domenica 31 maggio 2026

Domenica della Santissima Trinità

Es 34,4-6.8-9   Dn 3,52-56   2Cor 13,11-13   Gv 3,16-18
 

Nel Prefazio di questa domenica pregheremo con queste parole: "Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno. Con il tuo Figlio unigenito e con lo Spirito Santo sei un solo Dio, un solo Signore, non nell'unità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza.

Quanto hai rivelato della tua gloria noi lo crediamo e, con la stessa fede, senza differenze, lo affermiamo del tuo Figlio e dello Spirito Santo.

E nel proclamare te Dio vero ed eterno, noi adoriamo la Trinità delle persone, l'unità della natura, l'uguaglianza nella maestà divina."

Sono convinto che per la maggioranza di noi queste parole sono quasi incomprensibili e non ci permettono di capire e comprendere chi e come è Dio. Possiamo tentare di tradurne così il significato:
Dio è uno solo, eterno e onnipotente, ma non è solitudine: è comunione di tre Persone, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. La fede cristiana professa che queste tre Persone sono realmente distinte, ma condividono la stessa e unica natura divina.

Per questo non adoriamo tre dèi, ma un solo Dio in tre Persone. Ciò che crediamo del Padre lo affermiamo ugualmente del Figlio e dello Spirito Santo, perché tutti partecipano pienamente della stessa gloria, della stessa eternità e della stessa maestà. Nel mistero della Trinità contempliamo quindi la perfetta unità di Dio e, insieme, la ricchezza della sua vita d'amore.

 

Ma anche così ... siamo ben lontani dall'appropriarci di una immagine concreta di Dio. Il mistero di Dio resta mistero ...

Forse proprio questo occorre che capiamo: non abbiamo degli strumenti di intelletto, di scienza e di natura umana capaci di realizzare la comprensione di un mistero ben diverso e immenso più di noi stessi.

Don Tonino Bello, famoso vescovo di Molfetta, Giovinazzo e Terlizzi, di cui Congregazione delle cause dei santi ha avviato il processo di beatificazione ed è stato dichiarato venerabile il 25 novembre 2021 da papa Francesco, cercò di spiegare la trinità con queste parole:

(...) Colsi l’occasione per leggere al mio amico Vincenzo la paginetta che avevo scritto. Quando terminai, mi disse che con tutte quelle parole, la gente forse non avrebbe capito nulla. Poi aggiunse: “Io ai miei zingari sai come spiego il mistero di un solo Dio in tre Persone? Non parlo di uno più uno più uno: perché così fanno tre. Parlo di uno per uno per uno: e così fa sempre uno. In Dio, cioè, non c’è una Persona che si aggiunge all’altra e poi all’altra ancora. In Dio ogni Persona vive per l’altra. E sai come concludo? Dicendo che questo è uno specie di marchio di famiglia. Una forma di ‘carattere ereditario’ così dominante in ‘casa Trinità’ che, anche quando è sceso sulla terra, il Figlio si è manifestato come l’uomo per gli altri”.

Quando don Vincenzo ebbe finito di parlare, di fronte a così disarmante semplicità, ho strappato i miei appunti. Peccato: perché, tra l’altro, avevo scritto delle cose interessanti (…).

Quello che oggi possiamo cercare di fare nostro, al di là di ogni congettura e spiegazione teologica è che, come le tre Persone divine, anche ogni persona umana è un essere per un rapporto o, se è più chiaro, una relazione con un altro, la quale esprime il desiderio di esistere per l'altro e con l'altro in un tutto uno, pur nella diversità e identità originaria.

 

COME VIVERE E TESTIMONIARE LA FEDE IN UN TEMPO DI CRISI?

Papa Leone XIV, giovedì scorso, richiama l'urgenza di un annuncio cristiano che rimetta Cristo al centro.

Nonostante la secolarizzazione e l'indifferenza religiosa che caratterizzano molti ambienti della società contemporanea, il cuore dell'uomo continua a cercare speranza, verità e significato.

Il Vangelo che ci rivela il mistero che è Dio non è una teoria o una proposta morale tra le tante, ma l'incontro con una Persona viva (Cristo) che illumina l'esistenza e apre alla speranza.

L'evangelizzazione non può essere considerata un aspetto secondario della vita ecclesiale, ma deve rimanere la motivazione fondamentale di ogni azione della Chiesa, sia universale sia locale.

E qui inizia il nostro ricomprenderci rispetto alla nostra fede; oggi soprattutto di fronte a comunità credenti che non annunciano più la fede e che sono spente e morte!

 

MA COME TRASMETTERE LA FEDE OGGI?

Dice Papa Leone che la fede si trasmette attraverso la testimonianza e la comunità.

L'evangelizzazione non dipende dalle strutture o dalle strategie, o dal catechismo di iniziazione, ma dalla credibilità della vita dei credenti.

1)     La testimonianza di una fede vissuta con coerenza, gioia e carità.

2)     La santità quotidiana, spesso nascosta e silenziosa, parla più di molte parole.

3)     La fede non cresce nell'individualismo, ma nella comunità.

La Chiesa è chiamata a essere una casa accogliente, dove ciascuno possa sentirsi accompagnato, sostenuto e aiutato a incontrare il Signore.

In un tempo in cui la fede rischia di essere relegata alla sfera privata, le comunità cristiane sono chiamate a diventare segni concreti della presenza di Dio e della bellezza della vita fraterna.

sabato 30 maggio 2026

Il potere dell'amicizia

Gd 1,17.20-25 e Mc 11,27-33


Ma chi ti ha mandato? Con quale autorità fai queste cose? In nome di chi parli e agisci?
Una domanda, una provocazione, la totale diffidenza ... Gesù non risponde perché vede che nel loro intimo non c'è disponibilità ad accogliere ne lui e neppure la sua Parola. Quante volte interroghiamo Dio senza ricevere alcuna risposta. A volte, Dio parla ma noi … non siamo in grado di ascoltarlo ... Altre volte, Dio resta in silenzio, non può parlare a chi non lo ascolta con sincerità, non può svelare segreti a chi non è pronto ad accoglierli con docilità. Se vogliamo le confidenze di Dio dobbiamo diventare suoi amici ... e per farlo occorre abbattere ogni diffidenza. Ci ricordiamo che ci ha chiamato amici ... l'unica autorità nasce come conseguenza di un'amicizia che ti costruisce ti genera amico di Dio.

venerdì 29 maggio 2026

Oggi quel fico ... è ancora profezia

1Pt 4,7-13 e Mc 11,11-25

Un fico sterile ... solo foglie ... In realtà alla luce della Pasqua quella pianta assume un valore profetico. L’albero è icona del popolo Israele, la cui religiosità è apparenza ed è del tutto incapace di portare frutti di conversione. Le parole di Gesù suonano dunque come una dura condanna perché la storia di salvezza non manifesta e non comunica più quella grazia che rinnova il mondo. Oggi, in questo tempo storico sembra di nuovo rinnovarsi questa sterilità e la stessa mancanza di frutti. Che tristezza ... l’albero è privo di frutti, gli stessi che Dio desidera trovare; ma Gesù prepara una nuova stagione nella storia umana che a partire da Israele darà al mondo nuovi frutti di cui l’umanità ha assolutamente bisogno per vivere e sperare.

giovedì 28 maggio 2026

Il nostro grido nel cuore di Dio

1Pt 2,2-5.9-12 e Mc 10,46-52

Il brano racconta la guarigione di un cieco, è l’ultimo miracolo che Gesù compie prima della passione. Tutto comincia con un grido che, per come è descritto rappresenta un atto di fede: viene ripetuto due volte: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!” Un grido in connessione che intercetta il cuore cuore del Signore. Non a caso nella Messa iniziamo con il “Kyrie eleison”: parole che esprimono il nostro riconoscerci  bisognosi della misericordia, cioè della carezza divina che risana il cuore e ci rende capaci di ascoltare la Parola e di nutrirci del Pane della vita. Non possiamo fare un bel niente se Dio non ci libera dal male. Il cammino della fede comincia e ricomincia con l’invocazione di perdono. 

mercoledì 27 maggio 2026

Nonostante tutto saliamo

1Pt 1,18-25 e Mc 10,32-45

Salgono a Gerusalemme e Gesù cammina davanti a tutti, ma non è un cammino gioioso tipico del pellegrinaggio alla Città Santa; l'evangelista Marco annota che i discepoli erano sgomenti e gli altri impauriti. È un contesto che lascerebbe aperta la possibilità di andarsene o almeno di fermarsi in quel difficile camminare con Gesú. Nonostante questa premessa Gesú non smette di parlare con tutta libertà e franchezza: “Il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai capi dei sacerdoti, agli scribi: lo condanneranno a morte, lo derideranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno, lo uccideranno”. Annuciare la passione non è solo una profezia o un genere letterario, ma è una ricomprensione teologica: mettere nella nostra paura, nel nostro timore il coraggio di chi ha conosciuto e vissuto con il Maestro. Ecco che di fronte all'imprevedibilità del momento presente a ogni discepoli è chiesto il coraggio di restare con Gesù, fino alla fine.

martedì 26 maggio 2026

Un centuplo a che per me

1Pt 1,10-16 e Mc 10,28-31

Ma cosa succede quando ti rendi conto che la promessa del centuplo da parte di Gesù ad un certo punto della vita si realizza?
A volte capita che Gesú il centuplo te lo concede anche quando non abbiamo realizzato ciò che era stato patuito: vivere e annuciare il vangelo e di seguirlo senza esitazione.
Ma cosa è questo centuplo di cui si fa esperienza?
Il centuplo significa poter sempre contare sulla presenza amorevole di Dio e sulla presenza costante di fratelli e sorelle che condividono l’amore per il Vangelo e il desiderio di amare e servire Dio. L’amicizia sincera e disinteressata unita alla fede, è il bene più grande che possiamo ricevere ed è quel centuplo che appartiene a questa vita. Ciò significa che la vita è lo spazio esistenziale del centuplicarsi della promessa del Signore.


lunedì 25 maggio 2026

Madre della Chiesa

Gen 3, 9-15.20 e Gv 19,25-34

L'evangelista Giovanni fa memoria delle ultime parole che Gesù rivolge a Maria prima di morire, parole che non sono solo parte del dramma del momento crudele della croce, ma parole cariche di vita: madre e figlio sono le parole più belle che conosciamo, sono le coordinate dell’esperienza umana, hanno un valore sacro e universale; sono parole generative. La croce diventa così vetamente un albero di vita, in quel momento avviene un nuovo fatto, una nuova maternità nasce all’ombra della croce, e ci ricorda che ogni maternità è intimamente segnata dalla disponibilità a soffrire.
Maria strettamente unita al Figlio ed agisce in piena sintonia con lo Spirito, in lei lo Spirito si manifesta con potenza. Comprendiamo allora perché, Papa Francesco, abbia deciso questa memoria liturgica celebrandola il giorno successivo alla festa della Pentecoste.

domenica 24 maggio 2026

Pentecoste

At 2,1-11 Sal 103 1Cor 12,3-7.12-13 Gv 20,19-23

Oggi celebriamo la Pentecoste, una delle feste più grandi della Chiesa. Una festa che ci parla di un dono misterioso e immenso: lo Spirito Santo. Non si vede e non si tocca, eppure è presenza viva dell’amore di Dio nella nostra vita. La Pentecoste non si comprende soltanto con la mente: si ascolta nel cuore. Lo Spirito Santo è come un vento che attraversa l’esistenza, allarga lo sguardo e ci apre agli altri, alle loro speranze e alle loro sofferenze. Ci insegna a guardare con occhi nuovi anche chi facciamo fatica ad amare.
Lo Spirito è il respiro di Dio nel mondo: rialza ciò che sembra spento, crea comunione dove gli uomini costruiscono divisioni, dona forza a chi lotta contro le ingiustizie, sostiene chi sa perdonare e accende speranza.
Non conosce confini: non divide, ma unisce; non chiude, ma apre; non spegne, ma dà vita.
Oggi siamo radunati attorno all’altare per riconoscere questo dono di Dio che si fa vicino nel pane e nel vino dell’Eucaristia. Chiediamo allora allo Spirito Santo di rinnovare la nostra fede e di riaccendere il nostro cuore, perché continui ad agire nella nostra vita e nel mondo con la sua forza di pace, di amore e di speranza.

sabato 23 maggio 2026

Uniti ma ... nella diversità

At 28,16-20.30-31 e Gv 21,20-25

Nell’ultima scena del tempo pasquale ci confrontiamo con Pietro e Giovanni, due testimoni principali nel Quarto Vangelo. Sono due discepoli della prima ora, quelli che hanno condiviso tutta la vicenda del Nazareno. Ora questo dialogo finale tra Gesù e Pietro va compreso rispetto a quando Gesù ha consegnato a Pietro cioè la missione di pascere il gregge e gli ha pure annunciato che avrebbe sigillato la sua testimonianza con il martirio. La domanda su giovanni nasce dal desiderio di capire qual è il destino riservato all’amico. Gesù non risponde alla domanda di Pietro ma fa capire chiaramente che nella Chiesa ciascuno ha la sua particolare vocazione. Le parole di Gesù invitano tutti a vivere la propria vocazione riconoscendo e apprezzando la vocazione degli altri.

venerdì 22 maggio 2026

Pronto a ricominciare ...

At 25,13-21 e Gv 21,15-19

I racconti del risorto hanno modalità ed espressioni diverse, ma quanto accade sul lago di Tiberiade, riportato dalla memoria di Giovanni, è fuori da ogni aspettativa e possibile ricostruzione. Il Signore si mette in dialogo con Simone, con una confidenza oltre ogni possibile aspettativa. Gesù che prende la parola. Pietro non ha neppure il coraggio di guardarlo negli occhi. È vero, non appena ha sentito che era Gesù s’era subito buttato in acqua per raggiungere la riva. In quel momento tutto diventa pesante ... aver tradito, non era stato all’altezza del compito ricevuto. Gesù conosce bene la storia di Pietro, ma è pronto a ricominciare, così si rivolge al discepolo chiamandolo con il nome: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?” E quante volte anche noi abbiamo tradito la tua fiducia, ma ogni volta hai bussato di nuovo alla porta. Donaci di rispondere con gioia e trepidazione, come Pietro ...

giovedì 21 maggio 2026

L'unità reale

At 22,30;23,6-11 e Gv 17,20-26

Quanto abbiamo addomesticato le parole di Gesù e quanto, il più delle volte, le pieghiamo ai nostri ragionamenti e ai nostri fini: ciò diviene evidente quando la Parola viene negata nella sua verità. «Che tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te» non è un’esortazione, ma un’accorata supplica che Gesù rivolge al Padre. Al tempo stesso, però, indica chiaramente ai discepoli quale sia la strada da percorrere con assoluta determinazione. L’unità che Gesù chiede trova in Dio la sua origine e ne svela il volto. Il mistero trinitario si rivela a noi come comunione e unità da realizzare anche, come battezzati, nella vita quotidiana. L’unità appare là dove il soggetto rinuncia ad apparire. Vivere l’unità non significa semplicemente fare qualcosa insieme agli altri, ma riconoscersi parte di una Chiesa che è ben più di un’istituzione religiosa e che persegue la missione di orientare lo sguardo verso Dio.

mercoledì 20 maggio 2026

Custoditi ...

 At 20,28-38 e Gv 17,11-19

Entriamo in questa parte della "Preghiera Sacerdotale" prendendo atto che fino a questo momento Gesù ha custodito con amore i sui discepoli, ha dato loro la Parola, ha fatto conoscere il Nome di Dio, cioè ha svelato il volto di un Padre ricco di misericordia, ha indicato quei sentieri per raggiungere la beatitudine, ha messo in guardia dal maligno. Questo ministero ora sta per finire, il Figlio ritorna alla destra del Padre. Ed ecco che dopo aver fatto la sua parte, Gesù chiede al Padre di essere lui a custodire i discepoli. Il verbo usato significa aver cura, proteggere, ed essendo un verbo vicino al significato di vedere, possiamo tradurre così: “Padre, non allontanare il tuo sguardo, ti prego non perderli d’occhio”. Aver cura di qualcuno consiste nel seguirlo con attenzione, è bello sapere che viviamo sotto lo sguardo amorevole di Dio.

martedì 19 maggio 2026

Arrivati alla missione

At 20,17 e Gv 17,1-11

I discorsi di addio dei capitoli 13-16 di Giovanni che abbiamo letto e meditato in questo tempo Pasquale convergono nel capitolo 17, nella piena consapevolezza che “è venuta l’ora”. I discorsi di addio si concludono con una preghiera, quella che noi definiamo genericamente la “preghiera sacerdotale”. La preghiera inizia con un’espressione che definisce assai bene la cornice teologica: “è venuta l’ora”, l’ora decisiva in cui anche per i discepoli inizia la missione di portare a compimento cio che Gesù ha iniziato. Più di una volta, nella narrazione del vangelo, Giovanni ha sottolineato che l’ora non è ancora venuta, ma ora tutto sta per compiersi. Non sempre però la ora di Dio  coincide con quella che noi abbiamo scritto nel nostro personale programma di vita, per questo oggi chiediamo di riuscire a cambiare i nostri progetti, se necessario, anche quelli più cari.

lunedì 18 maggio 2026

Adesso crediamo?

At 19,1-8 e  Gv 16,29-33

 «Io ho già vinto». Con queste parole Gesù annuncia la sua vittoria proprio mentre si prepara ad affrontare il dramma della croce. È pienamente consapevole di ciò che sta per accadere e, nonostante l’apparente sconfitta, afferma con certezza che ne uscirà vincitore. La Chiesa propone come modello un uomo che, agli occhi della storia, sembra sconfitto. Una storia che spesso proclama vincitori coloro che conquistano potere e successo, anche con la forza e senza scrupoli. Eppure, in che modo Gesù è veramente vittorioso? Gesù vince perché fa dell’amore la legge suprema della vita: «Avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine». La sua è una vittoria definitiva, che nessuna violenza può cancellare. Gesù è vittorioso perché ama. Solo l'amore è credibile!


domenica 17 maggio 2026

Se Dio guarda la terra

At 1,1-11 – Sal 46 – Ef 1,17-23 – Mt 28,16-20

Si racconta che durante l’Ascensione Gesù gettò uno sguardo verso la terra che stava lentamente piombando nell’oscurità. Solo alcune piccole luci brillavano timidamente sulla città di Gerusalemme. L’arcangelo Gabriele, venuto ad accogliere Gesù, gli domandò: «Signore, che cosa sono quelle piccole luci?». Gesù rispose: «Sono i miei discepoli in preghiera, radunati attorno a mia madre. E il mio progetto, ora che torno al Padre, è inviare loro il mio Spirito, perché quelle fiaccole tremolanti diventino un fuoco vivo, capace di incendiare d’amore, poco alla volta, tutti i popoli della terra». Gabriele osò allora chiedere: «E se questo progetto non dovesse riuscire?».Dopo un istante di silenzio, il Signore rispose dolcemente: « … io non ho altri progetti … È attraverso di loro che voglio raggiungere il mondo».

Stasera, stamattina, anche oggi, Dio guarda la terra in silenzio. Vede guerre, menzogne, violenza, solitudine. Vede il peggio di cui noi esseri umani siamo capaci. Vede uomini e donne ferirsi per paura, orgoglio, rabbia.

Ma vede anche altro. Vede una bambina che divide la sua merenda con un compagno affamato. Vede un uomo stanco tornare a casa e trovare ancora la forza di sorridere ai suoi figli. Vede uno sconosciuto dire a qualcuno nel dolore: «Io ci sono».

E allora Dio sorride. Perché riconosce che il mondo non si regge grazie ai potenti, ma grazie a quei piccoli gesti d’amore che quasi nessuno vede.

Ecco allora che possiamo immaginare le parole del Vangelo di oggi pronunciate da Gesù che contempla il mondo dalla gloria del Padre: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Ma che cosa significano oggi, per noi, queste parole?

Prima di tutto, credo che Gesù voglia dirci che nulla gli sfugge e nulla mai gli sfuggirà, neppure quando tutto sembra precipitare. Anche nei momenti più oscuri della storia umana, Lui continua a custodire il mondo. E poi credo che Gesù non ci chieda di imporre la fede a tutti con la forza o con la pressione delle parole. Ci chiede piuttosto di offrire a ogni uomo e a ogni donna la possibilità di incontrarlo, di scoprirlo come via, verità e vita. Essere discepoli significa mettersi in cammino dietro a Lui. Seguire i suoi passi. Imparare i suoi sentimenti, i suoi pensieri, il suo modo di amare. E forse Gesù non ci sta neppure chiedendo semplicemente di “aumentare” i battesimi. Il verbo “battezzare” significa “immergere”: immergere ogni persona nella vita di Dio, dentro una comunione nuova fatta di fraternità, condivisione e amore. Significa vivere relazioni nelle quali possa emergere la presenza di Cristo, il suo Vangelo, il suo comandamento più grande: «Amatevi come io vi ho amato».

Ed ecco allora la promessa più bella: «Io sono con voi tutti i giorni». Con voi per camminare accanto a voi. Con voi fino alla fine. O forse anche: verso il fine, verso la pienezza dell’amore di Dio. Ed è proprio in questo camminare insieme — cattolici, ortodossi, musulmani, credenti, persone in ricerca e anche non credenti — che Cristo si manifesta come Principe della pace.

Giovedì prossimo, 21 maggio, tutti insieme possiamo dire che condividiamo un unico desiderio: la pace per il mondo intero. A partire da qui, da Massa Lombarda, vogliamo affermare che la pace abita il cuore di ogni uomo e di ogni donna e che non può essere negata, ferita o tradita. Un mondo in pace è un mondo più umano. E la pace nascerà dall’accoglienza reciproca, dal rispetto, dalla fraternità che sapremo costruire tra di noi.

sabato 16 maggio 2026

Chiedete!

At 18,23-28 e  Gv 16,23-28

Quanti significati sono racchiusi in un piccolo brano come quello che oggi meditiamo. Al centro vi è il verbo chiedere, da intendere non semplicemente come domandare, ma come invocare con perseveranza e fiducia. Gesù invita i discepoli a pregare il Padre nel suo nome, con insistenza e cuore fiducioso. Così, il nostro chiedere si trasforma in un abbandono totale, fino a poter dire che una sola cosa davvero ci interessa e una sola chiediamo: il perfetto compimento della volontà del Padre. Infatti: «Se chiederete qualche cosa… egli ve la darà». Gesù ci invita a una preghiera piena di fiducia e di abbandono. Da queste parole del Vangelo riaffiora alla memoria la preghiera di Charles de Foucauld: «Padre mio, io mi abbandono a te, fa’ di me ciò che ti piace. Qualunque cosa tu faccia di me (...), la tua volontà si compia in me».

venerdì 15 maggio 2026

Gioia e dolore

At 18,9-18 e Gv 16,20-23

«Ora siete nel dolore; (…) ma nessuno potrà togliervi la vostra gioia». Queste parole lasciano dentro di noi una sottile inquietudine, forse perché la vita è attraversata da situazioni ed esperienze che generano turbamento e smarrimento. Eppure, proprio la fede in Dio ci affida, attraverso Gesù, una promessa: la gioia non andrà perduta. Il legame con Dio trasforma il nostro modo di pensare e di agire: ci insegna a non riversare sugli altri le nostre sofferenze, ma piuttosto a portare con amore anche il peso delle fatiche altrui. Non è facile comprendere fino in fondo queste parole, ed è questa la nostra sfida: non chiedere la sofferenza, ma custodire la gioia che nasce dall’amore. Come tutti, conosciamo la paura del dolore; tuttavia non lo rifiutiamo, perché fa parte della vita… anche della nostra.

giovedì 14 maggio 2026

Imparare ad amare

At 1,15-17.20-26 e Gv 15,9-17

"Amare" è una parola bellissima, ma troppo spesso resta il riflesso del nostro io più che un'espressione concreta della fede; per questo viene facilmente disattesa o vissuta in modo superficiale. Ecco che Gesù intende aiutare i suoi discepoli a superare il loro ego, per questo consegna loro il comandamento che riassume tutti gli altri: "che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi". L'uomo è fatto per amare, senza amore non c'è vita e non c'è futuro. Amare significa rendere concreto l'amore liberandosi, poco alla volta, dall'orgoglio e dall'illusione di bastare a sé stessi. Chi ama si dona per il bene degli altri, evita parole che feriscono, serve con umiltà e non si lascia scoraggiare da difficoltà o incomprensioni, perché sa che anche le ferite fanno maturare. Soprattutto, chi ama continua ogni giorno a imparare ad amare.

mercoledì 13 maggio 2026

Non ci realizziamo da soli

At 17,15.22-18,1 e  Gv 16,12-15

A pensarci bene ... che fatica per il Signore cercare di condividere con i discepoli quello che poteva dire e non essere frainteso e insieme non sovraccaricare di verità che non sarebbero stati capaci di portare. Gesù non può dire tutto ai discepoli perché sa che non sono in grado di capire tutto. Ma nonostante questo, la nostra strutturale deficienza non deve però diventare una scusa per chiuderci alla verità o per adattarla ai nostri limiti. Ecco allora un fatto nuovo irrompe nella realtà, Gesù stesso annuncia che “quando però verrà lo Spirito di verità, vi guiderà alla verità tutta intera”. Niente paura, non siamo soli. È vano ogni tentativo di realizzarsi con le proprie forze, senza lo Spirito rimaniamo nella colpa originaria e siamo sostanzialmente incapaci di corrispondere al progetto di Dio. Gesù presenta lo Spirito come Colui che guida – tutta la Chiesa e ciascuno di noi – e dona di scoprire, passo dopo passo, tutta la verità, cioè il progetto che Dio ha su di noi. La verità non è una formula astratta né una dottrina arida ma la luce che rischiara la storia personale e collettiva. 

martedì 12 maggio 2026

Oltre il suo andare

At 16,22-34 e Gv 16,5-11

“È bene per voi che io me ne vada”. La sua partenza apparve come un evento doloroso che chiude ogni speranza. Infatti, se viene a mancare il maestro, la guida, i discepoli come potranno realizzare quella nuova umanità che Gesù ha annunciato e consegnato loro come progetto di vita? Si sentono improvvisamente avvolti da un velo di tristezza e di inquietudine. Nel momento in cui i discepoli non accettiano il dolore e si chiudono nella tristezza finiscono per vedere tutto come una pesante ingiustizia. E invece, proprio attraverso quel dolore il Signore sta preparando un futuro: la missione, l'annuncio del vangelo. Anche noi, non lasciamoci ingannare da una lettura solo umana degli eventi. Oggi chiediamo la grazia di essere più docili allo Spirito per scoprire i semi di speranza custiditi nelle pieghe anche aride della realtà.

lunedì 11 maggio 2026

Sempre accompagnati ... mai soli

At 16,11-15 e Gv 15,26-16,4

Anche noi siamo uniti, come anelli di una stessa catena, a coloro che hanno seguito Gesù fin dal principio. È proprio in forza di questa appartenenza che Gesù ci chiama a stare in prima fila. Questa prospettiva è particolarmente significativa, perché presenta la testimonianza come il frutto naturale di un’esperienza personale: chi ha incontrato il Signore non può rimanere in silenzio, né temere di manifestare pubblicamente la propria fede. 
La testimonianza diventa così il fondamento della nostra comune vocazione missionaria. E tutto questo non avviene da soli né per caso: lungo il cammino ci viene accanto un compagno inatteso, colui che ci sostiene nella fatica e nelle difficoltà generate dalla nostra fragilità e dall’opposizione di chi ci contrasta. È il Consolatore, lo Spirito della verità, che rende testimonianza a Gesù.

domenica 10 maggio 2026

Una intimità di cui prendersi cura

At 8,5-8.14-17   Sal 65   1Pt 3,15-18   Gv 14,15-21

Sesta domenica di pasqua. Ci avviciniamo alla conclusione del tempo pasquale: domenica prossima celebreremo l’Ascensione, poi la Pentecoste, e infine le solennità della Santissima Trinità e del Corpus Domini. Dopo tutte queste celebrazioni, una domanda rimane: che cosa resta davvero nel nostro cuore?

Abbiamo incontrato Gesù oppure ci siamo fermati solo ai riti?

C’è infatti un rischio: celebrare il mistero della fede senza lasciarsi toccare da esso. Possiamo vivere liturgie perfette, piene di parole e gesti, ma restare lontani da Gesù, conoscendolo poco nella vita concreta.

Per questo oggi la Parola di Dio ci provoca con una domanda essenziale:
che rapporto ho con Gesù?
Chi è davvero per me?

Il Vangelo di oggi non racconta miracoli o eventi straordinari. È piuttosto un dialogo intimo. Gesù parla al cuore e desidera entrare nella nostra vita in modo profondo, quotidiano, vero. Giovanni, l'evangelista', ci riporta il suo ricordo, quelle parole di Gesù che gli si sono fermate entro e che lo hanno cambiato, lo hanno costruito umanamente ... perché Gesù prima di tutto ha cercato una relazione intima con il gruppo dei suoi amici, i dodici.

Gesù cerca una relazione viva con noi. E questa relazione nasce dall’amore, non dall’obbligo. Il brano si apre infatti con le parole: "Se mi amate…" e si conclude con la promessa: "Chi mi ama sarà amato dal Padre mio".

Allora oggi siamo chiamati a chiederci:

Gesù è davvero presente nella mia vita centra davvero con me oppure è solo una figura religiosa?

Lui continua a donarci la sua parola, il suo Spirito, la sua stessa vita. Ma noi che cosa ne facciamo?

Chi ama custodisce. Chi ama accoglie con gratitudine e non disperde ciò che riceve. La nostra vita é una vita cristiana o è riflesso di noi stessi, dei nostri desideri, progetti e forse a che dei nostri limiti e difetti?

La vita cristiana é quella che custodisce e accoglie il comandamento di Gesú! Per questo siamo invitati a contemplare ciò che il Signore ha fatto per noi: riconoscere che la vita cristiana nasce davvero solo dall’incontro con il Risorto.

Se diciamo di amare il Signore e di essere suoi discepoli, allora il Vangelo deve diventare criterio concreto delle nostre scelte, del nostro modo di vivere, di giudicare noi stessi e il mondo.

Non possiamo partire soltanto dalle nostre idee o convinzioni. Anche i discepoli hanno dovuto lasciare che Gesù cambiasse il loro modo di pensare, aprendoli allo sguardo di Dio.

Tutto questo è possibile grazie a quell’intimità profonda che unisce da una prolungata esperienza di Gesù ... stare con lui, con il cuore, con la mente, con le azioni, nella quotidianità e ...


Il giardino abbandonato (da uno spunto di Bruno Ferrero)

Un uomo possedeva un giardino magnifico, pieno di fiori dai colori vivaci, piante rigogliose e alberi da frutto che offrivano ombra e freschezza. Era il luogo più bello del villaggio, e chiunque passasse si fermava a contemplarlo. 

L’uomo ne era orgoglioso, ma era anche molto occupato con i suoi affari: voleva lavorare duramente per guadagnare e assicurarsi una vita migliore. Ogni giorno, al mattino presto, lasciava la sua casa senza mai fermarsi a guardare il giardino. Tornava tardi la sera, troppo stanco per prendersene cura. “Ci penserò domani,” si diceva, ma quel domani non arrivava mai. 

Le settimane divennero mesi, e le erbacce cominciarono a crescere, soffocando i fiori. Gli alberi iniziarono a perdere le foglie, e i frutti non maturavano più. Anche i cespugli, che un tempo profumavano l’aria, si seccarono. Un giorno, dopo molto tempo, l’uomo si fermò finalmente davanti al giardino. Ma ciò che vide lo lasciò senza parole: era tutto spoglio, incolto, e sembrava un campo abbandonato. In quel momento capì quanto aveva trascurato il suo piccolo paradiso. 

Si sedette su un vecchio tronco e cominciò a piangere. Un anziano, che passava di lì, si avvicinò e gli disse con un sorriso gentile: “Amico mio, se solo ti fossi fermato ogni tanto a godere di questo giardino e a prendertene cura, ora sarebbe ancora il luogo meraviglioso che ricordi. Non basta possedere qualcosa di bello: bisogna dedicargli tempo e amore.” L’uomo comprese la lezione. Decise di ripulire il giardino, di prendersi cura di esso ogni giorno e, soprattutto, di non permettere più al lavoro di rubargli il tempo per ciò che contava davvero.

sabato 9 maggio 2026

Ci odieranno e perseguiteranno ...

At 16,1-10 e Gv 15,18-21

È bene sapere che: "Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi". Gesu non fa promesse illusoririe, anzi aggiunge che: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me”. La vita dei discepoli si confronta con la realtà del mondo, che nonostante sia stato fatto per mezzo di Lui, tuttavia porta in sé il male come lontananza da Dio, come smarrimento e fatica anche a riconoscere la luce di Dio. Per questo, fin dall'inizio del suo vangelo, Giovanni annuncia che il Verbo è venuto tra la sua gente ma non è stato “riconosciuto”. Tutto questo suscita una amara ma realistica considerazione: a volte la testimonianza della fede genera un’opposizione ostinata. Evidentemente nel mondo c’è una forza oppositiva alla verità del vangelo, un mistero di iniquità cne si rivela non solo in chi non crede ma anche attraverso chi è battezzato; situazioni come queste oggi non mancano.

venerdì 8 maggio 2026

Comandamento: portare frutto

At 15,22-31 e Gv 15,12-17

Il più delle volte si parte con le migliori intenzioni ... ma poi ci arrendiamo e ci rendiamo conto che osservare il comandamento di Gesù si infrange sugli scogli della fragilità umana e dei suoi limiti. Da soli non ci riusciamo, amare come lui ci ha amato ... è una condizione impossibile! Infatti non credo sia casuale che il comandamento dell’amore fraterno sia collocato dopo l’insistente invito a rimanere in Lui e ad accogliere l’amore che viene da Lui. Come posso lasciami amare da Dio? Forse semplicemente occorre che accettiamo la semplicità dei gesti di amore di chi ho accanto. La cosa più difficile nell’arte di amare è proprio lasciarsi amare. Ma questo accogliere l'amore è accogliere il comandamento di Gesù ed é anche portare frutto.

giovedì 7 maggio 2026

Amare è bello e necessario

At 15,7-21 e Gv 15,9-11

Che cosa è un comandamento? Non certo un insieme di regole! Andando al cuore del pensiero di Gesù, un comandamento è la sintesi della Parola di Dio, la parola che viene da Dio e ci lega a Lui. Per cui osservare i comandamenti significa riconoscere a Dio il primo posto, lasciare a Lui il timone della vita, vivere la fede nella luce dell'alleanza, ovvero come relazione di amicizia/amore. Vivere la fede come esperienza del rimanere uniti a Gesù attraverso ogni gesto concreto di amore, perché  chi ama resta unito a Lui. L’amore è la forza interiore che motiva e custodisce la fedeltà. L’amore è il punto di partenza ma …, se non accogliamo i comandamenti, se non camminiamo nelle vie del Vangelo, soffochiamo l’amore. 

mercoledì 6 maggio 2026

Rimanere per portare!

At 15,1-6 e Gv 15,1-8

Rimanere in ... e portare frutto. Il Vangelo afferma che se portiamo frutto, diventiamo discepoli. In questo modo l’evangelista vuole sottolineare che se non portiamo frutto non possiamo nemmeno dichiararci discepoli.
Dinanzi a questa provocazione siamo abituati a cercare scuse. È questo il punto: siamo davvero desiderosi di portare frutto? A volte pare che tutti gli appelli di Dio non trovino in noi punto di appiglio, non basta una generica disponibilità. Il Vangelo ci ricorda quella radicalità che non ammette sfumature, che la fecondità della nostra vita scaturisce unicamente dall’unità con Cristo. Per questo la nostra principale preoccupazione è quella di custodire quella grazia che, a partire dal battesimo, ci ha resi uno con Cristo Gesù. Se restiamo uniti a Lui e se la sua Parola rimane in noi, diamo a Dio la possibilità di agire in noi e attraverso di noi.

martedì 5 maggio 2026

Non siamo del principe del mondo

At 14,19-28 e Gv 14,27-31

Anche oggi sperimentiamo il "principe mondo" che con la sua presenza diabolica inquina la nostra storia, precipita nella oscurità la nostra vita, e amplifica le paure e le inquietudini. In uno scenario segnato dall’oscurità Gesù annuncia che il maligno non ha alcun potere. Gesù si preoccupa di rassicurare i discepoli, li invita a non temere perché la sua assenza non è di tempo: “Vado e tornerò da voi”. Una assenza nella quale sperimentare la consolazione, cioè che il Signore non abbandona la sua Chiesa, non abbandona i suoi amici. Il Signore invita i suoi ad avere uno sguardo positivo che proviene dalla fede, non dalla propria presunzione e dalla forza personale ma dall’umiltà di chi sa affidarsi a Dio; infatti la certezza di essere nelle mani di Dio mette nel cuore una pace invincibile.

lunedì 4 maggio 2026

Comandamento = accogliere e osservare

At 14,5-18 e Gv 14,21-26

La forza dell'annuncio della "buona notizia", cioè del vangelo era l'amore: Tutto a partire dall’amore e tutto nel solco dell’amore. È una parola bellissima e impegnativa perché comporta un impegno esplicito che dimostri e garantisca che siamo disposti a fare quel che è necessario per dare all’altro ciò di cui ha bisogno: per sentirsi amato. In quale senso questa corrispondenza ideale è un comandamento? Due parole esprimono l'amore necessario: accogliere e osservare. Per Gesù accogliere significa possedere, tenere nella mano, ma non per un possesso di utilità ma per un possesso necessario, interiore che realizza il nosto vivere. Osservare invece nel senso di custodire o proteggere, esprime la cura di cose e persone che ci sono care. Sono queste le esperienze che ci aprono non a una semplice obbedienza ma a ricevere e donare quell’amore che viene da Dio.

domenica 3 maggio 2026

Allargare l'orizzonte del dimorare

At 6,1-7 Sal 32 1Pt 2,4-9 Gv 14,1-12

Mi sono chiesto che cosa Giovanni abbia raccontato alla sua comunità perché nel breve tempo, attorno alla sua testimonianza si sia condensata una tale profondità di contenuti che in realtà sono fondamento al mistero Trinitario e della divinità di Cristo è alla sua presenza nella comunità che sarà la Chiesa.
Forse quel "sono con voi per sempre" in relazione al dono dello Spirito Santo, può essere stata l'occasione per comprendere il "come" e il "perché" ...
Gesù vuole essere consolazione (consolatore) anche nella inquietudine del loro cuore, nelle crisi, nelle difficoltà e pure nei dubbi ...
Ma questa pretesa si fonda sul dimorare in Dio in Lui e di Dio in noi. Per poi sfociare nel cone questo dimorare si concretizza ... ed ecco che Gesù unisce un'altra pretesa quella di essere l'unica via che porta al Padre.
Le domande di Tommaso e di Filippo riassumono la domanda di ogni uomo di fronte a Dio. Di fronte a queste domande, di estrema concretezza emerge una esigenza, conoscere il senso di ciò che è la realtà e la dimensione del mistero, lo stesso mistero di Gesù dentro la stessa realtà.
1. Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?».
2. Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta».
Occorre collegare con equilibrio la dimensione della realtà storica e concreta al mistero della rivelazione e comprensione di Dio nel tempo.
Formulo una proposta: la fede si interroga sul “perché” e sul “chi”, mentre la lettura della realtà ci aiuta a chiarire il “dove” e il “come”.
Ecco perché nella tradizione biblica, Dio si rivela nel tempo, eventi e luoghi reali, non fuori dalla storia.
Qui è importante essere chiari: nessun tipo di reperto può “dimostrare” il mistero di Dio. Il mistero resta tale perché riguarda una dimensione che va oltre il dato materiale, oltre la realtà. Questa può documentare lo sviluppo culturale e religioso, mentre la teologia lo interpreta come cammino di rivelazione.
Ecco che posiamo intendere la realtà come mediazione del mistero stesso di Dio, cioè che la “la realtà sia mediatrice e mediazione del mistero stesso di Dio” si colloca dentro una visione profondamente teologica e filosofica, molto vicina al pensiero sacramentale e simbolico della tradizione cristiana.
1. La realtà non è solo “cosa”, ma è anche segno: ciò che esiste rimanda oltre se stesso.
2. Il mondo, la storia, le relazioni, la materia… tutto può diventare luogo in cui il mistero di Dio si comunica.
3. Il concetto di “Mediazione” suggerisce che questo non è un fatto occasionale, ma una struttura permanente: Dio si rende presente attraverso ciò che è concreto.
Questa idea ha affinità con il pensiero di Karl Rahner, che parlava del mondo come “sacramento” della presenza divina, e anche con Hans Urs von Balthasar, per cui la bellezza del reale rivela qualcosa della gloria di Dio.

sabato 2 maggio 2026

50 anni fa (02.05.1976) la mia prima comunione

At 13,44-52 e Gv 14,7-14

Quel giorno è ancora impreso nella mia memoria, non avevo ancora 9 anni, ricordo ancora i fiori dell'altare e il grande Crocifisso che sovrastata tutto; e la Madonna, portata in processione il primo maggio era stata messa sull'altare a sinistra entrando in Chiesa ... Dio non ci consegna una parola oscura e tutta da decifrare, ma si rivela nella persona di Gesù, che ci incontra anche nei segni e nelle immagini della realtà, se questo non fosse vero ... saremmo costretti a cercare a tentoni, come ciechi.

venerdì 1 maggio 2026

Gen 1,26-2,3 e Mt 13,54-58

Il problema di non capire 

Gesù torna a Nazaret e lo stupore della gente si traduce in una domanda che resta senza risposta. L’ammirazione non si traduce in un’adesione di fede. Non lo riconoscono nè come Messia e neppure come un Profeta, cioè come un uomo che parla in nome e con l’autorità di Dio. Loro lo  conoscono come il figlio di Giuseppe, conoscono la Madre, i suoi familiari e la sua umile condizione sociale. C'è un problema, uno scoglio insormontabile non comprendono e non accettano di non poter capire che la Rivelazione di Dio non è mai immediatamente comprensibile. L’uomo  non può pretendere di afferrare il mistero, può solo disporsi a capire, dando fiducia a Colui che si rivela. Dio non si fa riconoscere da coloro che pretendono di trattenerlo nelle proprie mani, ma a coloro che si riconoscono discepoli e si lasciano istruire.