare il cammino dell’umanità.

sabato 4 aprile 2026

VEGLIA PASQUALE (2026)

Mt 28,1-10

Anche quest’anno sarei dovuto partire per Gerusalemme il lunedì di Pasqua, ma, a causa della guerra, il volo è stato cancellato.

In molti mi chiedono perché desideri tornare sempre lì, cosa mi attiri così tanto in quei luoghi.

La prima volta che arrivai a Gerusalemme, nel 1996, entrando nel Santo Sepolcro, ero profondamente emozionato. Quel luogo mi ha subito affascinato, per la sua storia e per le tante ricerche che ne confermano l’autenticità: lì, dove Gesù fu crocifisso, vi era un giardino e un sepolcro nuovo. Allora era fuori dalle mura; oggi è nel cuore della città vecchia. «Là dunque, poiché era il giorno della Parasceve dei Giudei e, dato che il sepolcro era vicino, posero Gesù».

Tutte queste informazioni e descrizioni riempivano gli spazi delle mie domande e della mia ricerca di Dio.

Ma ora, dopo tanti anni, in cui su quel sepolcro, ogni volta che ho potuto, ho celebrato l’Eucaristia, non è più l’emozione a condurmi, ma il desiderio di incontrare e stare, in qualche modo, con il Risorto.

La Pasqua non è più per me soltanto un rito, ma un’esperienza viva, è rendere presente, qui e ora, il mistero di morte e di vita che quel sepolcro rappresenta.

Riviviamo allora l’alba del primo giorno della settimana, quando le donne trovarono la tomba vuota e udirono: “Non abbiate paura… non è qui, è risorto”. Anche se oggi, in quel luogo, la Veglia pasquale è stata celebrata nel silenzio, a porte chiuse, segnata dalla guerra, per noi che crediamo è ugualmente abitato da una presenza più forte.

Le parole del Cardinale Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme, pronunciate stamattina, interpretano meglio di tutti il senso di quel luogo e di ciò che è avvenuto e che avviene:

"Tuttavia, proprio qui, in questo luogo dove la morte è stata abitata da Dio, la Parola di Dio risuona più forte di ogni silenzio. E lo dico con semplicità: anche noi, oggi, celebriamo con una fede provata, fragile, forse stanca… eppure ancora in piedi.

Non perché siamo forti, ma perché qui ci sostiene Qualcuno. Qui la morte non è stata evitata, né attenuata, ma è stata affrontata fino in fondo.

Dio non ha scelto una via di fuga, ma ha deciso di entrare nella condizione umana nella sua realtà più profonda, assumendo su di sé tutte le dimensioni dell’esistenza, compresa quella che oggi, purtroppo, sperimentiamo in maniera spesso violenta: il dolore e la morte. Non per “spiegarli” da lontano, ma per abitarli da vicino."

Credo che queste parole del Cardinale Pizzaballa siano sufficienti per motivare anche la nostra celebrazione, per non cadere nell’ostentazione dei gesti e nella ripetitività di un celebrare stanco e privo di passione.

Il Vangelo ci conduce davanti alla pietra rotolata via: non da una forza umana, ma per la potenza dell’amore di Dio. “Chi ci rotolerà via la pietra?”

È la domanda che sale ancora oggi da tante parti del mondo ferito. E la risposta è un fatto: la pietra è stata rimossa.

La pietra è stata rotolata via. Non dalla nostra forza, ma dalla potenza dell’amore di Dio, che è più forte della morte. Dio non aspetta che le nostre guerre finiscano per cominciare a far risorgere la vita.

Comincia nel buio.

Comincia nel silenzio.

Comincia nel sepolcro ancora chiuso.

Questa è la consegna pasquale dal Santo Sepolcro: non restare fermi davanti alle pietre del mondo, ma diventare “pietre vive”, segni di speranza e riconciliazione.

Cristo è risorto. È veramente risorto. Alleluia!

venerdì 3 aprile 2026

VENERDI’ SANTO - È compiuto!

Gv 19,30

Che cosa rappresenta la croce, che cosa rappresenta quel corpo che della croce prende forma? Rappresenta l’Amore in pienezza, senza mediazione di sorta. In questo giorno in cui la croce è al centro della celebrazione contempliamo l’Amore: l’Amore fatto dono, l’Amore che si mostra in un volto sfigurato, ferito, colpito, misconosciuto…

Celebrare l’adorazione della croce, in fondo, non è adorare un pezzo di legno, per quanto per me è affascinante … Ripercorrere il cammino del legno, dalla crocifissione, alla sua riscoperta ad opera di Sant’Elena (madre dell’imperatore Costantino) tra il 326-327, come ci testimonia Eusebio di Cersarea, fino al suo incerto destino e sparizione dopo la battaglia ai di Corni di Attin del 1187 dove l’esercito crociato fu sconfitto dal Saladino … Ebbene oggi nella croce noi contempliamo il mistero della salvezza che su quel pezzo di legno si è compiuto, significa contemplare e ringraziare per un immenso atto di amore che ci ha resi tutti figli amati, per i quali dare tutto.

Contempliamo il Re dei Re crocifisso, pregando per ogni uomo e donna colpiti, in questo momento, dalla sofferenza, dall’ingiustizia, dalla violenza, dalla solitudine, dall’incomprensione.

Contempliamo il Buon Pastore crocifisso, pregando per ogni uomo e donna disorientati, spaventati, in balìa di eventi, paure, incertezze.

Contempliamo il Salvatore crocifisso, pregando per ogni uomo e donna, stretti dalla morsa della malattia e della sofferenza.

Contempliamo l’Onnipotente crocifisso, pregando per tutti coloro che sorella morte ha visitato e che, impotenti, pronunciano l’estremo e doloroso «sì».

Contempliamo l’Amore, nella certezza che non c’è vita, non c’è morte, non c’è sorriso, non c’è speranza, non c’è lacrima che dal Dio crocifisso non venga abbracciata.

giovedì 2 aprile 2026

Celebriamo l'essere amati

Es 12,1-8.11-14 e Gv 13,1-15

Immersi in questo clima di incertezza, il Giovedì Santo resta per noi tutti la celebrazione del pane spezzato, segno concreto dell’immenso amore di Dio per noi. Noi oggi possiamo e dobbiamo nutrirci di quell’amore e nutrire gli altri; l'amore celebrato va condiviso.. gli uni gli altri. Oggi, rimettiamo al centro il Suo amore, raduniamoci e spezziamo il pane, benedicendolo e distribuendolo tra noi. Raccontiamo ai più piccoli il perché di questo gesto. Proviamo a ricordare una carezza ricevuta nella vita da parte di Dio e raccontiamola agli altri… sarà un gesto memoriale … Usiamo ogni strumento per raccontare le meraviglie che Dio ha compiuto e celebrare così il suo amore.

mercoledì 1 aprile 2026

Trenta monete

 Is 50,4-9 e Mt 26,14-25

Non conosciamo le motivazioni più profonde del tradimento, ma non possiamo ridurre tutto a una questione di denaro. Peraltro, trenta monete non rappresentano una somma rilevante. Giuda non è un ladruncolo da poco, ma è uno dei Dodici, per cui il suo tradimento pesa come un macigno ed è per tutti una permanente provocazione. “Uno di voi mi tradirà”, spezza il clima festoso della cena pasquale risuonano in modo perenne come costante verifica della vita personale, familiare ed ecclesiale. La tragica vicenda di Giuda ci interpella molto da vicino, perché anche la nostra non è priva di tradimenti. Ci prepariamo ad entrare nel Triduo pasquale con la coscienza della fragilità ma anche con la certezza che l’amore del Crocifisso risana e ridona vita.