Es 19,2-6 – Sal 99 – Rm 5,6-11 – Mt 9,36-10,8
Con questa domenica possiamo considerare concluso un intero anno pastorale, scandito da celebrazioni, feste e tempi forti che hanno reso visibile il cammino della nostra fede.
Ora entriamo nel Tempo Ordinario, il tempo della fedeltà quotidiana, nel quale siamo chiamati a confrontarci ogni giorno con la Parola di Gesù, lasciandoci guidare e trasformare da essa. È il tempo in cui la fede matura nella vita concreta.
La prima lettura ci ricorda la nostra vocazione: «Se darete ascolto alla mia voce e custodirete la mia alleanza, sarete per me una proprietà particolare fra tutti i popoli». Anche noi siamo chiamati ad ascoltare la voce del Signore e a testimoniare, nella quotidianità, la bellezza di appartenere a Lui.
Per cui il Vangelo ci invita a riflettere su un'esperienza che conosciamo bene: sentirci stanchi e sfiniti, come pecore senza pastore.
Succede quando la vita procede senza una direzione chiara, quando prevalgono l'individualismo, l'indifferenza e la ricerca esclusiva di ciò che è più comodo o gratificante.
Così finiamo per essere consumati non solo dalle difficoltà della vita, ma anche dalle conseguenze asfissianti delle nostre scelte.
Di fronte a questa realtà il vangelo ci fa vedere come emerge la figura di Gesù: un Gesù che guarda, che prova compassione, e che guarisce.
Anzitutto Gesù guarda: «Vedendo le folle...». Si ferma e non passa oltre. Forse una delle ferite più profonde dell'uomo è proprio quella di non essere visto, riconosciuto, accolto. Lo sguardo di Gesù, invece, restituisce dignità e apre alla vita. Non vede una massa indistinta, ma persone concrete, ciascuna con il proprio volto e la propria storia.
Il secondo passaggio è la compassione: «Ne sentì compassione». Gesù non osserva da lontano, ma si lascia coinvolgere dalla sofferenza delle persone. La compassione impedisce allo sguardo di trasformarsi in giudizio o indifferenza; permette di vedere oltre le apparenze e di aprire sempre una possibilità di speranza.
Infine, Gesù riconosce la condizione delle folle: sono stanche e sfinite perché prive di una guida e di una cura autentica. Da qui nasce l'invito: «Pregate dunque il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe».
Questa preghiera non riguarda tanto la richiesta di nuovi sacerdoti o guide, ma il desiderio che tutti noi diventiamo discepoli capaci di guardare come Gesù e di avere il suo stesso cuore. Significa essere una Chiesa vicina alle persone, presente nella storia concreta degli uomini e delle donne del nostro tempo.
Dallo sguardo di Gesù nasce infatti la missione dei discepoli. Egli chiama i Dodici perché la sua opera di cura e di salvezza diventi la missione di una comunità intera.
Anche noi siamo chiamati a ritornare a quel Maestro che dona orientamento alla nostra vita e ci rende capaci di parole e gesti che sollevano, guariscono, liberano e aprono gli occhi agli orizzonti di Dio.
Preghiamo allora perché il Vangelo plasmi sempre più la nostra esistenza e perché l'essere discepoli non sia vissuto come un ruolo, ma come una scelta quotidiana di vita.
Oggi più che mai la Chiesa ha bisogno di una rinnovata coscienza ecclesiale: uomini e donne che riscoprano la propria vocazione battesimale e vivano con responsabilità la propria appartenenza alla comunità cristiana.
Per questo possiamo fare nostra la preghiera del Vangelo: «Manda operai nella tua messe, Signore. Ma soprattutto dammi il coraggio … anche a me di andare … fammi capace di rispondere alla tua chimata, alla tua missione.
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