mercoledì 30 novembre 2016

Romani 10,9-18 e Matteo 4,18-22
Gesù vide ... e subito lo seguirono!


Questo brano del Vangelo di Matteo, risuona sempre con un fascino tutto suo, la Parola, oggi suggerisce di riflettere circa l'essere guardato. Essere visto da Gesù, sentirsi nel suo sguardo, assume nella mia vita una consapevolezza tutta particolare: quando io stesso vedo, guardo, qualcuno, qualcosa, ciò che è guardato e visto non mi è mai indifferente; stabilisco infatti una preferenza che ne determina una permanenza; essere visto è quindi un sentirsi abbracciati dallo sguardo di Dio. "Così amati", Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni, reagiscono con un "subito" (come il Vangelo annota), essi ... corrisposero al Signore, lo seguirono, non si sottrassero più dal suo sguardo. Pure noi, con i nostri "subito" restiamo nel suo vedere!

martedì 29 novembre 2016

Isaia 11,1-10 e Luca 10,21-24
Ai suoi discepoli, in disparte, ...


Quasi una confidenza, ma anche un mettere i discepoli di fronte alla realtà: "... voi vedete, voi ascoltate ..."
Gli occhi di re e profeti non videro il volto del figlio dell'uomo.
La nostra unità con il Signore a Gesù ci colloca dentro uno sguardo che supera ogni nostra miopia, è lo sguardo della fede; ci apre a un ascolto che supera ogni nostra sordità e si fa attento ad ogni voce: alla voce della Parola e alla voce di ogni uomo. Vedere e ascoltare Gesù trascende, cioè va oltre la fisicità del vedere e ascoltare, e trasforma i nostri sensi in uno spazio di mistero, uno spazio in cui il mistero di Dio può essere accolto. Ed è proprio per questo che le parole di Gesù si soffermano sulla conoscenza di Lui, nessuno lo conosce e nessuno può conoscere Dio se non a partire da una intimità umana convissuta e condivisa. Lo spazio esistenziale di questa intimità è la preghiera, il servizio e la carità!

lunedì 28 novembre 2016

Isaia 2,1-5 (oppure Isaia 4,2-6) e Matteo 8,5-11
Una fede così grande ...


Che cosa ha di speciale questo centurione? Quale "fede così grande" possiede?
Credo che questo soldato romano, abbia dimostrato a Gesù prima di tutto quanto per lui l'amicizia/amore verso quel servo/amico era importante, e soprattutto quanto il "venire e guarire del Signore" rappresentasse non un semplice entrare nella sua casa e compiere un miracolo (livello normale di comprensione), ma il "venire" di Gesù era già anticipato come presenza nell'amicizia/amore, e il "guarire" era la salvezza che si esprimeva nella fedeltà, rispetto al servo/amico.
La venuta del Signore, è già, e realmente, dentro le nostre relazioni, in ciò che siamo, nel cammino di fede che siamo disposti a percorrere. Con lo sguardo del centurione anche noi possiamo "vedere" già la venuta di Gesù. Con Isaia oggi: "... Camminiamo nella luce del Signore".

domenica 27 novembre 2016

Isaia 2,1-5 / Salmo 121 / Romani 13,11-14 / Matteo 24,37-44
Un arrivo improvviso ... ma atteso!

Uno sguardo preoccupato, ma forse è lo sguardo di molti cristiani, vedrebbe la venuta del figlio dell'uomo come una catastrofe, una sciagura.
Gesù non vuole suscitare la nostra paura circa l'attesa, ma metterci in guardia da noi stessi e dalla nostra durezza di cuore e ottusità.
Una visione cristiana della venuta del figlio dell'uomo è cogliere nella improvvisa sua venuta il compiersi di una attesa buona, desiderata, positiva.
Una attesa buona: come quella di noi cristiani che impieghiamo questi 60,70,80 anni, cioè lo spazio della vita, per riempirli di bene, di gioia, di ricerca di verità. 
Saper attendere è realmente fare fruttare,  in quel tempo, la moneta d'oro ricevuta; usare il tempo affinché la nostra vita sia ricca di opere buone, di frutti. I credenti che disattendono ai loro frutti, non attendono più nessuno, se non la loro inevitabile morte.
Una attesa desiderata: "Vieni signore Gesù, Marana tha", è quella del cristiano innamorato, come l'attesa del giovane che che, sotto casa, in macchina aspetta l'arrivo della fidanzata ... Proviamo a fare memoria ... quanti sguardi allo specchio, quante frasi ripassate, quanti cambi di abbigliamento ... Il desiderio di Dio si coltiva con tanti atteggiamenti e cura dei particolari che sono parte della nostra vita, al di fuori non si coltiva nulla ... Se non l'indifferenza.
Una attesa positiva: noi abbiamo bisogno che Dio in Gesù ci si accusati, si faccia nostro compagno e che assuma le sembianze e "l'immagine e somiglianza" dei piccoli, dei poveri, degli abbandonati. Ne abbiamo bisogno perché solo così riconosceremo l'atteso!

sabato 26 novembre 2016

Apocalisse 22,1-7 e Luca ,34-36
Marana tha! Vieni, Signore Gesù


Queste sono le parole conclusive del libro dell'Apocalisse, esse rappresentano la condizione del discepolo dopo aver letto e ascoltato la parola, tutto diventa per lui attesa e desiderio del suo Signore.
Lo sguardo sulla realtà, riesce anche a trasfigurare la storia e gli avvenimenti è tutto prefigura il suo compimento: "... non più maledizione; ... Non vi sarà più notte; ... Non più lampada o luce di sole ..."; perché il Signore Dio li illuminerà e regneranno nei secoli dei secoli. Ora possiamo comparire davanti al figlio dell'uomo.

venerdì 25 novembre 2016

Apocalisse 20,1-4.11-21,2 e Luca 21,29-33
Ispirazione delle scritture...

È nello "spazio" di queste parole (letture di oggi) che possiamo comprende cosa sia l'ispirazione delle scritture.
Scritti per una funzione di insegnamento didattico? Per una indicazione morale? Oppure per esprimere un contenuto teologico o catechetico?
Credo per nessuna di queste nobilissime funzioni. Per l'evangelista, tutte Le parole di Gesù (e qui l'evangelista si pone in relazione con tutta la narrazione dei quattro vangeli), sono sintetizzate in questa frase: "Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno", cioè non solo non verranno dimenticate, ma quelle parole risuoneranno in eterno come "Parola fatta carne". L'ispirazione della scrittura è la possibilità inaudita di quelle parole di rappresentarci al presente, svelandolo, lo stesso mistero di Dio. Nello stessa condizione, Apocalisse, trova nelle parole di Gesù la possibilità di essere, non l'insieme di visioni, ma lo spazio in cui la realtà, attraverso le immagini e i segni, costantemente si rigenera nella narrazione della storia della salvezza. La fatica di leggere l'Apocalisse è proprio questa, quella di voler a tutti i costi interpretare in modo categorico le immagini ... Attenzione, quelle immagini sono linguaggio di Dio, pensiero di Dio. Che cosa stupenda è la Scrittura, sua Parola!

giovedì 24 novembre 2016

Apocalisse 18,1-2.21-23; 19,1-3.9 e Luca 21,30-28
Dalle immagini alla realtà ...

Risulta difficile non scivolare nelle tentazione di interpretare in modo storico una immagine come quella di "Babilonia la grande"; il rischio è appunto quello di trasformare un simbolo è una immagine apocalittica in un fatto contingente, mentre l'immagine è trasversale rispetto agli avvenimenti della storia. Ugualmente però ogni avvenimento della storia va accostato alle immagini apocalittiche e da queste riceve inevitabilmente luce per il discernimento. In questo modo il Vangelo di oggi può essere riletto e meditato. Le parole apocalittiche di Gesù risuonano in una realtà che è quella dell'assedio e della distruzione di Gerusalemme dell'anno 70 dC. Da questo contatto emerge l'atteggiamento del discepolo che certo della fede in Cristo si pone con stabilità dentro la storia, per testimoniare la liberazione dal male e dalla corruzione del peccato. Il discepolo è colui che "si alza e leva la testa, verso liberazione ormai vicina". Il nostro sguardo, Signore, si alza verso il cielo da dove a me verrai!