lunedì 7 novembre 2022

Lo scandalo, il perdono e la fede

Tito 1,1-9 e Luca 17,1-6

Sembrerebbero tre pensieri, tre riflessioni di Gesù, raccolte insieme per non disperdere gli insegnamenti del maestro. Ma è proprio questo che ci permette di riconoscere il pensiero di Gesù; di come lui comprendesse la fede come esperienza propulsiva della vita di chi si mette nella sua sequela. Per seguirlo, infatti, occorre condividere con lui, con il maestro, quella fiducia e quel darsi a lui, che è fede in tutto ciò che egli stesso rappresenta: “Signore aumenta la nostra fede in te!”
Solo in questa fede aumentata, potremo vivere il perdono come condizione accettabile delle nostre relazioni, come anche la verità trasparente di noi stessi.
È solo nell’esperienza della fede in Gesù che potremo ricondurre anche lo scandalo della nostra incoerenza nel percorso di conversione. È solo la fede, l’agire per fede, è l’atto di fede che vi fa veri discepoli.

domenica 6 novembre 2022

Non si muore per sempre

2 Mac 7,1-2.9-14; Sal 16; 2 Ts 2,16-3,5; Lc 20,27-38

A pochi giorni dalla commemorazione dei santi e dei defunti, la chiesa ci ricorda che la fede nella risurrezione  è dei viventi, cioè di chi è vivo; perché la fede è questione d’amore, e l’amore si caratterizza per l'esserci a priori, la reciprocità e per il per sempre. Nel rispondere ai sadducei, Gesù ci introduce nel Paradiso, nell'esperienza della vita eterna che però ha come origine la nostra esistenza, il nostro essere vivi, oltre ovviamente l'esperienza del morire. Per Gesù la risurrezione è parte del vivere, e questa vita, è già vita del Padre suo: una vita che è dei suoi figli, una vita capace di determinarne identità e dignità: "I figli degni della vita futura e della risurrezione dai morti (...) sono uguali agli angeli e, poiché sono figli della risurrezione, sono figli di Dio di Dio. La condizione principale è essere figlio, per cui è vivere la pienezza della intimità (relazione personale), e della comunione (relazione interpersonale e fraterna), con il Padre. Realtà a dir poco semplici, ma insieme misteriose e meravigliose. La storia che i sadducei inventano per mettere in ridicolo l’idea della resurrezione, nega ogni vera intimità, focalizzando tutto in una norma giuridico-matrimoniale, e disattende la comunione, tutto si sviluppa in una opportunità egoistica di un singolo. Gesù prende al balzo questo tentativo di ridicolizzarlo, e apre a una meravigliosa possibilità per farci percepire la vita eterna che si rivela nella speranza che tutto di noi coinvolge, e nell’abbraccio amorevole e fedele del Padre che attende di stringerci ed accoglierci. Forse anche oggi come allora, la fede nella risurrezione rischia di essere una non risposta, perché è messa in ombra e in ridicolo da una religiosità che ostenta sé stessa, ma che risulta al pari di quella di scribi e farisei, clericale, e incapace di dare risposte vere alle domande e alle situazioni di vita che oggi percorrono il nostro cuore. Oggi, realtà come la guerra; l’ingiustizia vissuta sulla pelle da tanti; le povertà; le diversità negate e incomprese; la rabbia che accompagna il vivere insoddisfatto; la fragilità dei giovani come anche di tutti; i dubbi di fede come anche una fede dismessa; tutto questo si confronta anche con un senso religioso o con una proposta di vita assolutamente inadeguata, col rischio di non essere una vera risposta … Gesù ci porta al largo, ci invita a pensare più in grande: "Quelli che risorgono non prendono moglie né marito". La vita eterna non è il prolungamento di quella presente. Coloro che sono morti non risorgono alla vita biologica ma alla vita di Dio. La vita eterna vuol dire vita dell’Eterno Padre.


E’ una vicenda vera …

Al tempo della propaganda antireligiosa, in Russia, un commissario del popolo aveva presentato brillantemente le ragioni del successo definitivo della scienza. Si celebrava il primo viaggio spaziale. Era il momento di gloria del primo cosmonauta, Gagarin. Ritornato sulla terra, aveva affermato che aveva avuto un bel cercare, in cielo: Dio proprio non l’aveva visto. Il commissario tirò la conclusione proclamando la sconfitta definitiva della religione.
Il salone era gremito di gente. La riunione era ormai alla fine. “Ci sono delle domande?”.
Dal fondo della sala un vecchietto che aveva seguito il discorso con molta attenzione disse sommessamente: “Christòs ànesti”, “Cristo è risorto”. 
Il suo vicino ripeté, un po’ più forte: “Christòs ànesti”. 
Un altro si alzò e lo gridò; poi un altro e un altro ancora. 
Infine tutti si alzarono gridando: “Christòs ànesti”, “Cristo è risorto”.
Il commissario si ritirò confuso e sconfitto. Al di là di tutte le dottrine e di tutte le discussioni, c’è un fatto. Tutto il cristianesimo è condensato in un fatto: non si può niente contro di esso. I filosofi possono disinteressarsi del fatto, ma non esistono altre parole capaci di dar slancio al: Gesù è risorto.


Quando supereremo il nostro egoismo?

Filippesi 4,10-19 e Luca 16,9-15

Il nostro futuro di figli si gioca nell’amministrazione - uso e non solo -  che facciamo dei beni presenti: essi sono dono del Padre da condividere con i fratelli. Tra questi beni c’è anche il rapporto tra le persone che va vissuto nel dono e nel perdono. Amministrare bene, nel poco per accedere al molto è la condizione in cui ciascuno  di noi testimonia l'amore gratuito e fedele di Dio!
L’arte di amministrare si lega al discernimento della vera ricchezza: Non si possono servire contemporaneamente Dio e la ricchezza. Ma Gesù non ci parla della ricchezza cone denaro, ma al nostro desiderio di riconoscimento e del bisogno che gli altri ci riconoscano buoni e giusti. Ma questa giustizia come si costruisce? Nell’essere amministratori di noi stessi - cosa spesso abominevole - o nell’amministrare la misericordia che ci è donata ?

venerdì 4 novembre 2022

Il compito di amministrare …

Filippesi 3,17-4,1 e Luca 16,1-8

Ma in realtà, forse, ciascuno di noi si sarebbe comportato allo stesso modo. Nella vita di tutti i giorni, di fronte alle cadute in disgrazia, si affinano le tattiche per salvaguardare un po’ i propri privilegi, il proprio benessere acquisito …
Ma la logica della parabola, prendendo spunto dalla prassi del mondo non vuole certo elogiare la disonestà scaltra dell'amministratore disonesto …, diversamente chissà quanti amministratori si sentirebbero giustificato circa le loro prassi e azioni inique.
Credo che sia evidente come Gesù attraverso l’eccesso di questa parabola voglia suggerirci, prima di tutto, di rendere conto a noi stessi e al Padre di tutto ciò che ci è stato affidato da amministrare nella vita e della vita. Non è l’esito che rappresenta il fine della parabola, quanto la domanda del padrone: “Cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare?”

giovedì 3 novembre 2022

Un Dio esagerato ...

Filippesi 3,3-8 e Luca 15,1-10

Chissa quali reazioni queste due parabole avranno suscitato nei pubblicani e peccatori, e quali nei farisei e negli scribi?
Certamente per i farisei e gli scribi è tutto esagerato, quegli uomini e quelle donne peccatrici non meritano tanta attenzione, non meritano tanta amorevolezza. Gesù invece vuole proprio esprimere una esagerazione nel suo raccontare come il pastore per la pecora e la donna per la dramma ricorrono a mezzi eccessivi e fuori dai comportamenti abituali per trovare quello che hanno perduto. Ma non solo, una volta trovata la pecora e la moneta, danno il via a festeggiamenti non richiesti; diremo alquanto eccessivi. Ma questo, per Gesù, è il modo con cui Dio accoglie i peccatori pentiti, perchè questo è il cuore della parabola, non una pecora, non una moneta, ma la prodigalità dell’amore di Dio che non è misurabile, indipendentemente dalla nostra risposta.

mercoledì 2 novembre 2022

La speranza della vita eterna... un'ancora per dare senso alla vita

Giobbe 19,1.23-27 e Giovanni 6,37-40

Questa mattina, in questo inizio di giornata, quasi come le donne che vanno al sepolcro di Gesù, noi siamo venuti a dare testimonianza reciproca della speranza nella risurrezione che i nostri genitori, i nostri nonni, ci hanno trasmesso.
Una speranza, una fede che la Chiesa fa sue con le parole di Giobbe e ricorda che la certezza cristiana della vita eterna è un "dono" che dobbiamo chiedere a Dio.
"Io so che il mio Redentore è vivo, e lo vedrò con i miei occhi". Questa è la speranza cristiana. Il brano della Prima Lettura ci dice come Giobbe, “sconfitto, anzi, sfinito nella sua esistenza, dalla malattia, con la pelle strappata via e quasi al punto di morire”, ha comunque una certezza e la dice: “Io so che il mio Redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere”. Giobbe, tocca il punto più basso della sua fragilità umana.
Anche noi in questo luogo, ammettiamolo, tocchiamo il fondo della nostra umanità, siamo prostrati, tutto sembra perso e senza prospettive ... ma proprio qui è possibile quell’abbraccio di luce e calore che rassicura: “Vedrò il Redentore con questi occhi”, “i miei occhi lo contempleranno, e non un altro”.
Questa certezza, quasi nel momento della fine della vita, “è la speranza cristiana”.
Una speranza che è un dono: “Noi non possiamo averla”, non dipenda da noi ... Ma dobbiamo chiederla: “Signore, dammi la speranza”. Ci sono tante cose brutte, che ci portano a disperare, a credere che tutto sarà una sconfitta finale, che dopo la morte non ci sia nulla”. Ma la voce di Giobbe ritorna come condizione comune del cuore dell'uomo.
La speranza ci attrae, ci coinvolge, ci piace, la speranza dà un senso alla vita.
Io non vedo l’Aldilà, ma la speranza è il dono di Dio che mette al cuore della vita, che ci fa toccare la gioia eterna. La speranza è un’ancora che traduce la fede, dall’altra parte, noi, ci aggrappiamo proprio alla speranza e ci sosteniamo ripetendo: Io so che il mio Redentore è vivo e io lo vedrò. E questo, ripetiamolo nei momenti di gioia come nei momenti brutti, nei momenti di morte.
Anche nel Vangelo di Giovanni, Gesù conferma che "questa speranza che non delude", la speranza è lui stesso. La speranza è ciò che riempie la vita di senso e di finalità. Nulla è per caso, e la vita così non per il nulla.
Oggi in questo luogo dove i nostri morti riposano nella speranza, ripetiamo con fede che la nostra forza, la nostra certezza è il nostro Redentore, egli vive e noi lo vedremo, noi stessi lo vedremo; i nostri occhi lo contempleranno, e non un altro”. Di fronte a questi corpi morti umiliati dalla morte, ripetiamo che Cristo è risorto, ed è vivo, ma è proprio lui il senso della nostra esistenza.



martedì 1 novembre 2022

Tutti i Santi del desiderio

Ap ,2-4.9-14; Sal 23; 1 Gv 3,1-3; Mt 5,1-12
Solennità di tutti i Santi

Oggi celebriamo solennemente, cioè facciamo festa e siamo nella gioia, per la santità che si può realizzare nell'umanità, ma è anche l'occasione per ricordare tutti i nostri fratelli santi. La Chiesa nel suo riflettere la santità supera ogni moralismo, come anche ogni preconcetto o pregiudizio trionfalistico circa i santi.
La Chiesa ci parla della santità come dono dato a ciascun battezzato, è la santità oggettiva, una santità che è dono di Dio e che si lega alla natura umana, direi che è il sentimento di amore di Dio che nel Battesimo è il germe della fede.
E di una santità come compito soggettivo, richiesta non solo a pochi, ma a tutti, nel quotidiano della vita: «Questa è la volontà di Dio: la vostra santificazione». Il dono si traduce in un compito, ovvero il dono chiede di essere accolto perché portiamo «frutti di carità per la vita del mondo».
Eccoci più che una lettura morale o moralistica della Santità, oggi occorre fare un discernimento esperienziale e soprattutto metterci nella disponibilità di accogliere il dono della santità nella nostra vita quotidiana.
Il dono della santità sono i sentimenti di Dio Padre.
Gesù nelle Beatitudini afferma che la nostra felicità è direttamente connessa ai sentimenti di Dio.
Dio Padre ha un cuore limpido, non doppio, sincero, amorevole.
Dio Padre ha un cuore capace di commuoversi, di piangere e capace di consolare.
Dio Padre ha un cuore mite, che attende e soffre per amare.
Dio Padre ha un cuore affamato di giustizia, cioè pieno di salvezza.
Dio Padre ha un cuore sempre straripante di misericordia.
Dio Padre ha un cuore che vede, cioè tutto comprende.
Dio Padre ha un cuore di pace e dona la pace del cuore.
Dio Padre ha un cuore che assorbe le ingiustizie e le trasfigura.
Ecco che per noi, accogliere il dono della Santità, significa proprio questo, essere attenti ai momenti della nostra esistenza in cui facciamo particolare esperienza dei sentimenti di Dio e da quella esperienza arrivare a riconoscere che solo il loro dispiegarsi, il loro attuarsi quotidiano nella vita, determinano la nostra beatitudine, ovvero la nostra realizzazione umana: la vera santità soggettiva.
Nel brano di Vangelo di Matteo, è evidente che Gesù non ha davanti a sé dei santi già realizzati, ma vede tutta la fragilità e la fatica umana di tanti uomini e donne feriti e umiliati, e si commuove di fronte ad essi. Si commuove e condivide quei sentimenti del Padre che anche lui, nel suo cammino umano fa suoi, ma che solo riportano la nostra storia, la nostra vita, la nostra umanità, alla santità della sua prima origine. Dove il pacato, il male, non hanno più nessuna possibilità.
Ciascuno di noi oggi è messo di fronte alla sua felicità - la santità della vita - che non si realizza per un moralismo fatto di regole o di costrizioni, ma che con molta semplicità e umiltà si esprime e concretizza nell’incontro sempre nuovo e misterioso tra la grazia di Dio - cioè il dono e la nostra libertà.
È in questo meraviglioso intreccio che il cielo e la terra danno vita al mistero della salvezza, cioè la bellezza della vita vera, di una vita che si esprime nelle relazioni buone di una comunità, desiderosa di ascoltare la voce di Dio; di spezzare il pane per nutrirsi del corpo di Gesù e così rendere attuale sempre il perdono e la vita fraterna.
Oggi Gesù ci chiede se vogliamo essere beati, se desideriamo la nostra felicità, nel caso la nostra risposta sia Sì, ecco che in quel momento essere santi è un dato di fatto, non una possibilità futura e solo sperata.
Oggi possiamo rispondere a questa chiamata - che è nostra vocazione - facendo lievitare e fruttificare i semi di bene che in ogni dovere, in ogni avvenimento Dio mette sul nostro cammino.