domenica 4 gennaio 2026

Un prologo universale

Sir 24,1-4.12-16 Sal 147 Ef 1,3-6.15-18 Gv 1,1-18

Nell’immersione natalizia può capitare di fissare l’attenzione esclusivamente sulle immagini, sulle statue che esprimono lo Spirito natalizio al punto di non riuscire a interrogarci sul mistero e sul senso del Natale che è non si esaurisce in una ricorrenza per quanto bella possa essere.
Ma anche se si volesse oggi sarebbe umanamente impossibile giustificare il natale davanti all'orrore della guerra e di tutte le vite spezzate che ha causato; impossibile di fronte alla devastante sofferenza dei genitori che hanno perso i loro figli nella tragedia dell'incendio della notte di capodanno in Svizzera; di fronte al dramma umano che si consuma quotidianamente, un natale tradizionale non basta.
La liturgia della seconda domenica di natale serve proprio per scendere nel mistero. Serve per colmare tutta la nostra incapacità di dare senso e significato agli abissi dell'umano e immergerci nella pienezza di Dio Padre che come dice San Paolo agli Efesini: "In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, ..."; parole che Paolo esprime conscio di una realtà divina che sovrasta l'uomo ma non lo schiaccia, perché gli appartiene nell'ordine dell'esistere. Quelle di Paolo sono parole che esprimono una chiave di lettura di tutto ciò che è Gesù Cristo figlio di Dio e verbo incarnato. Quel figlio di Dio unica via per conoscere il Padre: “Dio nessuno mai l’ha visto: l’unigenito Dio, che è verso il grembo del Padre, egli l’ha narrato”. Ciascuno di non porta in se una profonda nostalgia di colui davanti al quale è se stesso, l’uomo è desiderio di vedere Dio, il suo volto nascosto. Ma nessuno l’ha mai visto, e nessuno lo vedrà. Gesù Cristo, l’unigenito Dio, che è verso il seno del Padre, con le sue opere e parole, arfiva a direca Filippo: “Chi ha visto me ha visto il Padre” (Gv 14,9). È infatti la Parola, che per questo è diventata “carne”. Ma queste affermazioni di Giovanni sono il frutto dell'intimità tra Gesú e lo stesso discepolo amato.
L’inizio del vangelo di Giovanni ci porta, con un colpo d’ala, sopra lo spazio e oltre il tempo, al di là di ogni creatura, per mostrarci chi è Gesù, l’uomo abilitato a pieno titolo a narrarci l’invisibile. Con sorpresa scopriamo che colui che amava chiamarsi Figlio dell’uomo e si proclamò Figlio di Dio, è la Parola che da sempre è presso il Padre ed è Dio. Leggendo questo inno si ha l’impressione di essere trasportati a volo d’aquila verso un luogo elevatissimo eppure domestico, quasi fosse il nostro nido, dove ci sentiamo a nostro agio, come a casa. È infatti nella Parola rivolta al Padre che troviamo la nostra patria: il Padre stesso.
Signore Gesù, in te tocchiamo “il cielo”, sfioriamo Dio, siamo raggiunti dall’infinito. Ci apri a novità inaudite, ti fidi della nostra fragilità, ci affidi progetti immensi di cui mai avremmo pensato di essere parte. Gesù, in te riceviamo doni su doni, tenerezza su tenerezza, amore su amore, Dio stesso. Tu sei la prova che in questo mondo è possibile amare davvero, fino in fondo, fino a dare la vita.

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