Giosuè 24,1-13 e Matteo 19,3-12
Chi può capire capisca ...
"Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli".
Gli eunuchi per il regno ... né castrati dalla vita e neppure immaturi affettivi, ma i custodi di una "rinuncia" per amore di Cristo. Non tutti possono capirlo, perché non tutti vivono la relazione con il Signore nella priorità per cui la vita è realmente lo spazio è la condizione dove Gesù ha la priorità su tutto. Non sono dei privilegiati e gli altri quindi degli "sfortunati" sono il segno di una tensione, di una predilezione di un desiderio che abita la Chiesa e quindi tutto il popolo di Dio. Occorre smettere di pensare al singolare, occorre passare al plurale e questo significa pensare come popolo. Tutto, allora, acquista una nuova espressione ... La storia della salvezza, raccontata da Giosuè non è una storia al singolare, ma è plurale, una storia di popolo. Pensarla singolare è una ostinata tentazione che chiude nelle "durezze del cuore". La realtà ci conferma che la durezza del cuore è capace di sovvertire l'amore, la giustizia e la misericordia, a vantaggio semplicemente delle animosità e della ideologia. Signore riempi il nostro cuore della tua tenerezza!
venerdì 14 agosto 2015
giovedì 13 agosto 2015
Giosuè 3,7-17 e Matteo 18,21-19,1
Fare i conti con Dio
L'immagine della parabola come al solito è suggestiva e provoca molteplici considerazioni, anche solo pensare che regolate i conti significa sottoporsi ad un esito sfavorevole ... Di fronte al Re, il primo debitore per potersi affrancare avrebbe dovuto onorare il gigantesco debito, superiore alle sue limitate forze, accettando una perenne schiavitù, sua e della sua famiglia, cioè utilizzare tutto di sé e dei propri affetti e legami per potersi riscattare. Nella parabola il punto di svolta o meglio il criterio nuovo che viene introdotto, non è semplicemente quello di essere buoni, ma è quello della misericordia, cioè stare con il "cuore" davanti al fratello.
Di fronte ai fratelli, per poterli (io) riscattare e per permettere loro di riscattare se stessi, occorre generare la misericordia. La misericordia si genera nel momento in cui io sollevo da terra, dai miei piedi, il fratello che mi supplica. La supplica rappresenta la vita stessa del fratello ... Di fronte a tutti gli uomini che ai piedi di altri uomini gridano la loro disperazione ... Dio ci ripete semplicemente: "Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?"
Fare i conti con Dio
L'immagine della parabola come al solito è suggestiva e provoca molteplici considerazioni, anche solo pensare che regolate i conti significa sottoporsi ad un esito sfavorevole ... Di fronte al Re, il primo debitore per potersi affrancare avrebbe dovuto onorare il gigantesco debito, superiore alle sue limitate forze, accettando una perenne schiavitù, sua e della sua famiglia, cioè utilizzare tutto di sé e dei propri affetti e legami per potersi riscattare. Nella parabola il punto di svolta o meglio il criterio nuovo che viene introdotto, non è semplicemente quello di essere buoni, ma è quello della misericordia, cioè stare con il "cuore" davanti al fratello.
Di fronte ai fratelli, per poterli (io) riscattare e per permettere loro di riscattare se stessi, occorre generare la misericordia. La misericordia si genera nel momento in cui io sollevo da terra, dai miei piedi, il fratello che mi supplica. La supplica rappresenta la vita stessa del fratello ... Di fronte a tutti gli uomini che ai piedi di altri uomini gridano la loro disperazione ... Dio ci ripete semplicemente: "Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?"
mercoledì 12 agosto 2015
Deuteronomio 34,1-12 e Matteo 18,15-20
Domande e preghiere inevase ...
Siamo fatti così, preghiamo, chiediamo anche "due insieme" e ci arrovelliamo nello sdegno di chi non è stato esaudito. Se ci fosse un ufficio reclami nel regno dei cieli, ci sarebbe anche la nostra protesta. Non è un peccato ammettere che il nostro pregare è conseguenza dei desideri e delle necessità, degli stati d'animo e delle nostre fragilità. Lì dove possiamo, nulla chiediamo; dove ci areniamo, ci disperiamo e preghiamo.
Conviene ora rivisitare la figura di Mosè: la sua preghiera è, aver custodito il "faccia a faccia con Dio" in un modo esclusivo al punto che quel rapporto di amicizia-fedeltà è in se stesso unico. Questo non toglie a Mosè l'esperienza del morire e di non entrare nella Terra Promessa se non con lo sguardo e la proiezione dei pensieri. Ma il morire di Mosè, servo-amico del Signore è in realtà, non un triste epilogo, ma un'ultima obbedienza, Mosè muore nell'obbedienza a Yhwh, in quell'ascolto intimo e profondo che è l'obbedienza, che piega ogni umana resistenza nell'affidarsi all'amore di Dio. Ogni preghiera per essere tale, non può essere solo richiesta, ma deve essere obbedienza ... Come quella di Mosè.
Domande e preghiere inevase ...
Siamo fatti così, preghiamo, chiediamo anche "due insieme" e ci arrovelliamo nello sdegno di chi non è stato esaudito. Se ci fosse un ufficio reclami nel regno dei cieli, ci sarebbe anche la nostra protesta. Non è un peccato ammettere che il nostro pregare è conseguenza dei desideri e delle necessità, degli stati d'animo e delle nostre fragilità. Lì dove possiamo, nulla chiediamo; dove ci areniamo, ci disperiamo e preghiamo.
Conviene ora rivisitare la figura di Mosè: la sua preghiera è, aver custodito il "faccia a faccia con Dio" in un modo esclusivo al punto che quel rapporto di amicizia-fedeltà è in se stesso unico. Questo non toglie a Mosè l'esperienza del morire e di non entrare nella Terra Promessa se non con lo sguardo e la proiezione dei pensieri. Ma il morire di Mosè, servo-amico del Signore è in realtà, non un triste epilogo, ma un'ultima obbedienza, Mosè muore nell'obbedienza a Yhwh, in quell'ascolto intimo e profondo che è l'obbedienza, che piega ogni umana resistenza nell'affidarsi all'amore di Dio. Ogni preghiera per essere tale, non può essere solo richiesta, ma deve essere obbedienza ... Come quella di Mosè.
martedì 11 agosto 2015
Deuteronomio 31,1-8 e Matteo 18,1-14
Coraggio e consolazione
Spesso ci sfugge questa sfumatura: "Il Signore stesso cammina davanti a te; egli sarà con te, non ti lascerà e non ti abbandonerà", quasi che chiedere e invocare la presenza di Dio sia una speranza o un auspicio per il futuro. Ma non è così!
Dovremo abituarci all'idea che la presenza di Dio nella mia vita non dipende dallo stato d'animo e neppure dalle esperienze che faccio; la sua presenza è una condizione a prescindere da tutto. Ciò impone di non cadere nel fideismo e nel miracolismo, ma di vivere ogni giorno con la sapienza che lo Spirito Santo ci dona e suscita. Con la sapienza di chi come un bambino è custodito dagli angeli e che tutto di noi è sotto gli occhi amorevoli del Padre. È in questa esperienza di amore che ogni giorno posso rianimare il mio coraggio e la consolazione per vivere nel servizio alla Chiesa e all'uomo (cioè alla mia realtà) l'imperativo del regno dei cieli: la pecora smarrita ... che nessuno si perda!
lunedì 10 agosto 2015
2 Corinzi 9,6-10 e Giovanni 12,24-26
San Lorenzo martire
Come il chicco di grano
Quanto è difficile morire ... In effetti morire come il grano, non rappresenta il tipo di vita che normalmente scegliamo. In realtà, soprattutto da parte dei cristiani, stiamo sperimentando quanto più facilmente ci si trattenga dal cedersi alla terra... Il cicco tenta di conservare se stesso, cerca di trattenere la sua vita nel piccolo involucro esteriore che lo delimita. Ma una vita così rinchiusa perde di senso e significato; quel seme non avrà mai nulla di speciale, non moltiplicherà in 30, 60, 100 altri chicchi di grano, non trasformerà se stesso in bianca farina per il pane, non sarà mai quella pasta lievitata che se cotta riempie di fragranza l'esistenza.
Trattenere la vita, è un lento morire nella solitudine della morte.
Il morire del chicco caduto in terra in realtà è il dilatarsi della vita, lasciare che la vita si manifesti nella sua fecondità e capacità di dilagare nel bene e di contagiare attraverso l'amore.
San Lorenzo martire
Come il chicco di grano
Quanto è difficile morire ... In effetti morire come il grano, non rappresenta il tipo di vita che normalmente scegliamo. In realtà, soprattutto da parte dei cristiani, stiamo sperimentando quanto più facilmente ci si trattenga dal cedersi alla terra... Il cicco tenta di conservare se stesso, cerca di trattenere la sua vita nel piccolo involucro esteriore che lo delimita. Ma una vita così rinchiusa perde di senso e significato; quel seme non avrà mai nulla di speciale, non moltiplicherà in 30, 60, 100 altri chicchi di grano, non trasformerà se stesso in bianca farina per il pane, non sarà mai quella pasta lievitata che se cotta riempie di fragranza l'esistenza.
Trattenere la vita, è un lento morire nella solitudine della morte.
Il morire del chicco caduto in terra in realtà è il dilatarsi della vita, lasciare che la vita si manifesti nella sua fecondità e capacità di dilagare nel bene e di contagiare attraverso l'amore.
domenica 9 agosto 2015
1 Re 19,4-8 / Salmo 33 / Efesini 4,30-5,2 / Giovanni 6,41-51
Il pane che nutre la vita
Quando la notte passiamo vicini a un fornaio, è probabile sentire il buon odore del pane appena cotto, del pane sfornato ... Una fragranza unica, che sa di buono!
Ciò che i giudei non comprendono è la fragranza unica e buona di Gesù, tutto questo discorso sul pane non vuole infatti focalizzarsi sul segno, sulla tipologia del miracolo, e se Gesù può o non può farlo ... Lo scandalo è legato alla possibilità di riconoscere Gesù come quel buono che si evidenzia nella vita e che in quanto buono chiede tutta la nostra attenzione.
Il segno del Pane infatti, ci educa e illumina su due aspetti:
- circa Gesù; chi è Lui?
Non solo il figlio di Giuseppe; prendiamo coscienza di Gesù figlio di Dio che si fa uomo e in questo stravolge il senso religioso dell'uomo; amare Dio è ora andare da Gesù e amare lui ...
- circa quel Pane; pane, corpo, sangue, mangiare ...
Un segno antico che ora preannuncia un sacrificio che è la liberazione dal male e dalla morte, è salvezza è vita eterna già qui!
Le affermazioni di Gesù non sono tollerabili: "io sono il pane disceso dal cielo", significa dire: "io sono il dono del padre per la vostra vita". Allo stesso modo in cui la manna era pane del cielo per la vita del popolo nel deserto.
Ma se è vera l'affermazione, ne segue che di quel "pane" occorre nutrirsi; la nostra vita di fede, la nostra vita cristiana e del discepolo non può essere privata di quel cibo.
Allora comprendiamo la nostra banalità quando riduciamo la relazione con il pane del cielo a una situazione per bambini di quarta elementare ... Ai quali il più delle volte non andiamo oltre a dire: in quel pane Gesù entra nel tuo cuoricino ...
No, no ... I giudei hanno ben capito e ciò che afferma Gesù ... e a loro non va bene ...
Accettare quel pane alle condizioni di Gesù significa riconoscere a lui quella fragranza unica che stravolge tutto il mio modo di relazionarmi a Dio e il modo di Dio di relazionarmi con me e di essere nel mondo.
Celebrare l'Eucaristia stravolge tutto!
Quindi o stravolge tutto oppure ci pone di fronte al mostro mormorare di Lui ...
Quando Gesù arriva a dire "amen amen", dobbiamo focalizzare lo sguardo e acuire l'udito sulle conseguenze di quel pane:
- quel pane che è Gesù genera la vita eterna (il mangiare non salva dalla morte, quel pane invece salva);
- quel pane è vivo (esiste personalmente in relazione alla nostra vita);
- quel pane è la carne di Gesù, per la vita del mondo ... La mia carne è parte del mondo, la sua carne è luogo di unità tra Il Padre e il mondo.
Credo serva a questo punto ricordare che la nostra celebrazione eucaristica ha alcune peculiari caratteristiche:
1) un popolo sacerdotale, tutti i discepoli del Signore in forza del battesimo, sono sacerdoti in Cristo e tutti celebrano l'eucaristia; chi è ordinato esprime rispetto al popolo la certezza che tutto è unito a Cristo è che quel "prete" posto lì dal vescovo presiede in Persona Cristi;
2) un popolo che offre e celebra un sacrificio, che nei simboli incruenti, rappresenta il sacrificio della vita donata di Gesù sulla croce.
Il suo corpo trafitto, il suo sangue versato si rinnovano nel segno rendendo efficace il sacrificio; siamo di fronte a un Sacrificio rituale. Non è una forma di preghiera, ma è una azione sacrificale capace di esprimere l'evento della "salvezza";
3) un popolo comprende che quel pane va mangiato per generare quel vincolo reale effettivo e affettivi che è la comunione. Non posso non nutrirmene, la mia stessa vita umana, in quanto vita cristiana si alimento ed è eterna in forza di quel pane.
L'altare al centro del presbiterio rappresenta Cristo e ci ricorda tutto questo ... No, non vogliamo certo inciamparvi, ma celebrando e mangiando di quel pane noi diventiamo anche senza accorgercene vita di Cristo.
Inviato da iPad
Il pane che nutre la vita
Quando la notte passiamo vicini a un fornaio, è probabile sentire il buon odore del pane appena cotto, del pane sfornato ... Una fragranza unica, che sa di buono!
Ciò che i giudei non comprendono è la fragranza unica e buona di Gesù, tutto questo discorso sul pane non vuole infatti focalizzarsi sul segno, sulla tipologia del miracolo, e se Gesù può o non può farlo ... Lo scandalo è legato alla possibilità di riconoscere Gesù come quel buono che si evidenzia nella vita e che in quanto buono chiede tutta la nostra attenzione.
Il segno del Pane infatti, ci educa e illumina su due aspetti:
- circa Gesù; chi è Lui?
Non solo il figlio di Giuseppe; prendiamo coscienza di Gesù figlio di Dio che si fa uomo e in questo stravolge il senso religioso dell'uomo; amare Dio è ora andare da Gesù e amare lui ...
- circa quel Pane; pane, corpo, sangue, mangiare ...
Un segno antico che ora preannuncia un sacrificio che è la liberazione dal male e dalla morte, è salvezza è vita eterna già qui!
Le affermazioni di Gesù non sono tollerabili: "io sono il pane disceso dal cielo", significa dire: "io sono il dono del padre per la vostra vita". Allo stesso modo in cui la manna era pane del cielo per la vita del popolo nel deserto.
Ma se è vera l'affermazione, ne segue che di quel "pane" occorre nutrirsi; la nostra vita di fede, la nostra vita cristiana e del discepolo non può essere privata di quel cibo.
Allora comprendiamo la nostra banalità quando riduciamo la relazione con il pane del cielo a una situazione per bambini di quarta elementare ... Ai quali il più delle volte non andiamo oltre a dire: in quel pane Gesù entra nel tuo cuoricino ...
No, no ... I giudei hanno ben capito e ciò che afferma Gesù ... e a loro non va bene ...
Accettare quel pane alle condizioni di Gesù significa riconoscere a lui quella fragranza unica che stravolge tutto il mio modo di relazionarmi a Dio e il modo di Dio di relazionarmi con me e di essere nel mondo.
Celebrare l'Eucaristia stravolge tutto!
Quindi o stravolge tutto oppure ci pone di fronte al mostro mormorare di Lui ...
Quando Gesù arriva a dire "amen amen", dobbiamo focalizzare lo sguardo e acuire l'udito sulle conseguenze di quel pane:
- quel pane che è Gesù genera la vita eterna (il mangiare non salva dalla morte, quel pane invece salva);
- quel pane è vivo (esiste personalmente in relazione alla nostra vita);
- quel pane è la carne di Gesù, per la vita del mondo ... La mia carne è parte del mondo, la sua carne è luogo di unità tra Il Padre e il mondo.
Credo serva a questo punto ricordare che la nostra celebrazione eucaristica ha alcune peculiari caratteristiche:
1) un popolo sacerdotale, tutti i discepoli del Signore in forza del battesimo, sono sacerdoti in Cristo e tutti celebrano l'eucaristia; chi è ordinato esprime rispetto al popolo la certezza che tutto è unito a Cristo è che quel "prete" posto lì dal vescovo presiede in Persona Cristi;
2) un popolo che offre e celebra un sacrificio, che nei simboli incruenti, rappresenta il sacrificio della vita donata di Gesù sulla croce.
Il suo corpo trafitto, il suo sangue versato si rinnovano nel segno rendendo efficace il sacrificio; siamo di fronte a un Sacrificio rituale. Non è una forma di preghiera, ma è una azione sacrificale capace di esprimere l'evento della "salvezza";
3) un popolo comprende che quel pane va mangiato per generare quel vincolo reale effettivo e affettivi che è la comunione. Non posso non nutrirmene, la mia stessa vita umana, in quanto vita cristiana si alimento ed è eterna in forza di quel pane.
L'altare al centro del presbiterio rappresenta Cristo e ci ricorda tutto questo ... No, non vogliamo certo inciamparvi, ma celebrando e mangiando di quel pane noi diventiamo anche senza accorgercene vita di Cristo.
Inviato da iPad
sabato 8 agosto 2015
Deuteronomio 6,4-13 e Matteo 17,14-20
La fede vince il maligno
Che cosa è il male? Sono le azioni che in coscienza non corrispondono al vero e al bene? Forse anche questo, ma il male e la sua origine, il maligno, sono in realtà un surrogato alle nostre domande, ai desideri profondi che abbiamo. Il male e il maligno trovano casa nella nostra dimenticanza di Dio. Il credo di Israele lo "Shemà" pone la conduzione di felicità che si compie grazie alla fede, nell'ascolto, nell'amore, quindi nel non dimenticare il Signore. Questa fede pensata e vissuta è necessaria per vincere il male è il maligno, perché è capace di esprimere una preghiera che è liberante. La preghiera della fede, colma lo spazio della vita dell'uomo credente ed esclude il male. Questa fede è piccola come un granello di senape ... Lo stesso granello immagine del "regno dei cieli"... Credere, avere fede, è quella esperienza esistenziale per cui il "regno dei cieli" trova la sua realizzazione nella vita di ogni discepolo. Dove c'è il "regno dei cieli" non ci può essere il male!
La fede vince il maligno
Che cosa è il male? Sono le azioni che in coscienza non corrispondono al vero e al bene? Forse anche questo, ma il male e la sua origine, il maligno, sono in realtà un surrogato alle nostre domande, ai desideri profondi che abbiamo. Il male e il maligno trovano casa nella nostra dimenticanza di Dio. Il credo di Israele lo "Shemà" pone la conduzione di felicità che si compie grazie alla fede, nell'ascolto, nell'amore, quindi nel non dimenticare il Signore. Questa fede pensata e vissuta è necessaria per vincere il male è il maligno, perché è capace di esprimere una preghiera che è liberante. La preghiera della fede, colma lo spazio della vita dell'uomo credente ed esclude il male. Questa fede è piccola come un granello di senape ... Lo stesso granello immagine del "regno dei cieli"... Credere, avere fede, è quella esperienza esistenziale per cui il "regno dei cieli" trova la sua realizzazione nella vita di ogni discepolo. Dove c'è il "regno dei cieli" non ci può essere il male!
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