domenica 20 settembre 2026

Matteo, un apostolo particolare

Ef 4,1-7.11-13 e Mt 9,9-11


Il Vangelo di oggi è una provocazione per tutti coloro che hanno una responsabilità nella comunità cristiana: sacerdoti, catechisti e operatori pastorali. Gesù ci chiede di non lasciare indietro nessuno, ma di accostarci a ogni persona con amore, offrendo il pane della sua Parola e aiutandola a liberarsi da ciò che le impedisce di camminare verso Dio. Matteo ne è un esempio straordinario. Pubblicano, considerato peccatore ed escluso, si sente dire da Gesù una sola parola: «Seguimi». Matteo lascia tutto e cambia vita. Il suo passato non é motivo di condanna: diventa, attraverso l'incontro con Cristo, una nuova possibilità. «Misericordia io voglio e non sacrifici». Gesù non viene a chiamare chi si crede giusto, ma chi riconosce di avere bisogno di Lui. San Matteo ci ricorda che nessuno è definito dai propri errori: un incontro con Cristo può aprire una strada nuova.

In progetto il Regno dei cieli

Is 55,6-9; Sal 144; Fil 1,20-24.27; Mt 20,1-16

Nelle domeniche della Festa della ripresa vi ho parlato di progetto pastorale, cioè del passare dal fare comunità all'essere comunità. Ma cosa significa concretamente?Alla luce del Vangelo di questa domenica, potremmo dire che il progetto pastorale è il modo concreto con cui una comunità esprime e vive il Regno dei cieli, che è già in mezzo a noi. La parabola degli operai della vigna ci provoca: il Regno non segue la logica del merito. Dio viene incontro a tutti, anche a chi arriva tardi; accoglie, ama e dona gratuitamente. Per questo, essere comunità significa camminare insieme, accogliere tutti e far sentire a ciascuno che nella casa di Dio c'è posto per lui.
Ma come possiamo diventare concretamente una comunità così? Dobbiamo andare a scuola di missione. Ci chiediamo: quando abbiamo vissuto nel nostro paese, nel lavoro, nelle famiglie, un'esperienza di vicinanza, carità, accoglienza e gratuità? Quando la nostra vita ordinaria ha dato una testimonianza credibile di Gesù e del Vangelo?
Per troppo tempo abbiamo rischiato di vivere una fede soprattutto conservativa, fatta di tradizioni, liturgie e schemi. Questo ha affievolito il nostro slancio missionario. Gesù invece ci dice: «Quando sarò innalzato attirerò tutti a me». Ma come può Gesù attirare, se noi non siamo capaci di essere testimoni credibili e accoglienti?Imparare a essere artigiani del Regno significa allora:
Dare centralità alla Parola e all'Eucaristia: dalla Scrittura e dalla celebrazione nasce la forza per uscire incontro agli altri.
Vivere la corresponsabilità: ogni battezzato è chiamato a essere protagonista della missione della Chiesa, non semplice spettatore.
Amare il proprio territorio e la propria gente: la parrocchia non è un ufficio o un club, ma «la Chiesa posta in mezzo alle case», vicina alle gioie, alle speranze e alle sofferenze delle persone.
Essere accoglienti e fraterni: mettere da parte pregiudizi e steccati e farsi prossimi a chi è solo, ferito o in ricerca.
Dare tempo al servizio: catechesi, carità, liturgia, animazione... Come gli operai della parabola, anch'io sono chiamato a dire: «Vado anch'io nella vigna».
La parabola ci ricorda infine che Dio non ragiona secondo la logica del merito. Gli operai della prima ora ricevono quanto quelli dell'ultima ora. E Gesù domanda: «Sei invidioso perché io sono buono?». Il Regno dei cieli è proprio questo: l'amore di Dio è gratuito e non può diventare una ricompensa dovuta. Il credente è chiamato ad accogliere questa gratuità e a gioire perché viene donata a tutti, anche a chi, secondo i nostri criteri, non la meriterebbe. E allora il progetto pastorale non è semplicemente fare più cose. È diventare una comunità che vive la gratuità di Dio, accoglie tutti, serve e porta nel mondo la bellezza del VangeloQuesto è il Regno dei cieli.

sabato 19 settembre 2026

Il frutto disatteso

1Cor 15,35-37.42-49 e Lc 8,4-15

Insegnare, condividere e comunicare attraverso le parabole rappresenta il modo in cui Gesù si rivolge alle folle, soprattutto quando sono numerose e si radunano attorno a lui. Questa parabola ci ricorda che tra la semina e il raccolto non solo vi è una grande distanza, ma anche numerosi ostacoli che, in molti casi, impediscono al seme di germogliare. Gesù non parla solo ai discepoli, ma parla dei discepoli: il terreno che accoglie il seme è un’immagine eloquente di coloro che ascoltano la Parola. La parabola, perciò, contiene un ammonimento: accogliere la Parola è solo il primo passo di un cammino che, malgrado le intenzioni iniziali, potrebbe interrompersi. Tanti cristiani, e forse anche noi tra questi, siamo convinti di aver accolto il Vangelo nella nostra vita e, malgrado i nostri limiti, pensiamo di essere buoni discepoli. Ma, alla luce di una verifica più attenta, forse ci rendiamo conto di non aver portato quel frutto che Dio attendeva.

venerdì 18 settembre 2026

Uomini e donne, il gruppo e la comunità

1Cor 15,12-20 e Lc 8,1-3

Insieme ai Dodici c’erano anche alcune donne. Si tratta di un gruppo stabile, a indicare che le donne non si trovano per caso in mezzo al gruppo apostolico, né in forma estemporanea. L’evangelista dice che le donne «li servivano con i loro beni». Qui non si parla soltanto di Gesù, ma dell’intera comunità apostolica. Il verbo greco utilizzato per descrivere ciò che le donne facevano è "diakonein", un verbo che potrebbe far pensare ci semplicemente a una forma di assistenza materiale, ma che rimanda anche a una ministerialità di natura ecclesiale. Occorrerebbe approfondire il senso che assume il verbo rispetto alla ministerialità  del servizio. Ma non è questo li luogo. Questo verbo, comunque, offre una conferma circa il ruolo che le donne assumono all’interno della comunità: esse non sono soggetti passivi, né sono destinate a occupare soltanto posti marginali, ma partecipano a pieno titolo a quel servizio al quale sono chiamati tutti i discepoli. Nel Vangelo, dunque, il femminile ha trovato piena cittadinanza.

giovedì 17 settembre 2026

Le lacrime del perdono

1Cor 15,1-11 e Lc 7,36-50

La donna arriva davanti a Gesù portando il peso del giudizio degli altri. Per il fariseo è soltanto «una peccatrice»: il suo passato sembra definirla e non lasciarle alcun futuro. Gesù, invece, guarda oltre l'errore. Accoglie la donna senza umiliarla e riconosce nei suoi gesti un cuore capace ancora di amare, di fidarsi e di cambiare. Il suo perdono non cancella semplicemente il passato, ma apre una strada nuova: «La tua fede ti ha salvata; va' in pace». Le sue lacrime sono voce del suo desiderio di perdono e di amore a Gesù. Anche noi rischiamo di giudicare una persona per ciò che ha fatto, dimenticando ciò che può ancora diventare. Gesù ci insegna uno sguardo diverso: uno sguardo che non condanna, ma dà fiducia e lascia sempre aperta la possibilità di ricominciare.

mercoledì 16 settembre 2026

Manifestazioni inattese

1Cor 12,31-13,13 e Lc 7,31-35

C’è una domanda che attraversa tutto il testo: di fronte al modo in cui Dio si manifesta, l’uomo ha già deciso quale dovrebbe essere il modo in cui Dio deve manifestarsi. Le parole di Gesù non si riferiscono solo ai farisei, ma alla generazione che rifiuta sia la predicazione di Giovanni sia la sua. Essa dimostra un’ostinata immaturità e la tendenza a lasciarsi guidare dai propri umori e dalle proprie aspettative, incapace di riconoscere Dio quando si manifesta in modo inatteso. La parola di Gesù intende scuotere anche noi e ci chiede di riconoscere la luce che Dio semina nelle pieghe della storia, personale e collettiva. Di fronte a chi ha già deciso come Dio debba agire, Gesù ci chiede di crescere e di imparare a guardare la realtà con la sapienza di Dio, che per amore ha scelto di abitare la nostra storia.

martedì 15 settembre 2026

Eccomi sotto la croce

Eb 5,7-9 e Gv 19,25-27

Oggi, con questa memoria devozionale, contempliamo la croce attraverso gli occhi di Maria. La Vergine Addolorata è icona del discepolo che segue fedelmente Gesù fino alla croce: «Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua». Maria, nel momento del dolore, non è fuggita; nel tempo della prova è rimasta fedele. Maria sperava che quella croce non potesse essere la fine. Dove c’è Dio, la parola “fine” non ha senso. Per questo Maria è rimasta ai piedi della croce, non come una donna affranta dalla sofferenza, ma con la certezza che Dio compie la sua opera. Nel momento in cui vede morire il Figlio, generato nella carne, riceve un altro figlio. Il Vangelo non riferisce alcuna risposta di Maria. L’«Eccomi», pronunciato anni prima, nella casa di Nazaret, è la radice di un’obbedienza che segna tutti i passi della sua vita.

lunedì 14 settembre 2026

Croce: albero della vita

Nm 21,4-9 e Gv 3,13-17

Per i cristiani, la croce diventa una tappa fondamentale della storia della salvezza. Se, secondo la mentalità comune, la croce manifesta l’odio più efferato e la violenza più estrema, nelle mani di Dio essa diventa invece lo strumento dell’amore. È il segno della riconciliazione tra l’umano e il divino, cioè tra il Creatore e la creatura. In questa prospettiva, Cristo, nella sua carne, sulla croce offre il proprio corpo a servizio dell’amore e per un bene più grande. La croce di Cristo diventa così una chiave interpretativa che ci obbliga a dare una lettura nuova degli eventi dell’umanità, così come della nostra storia personale. La croce non viene da Dio, ma Dio dona l’amore per trasformare la croce in un albero di vita

domenica 13 settembre 2026

AMARE SENZA CONDIZIONI

Sir 27,33-28,9   Sal 102   Rm 14,7-9   Mt 18,21-35

Domenica scorsa, con la celebrazione di inizio della Festa della Ripresa, vi ho detto: fare comunità lo sappiamo fare; essere comunità è tutta un’altra cosa. Possiamo organizzare, incontrarci, fare tante cose insieme… eppure rischiare di non incontrarci davvero, di fare tanto per gli altri senza imparare a fare con gli altri. Soprattutto quando, nel fare, esprimiamo noi stessi, senza essere accoglienti e senza prenderci cura degli altri: cioè quando l’io personale prevale sul noi comunitario.

Il Vangelo di domenica scorsa ci ricorda che il fratello non lo si giudica, non lo si abbandona, ma lo si custodisce, affinché non si perda. E questo custodire le relazioni custodisce anche la presenza di Cristo in mezzo a noi. Allora la SINFONIA della comunità diventa la traccia del cammino del nuovo anno pastorale: passare dal fare la comunità all’essere, cioè diventare più comunità.

Oggi facciamo un primo passo in avanti nell’essere comunità, per quanto possa sembrare difficile e non secondo la nostra umana inclinazione e possibilità. L’evangelista Matteo continua a proporre le parole di Gesù, dette quando era preoccupato dello stile della sua piccola comunità di discepoli, i quali facevano una gran fatica ad esserlo. E quando Matteo — che era un pubblicano e aveva sperimentato la non accoglienza, il non sentirsi custodito dai fratelli — deve affrontare lo stesso problema in una comunità di discepoli più grande, che si va costituendo, recupera nel Vangelo tutto il pensiero e l’insegnamento del Signore. Per questo ci mette di fronte alla parabola del servo maligno, che uccide con la sua spietata durezza, con il suo cinismo egocentrato, il fratello che, come lui, chiedeva solo di essere custodito e aiutato: chiedeva vicinanza, comprensione, di essere amato, di ottenere misericordia. Non diamo per scontato che chi abbiamo accanto si senta incluso nella comunità.Occorre pensare a quante sono le vittime, cioè i fratelli che, con il mio io, ho sacrificato alla mia presunta idea di essere comunità. 

La parabola del Vangelo ci dice che il padrone ha condonato al servo maligno un debito enorme. Quello stesso servo, però, dopo essere stato liberato dal proprio debito, pretende dal suo compagno il pagamento di un debito piccolo. Nella conclusione della parabola, sono convinto che tutti l’abbiamo compresa in questo modo: «Se non perdoniamo di cuore, Dio ci condannerà!» Cioè: se non custodisco il mio fratello, io stesso sarò condannato da Dio. Ma Gesù, in realtà, non ci dice: «Se non perdoni, Dio ti punirà», bensì che il perdono che riceviamo da Dio è chiamato a diventare libertà dentro di noi. È un perdono liberante, che dà vita! Perdonare, nel Vangelo, significa lasciare andare il debito dell’altro, non pretendere nessun pagamento o rimborso. Perché il male della nostra spietata durezza dell’io non continui a possedere il nostro cuore.Infatti il cuore del servo maligno appartiene al demonio, al male: non ha accolto la misericordia di Dio ed è rimasto prigioniero del rancore. Matteo, con le parole di Gesù, è come se, anche alla luce della sua esperienza, ci stia invitando a essere veramente qualcosa oltre la nostra normale disponibilità ad essere comunità a volerlo essere ... il servo maligno non volle!

sabato 12 settembre 2026

Fede e fiducia

1Cor 10,14-22 e  Lc 6,43-49

Chi mette in pratica la Parola che ascolta, chi si sforza di tradurre fedelmente il Vangelo nella propria vita, dimostra di fidarsi di Dio! Tanti di noi hanno sempre pronta una lista di difficoltà e problemi, quanto basta per tirarci indietro o per cercare abili e raffinati compromessi. Così, invece di accogliere il Vangelo come occasione di vita nuova, ci insabbiamo in ragionamenti che addomesticano la Parola e la trasformano in una favola a lieto fine. Chi si comporta così, nonostante le buone intenzioni, non sarà in grado di resistere alle tempeste della vita. Dobbiamo imparare a intrecciare fede e fiducia: credere significa dare credito a Dio, senza essere troppo esigenti e tempestivi nel chiedere la restituzione con gli interessi. La Parola che Dio semina nella nostra vita è affidata alla nostra libertà: tutto dipende dalla nostra attiva collaborazione. Chi ascolta non solo accoglie responsabilmente e consapevolmente la Parola, ma si impegna anche a tradurla in modo coerente nella propria vita.

venerdì 11 settembre 2026

La psicologia della trave

1Cor 9,16-19.22-27 e Lc 6,39-42

Questo Vangelo non ci parla dei rapporti con il prossimo, ma di quella particolare relazione che dobbiamo instaurare con i fratelli nella fede, con i quali condividiamo la nostra stessa storia. La correzione non è una rivendicazione di giustizia o di verità, ma fa parte di quel reciproco sostegno materiale e spirituale che ciascuno ha il dovere di donare all’altro. Nell’immagine della pagliuzza e della trave veniamo messi di fronte alla tentazione di ingigantire i difetti degli altri, a discapito di un’oggettiva consapevolezza dei nostri. Rispetto ai fratelli ci viene proposto di imparare ad accogliere l’altro con i suoi difetti. Riconoscere il proprio limite, tenendolo sempre davanti a noi stessi, ci rende più compassionevoli nei confronti degli altri e ci eviterà giudizi severi e privi di carità. Tutto questo rappresenta il nostro cammino di conversione relazionale, che potrà aiutare il fratello a comprendere i propri limiti e a correggersi.

giovedì 10 settembre 2026

Una misura traboccante

1Cor 8,1-7.11-13 e Lc 6,27-38

Gesù non ci dice semplicemente ciò che ci piace o che già conosciamo; non ci chiede soltanto di essere più gentili e responsabili con tutti, né si limita a confermare la nostra morale, ma conduce l’uomo oltre se stesso. Le sue parole sono per chi è disposto ad accogliere con docilità il suo insegnamento, anche quando mette in discussione le nostre certezze e ci chiede di andare oltre ciò che riteniamo possibile. Gesù non si limita a chiederci di rinunciare alla vendetta o di comportarci bene con gli altri: ci invita a rivestire di carità persino le relazioni che ci feriscono. È una proposta che supera la logica spontanea dell’istinto e della ragione e ci conduce oltre noi stessi. Questa è la misura traboccante del Vangelo: non una semplice morale più esigente, ma un amore che supera il limite del dovuto e del ragionevole. Gesù ci chiede di entrare nella misura stessa di Dio, che non calcola ciò che meritiamo, ma dona con sovrabbondanza.

mercoledì 9 settembre 2026

La beatitudine è la meta

1Cor 7,25-31 e Lc 6,20-26

Nel Vangelo di Luca, le Beatitudini nascono dallo sguardo di Gesù rivolto ai suoi discepoli e ci invitano ad assumere una logica nuova, diversa da quella del mondo. Ci chiedono di non cercare la felicità nei beni materiali e nell’appagamento dei nostri desideri, perché, quando diventano il centro della vita, possono trasformarsi in una trappola. Le Beatitudini indicano una meta alta ed esigente, umanamente difficile da raggiungere, ma possibile con la grazia di Cristo. Siamo chiamati a riconoscere e superare i piccoli e grandi compromessi che ci allontanano da Dio. Chiediamo il coraggio di seguire con decisione il cammino che Dio ci indica verso la vera beatitudine.







martedì 8 settembre 2026

Natività di Maria

Mi 5,1-4 e Mt 1,1-16.18-23

La genealogia di Gesù nel Vangelo di Matteo non si conclude con il riferimento a Giuseppe: l’ultimo nome menzionato è quello di Maria, «dalla quale è nato Gesù». Per spiegare questo passaggio, così poco usuale in una genealogia, subito dopo l’evangelista ricorda che, prima della coabitazione con il suo sposo, Maria «si trovò incinta per opera dello Spirito Santo». Siamo così invitati a fissare lo sguardo su Gesù Cristo, centro e cuore della storia, e a celebrare la nascita di Maria in quanto Madre del Redentore. Tutto, infatti, è orientato a Cristo e da lui dipende: in vista di lui, Dio Padre, dall’eternità, la scelse come Madre tutta santa. Questo è un criterio teologico fondamentale, che dovremmo applicare con maggiore rigore anche sul piano pastorale.

lunedì 7 settembre 2026

Come rendere lode a Dio

1Cor 5,1-8 e Lc 6, 6-11

Tutto ciò che facciamo gli uni per gli altri per restituire all’“uomo” la sua dignità rende gloria a Dio. Questo impegno non solo è conforme alla legge di Dio, ma è anche un dovere. Anche se non siamo capaci di guarire, come Gesù, siamo chiamati a riconoscere l’intrinseca dignità che appartiene a ogni uomo e a ogni donna, a ciascuno di noi. A volte ci sembra di non poter fare molto per aiutare un fratello; anche in questi casi, però, possiamo e dobbiamo essere per tutti un segno di benevolenza, di prossimità e di attenzione.La domanda che Gesù pone nella sinagoga di Cafarnao interpella tutti, ma in modo particolare coloro che si considerano i custodi della tradizione. La domanda di Gesù può essere tradotta con queste parole: in che modo l’uomo può rendere lode a Dio?


domenica 6 settembre 2026

Fare comunità ed essere comunità

Ez 33,1.7-9 Sal 94 Rm 13,8-10 Mt 18,15-20

Fare comunità” e “essere comunità” non sono la stessa cosa, c’è una bella differenza tra fare ed essere.
Fare comunità lo sappiamo fare!
Sappiamo organizzare, programmare, proporre iniziative, creare occasioni d’incontro. E tutto questo è importante.
Così importante che possiamo correre il rischio di fare moltissimo per la comunità senza essere veramente comunità.
Si può organizzare un incontro e non incontrarsi davvero.
Si può lavorare insieme senza prendersi cura gli uni degli altri.
Si può parlare di fraternità senza riuscire a perdonarsi.
Si può fare tanto per gli altri, senza arrivare a fare qualcosa con gli altri.
Come è vero che tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare ...
Ecco, allora, qual è il mare che separa il dire dal fare?
È forse il mare della coerenza: quello spazio, spesso enorme, che separa ciò che diciamo di voler essere da ciò che siamo concretamente nelle relazioni quotidiane.
Quale è il mare da attraversare?

- il mare della fiducia, che non si proclama, ma si costruisce nel tempo;
- il mare dell’ascolto, perché non basta mettere insieme delle voci: occorre lasciare che l’altro ci cambi;
- il mare della reciprocità, perché una comunità non è un insieme di persone che ricevono qualcosa, ma persone che si sentono chiamate a dare qualcosa;
- il mare del conflitto conflitto, perché essere comunità significa anche attraversare le differenze senza trasformarle immediatamente in divisioni;
- il mare della responsabilità, perché non basta dire “la comunità dovrebbe…”: a un certo punto bisogna poter dire cosa “noi facciamo” di fronte alle necessità;
- il mare del tempo, perché una comunità autentica non si costruisce con un evento, un progetto o uno slogan, ma è il frutto di una quotidianità.
Forse, quindi, il mare è tutto ciò che dobbiamo attraversare perché il “noi” smetta di essere una parola e diventi un’esperienza. Per fare questa attraversata dobbiamo disarmare certi nostri pregiudizi e certi nostri spigoli che feriscono chi si accosta a noi.
Per essere comunità
Fare comunità parte dal “che cosa facciamo insieme”; essere comunità parte dal “chi diventiamo insieme”. Ed è proprio lì che il fare - il nostro troppo e sterile fare - può trasformarsi in essere.
In sintesi, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Tra il fare comunità e l’essere comunità, quel mare è la distanza tra l’organizzare relazioni e il lasciarsi coinvolgere dalle relazioni. Attraversarlo significa passare dal “fare per gli altri” al “fare con gli altri”, fino ad arrivare al “sentirsi parte gli uni degli altri”.

Il Vangelo di questa domenica, che per noi coincide con la ripresa, per me è l’inizio di un nuovo anno pastorale, diverso dal precedente, perché per me è davvero nuovo.
Un anno nel quale poter entrare ancora più profondamente nella vita di questa comunità e, insieme a voi, lasciarci condurre verso i pascoli che il Signore ci indica: spazi e pascoli della fede e dell'amore, dell'accoglienza e della fraternità, della compassione e della misericordia.
Sono questi i pascoli nei quali sperimentare come essere comunità.
Se lo scorso anno sono arrivato camminando, per dire il mio desiderio di camminare insieme, oggi vorrei dirvi che non mi basta camminare: vorrei che tutti insieme, non perché lo chiedo io o lo propongo io, ma perchè è il vangelo, ci divertissimo a essere una comunità, una comunità nella quale fare esperienza gli uni degli altri attraverso l’amorevole cura delle nostre relazioni.
Per questo, in questa proposta non trova spazio l’indifferenza verso il fratello, perché ogni fratello è quello della pecora smarrita: non è un fratello cattivo, è un fratello che si è perso. E questo cambia completamente ogni prospettiva.
Nella comunità ciò che è male va affrontato, mossi da un’unica priorità: che nessuno si perda.
Per questo la correzione non è mai soltanto un rimprovero, ma un tentativo di recupero: riportare alla vita ciò che rischia di perdersi. Lasciando, comunque, alla fine, ciascuno nella sua libertà, anche quella di restare fuori.
Il criterio della comunità è allora chiaro:custodire il fratello, custodire la relazione, significa custodire la presenza di Cristo in mezzo alla comunità.
Il cuore pulsante del vangelo di oggi è il versetto: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”.
Ma quei due o tre non si sono semplicemente accordati, no! Non si sono soltanto messi d’accordo: hanno trovato il modo di essere sinfonia, perché questo era il desiderio di Gesù. La parola greca usata dall'evangelista è proprio quella SINFONIA ... cioè insieme armonico delle varie voci, questa è come Gesù pensava la sua comunità ... la sua Chiesa.

sabato 5 settembre 2026

La lbertà della legge

1Cor 4,6-15 e Lc 6,1-5

C’è sempre qualcuno pronto a sottolineare le mancanze degli altri, puntualizzando ogni infrazione della legge, fino a considerare anche la più piccola trasgressione come una grave colpa. Gesù non accetta questo atteggiamento fatto di critiche spietate e inflessibilità. Nel Vangelo di oggi invita i rigidi custodi della Tradizione a rileggere una pagina della Scrittura nella quale, sia pure in circostanze particolari, Davide e i suoi compagni non rispettarono alla lettera i precetti della Legge. Questo episodio insegna che le norme, a partire da quelle religiose, devono essere applicate con saggezza e ragionevolezza, sempre orientate al vero bene dell’uomo. I comandamenti e le leggi sono come sentieri che aiutano l’uomo a raggiungere la vera libertà. Non è l’uomo a essere al servizio della Legge, ma è la Legge a essere al servizio dell’uomo, per guidarlo verso la vita e il bene. È questo ciò che il Vangelo ci insegna: camminare nella verità senza perdere di vista la misericordia, perché ogni norma trova il suo autentico significato quando è al servizio della dignità e della vita dell’uomo.

venerdì 4 settembre 2026

Le cose nuove

1Cor 4,1-5 e Lc 5,33-39

In questo brano l’aggettivo “nuovo” compare sette volte: una ripetizione che sottolinea la radicalità della novità portata da Gesù. Le sue parole non si contrappongono semplicemente alle antiche, ma inaugurano una realtà profondamente diversa. Gesù non vuole semplicemente aggiustare o a rammendare alcuni aspetti della vita religiosa: è venuto a darle un fondamento nuovo. Non rinnega i precetti della Legge, ma li riveste di un significato nuovo. La religiosità rischia di ridursi a pratiche ripetute stancamente; la fede, invece, è l’incontro con un Dio che ci rende nuovi. I riti possono rimanere gli stessi, ma la fede ci chiede di cambiare, di rivestirci di Cristo e di lasciarci trasformare dal suo amore. Eppure, se il cammino verso il “nuovo” potrebbe sembrare naturale, le parole conclusive del brano lasciano intravedere tutta l’amarezza di Gesù davanti alla difficoltà dell’uomo ad abbandonare le vecchie abitudini e a fidarsi della novità del Vangelo. 

giovedì 3 settembre 2026

Il lago miracoloso

1Cor 3,18-23 e Lc 5,1-11

Ma qual è il miracolo più grande e importante accaduto sul lago di Tiberiade? La pesca abbondantissima? La tempesta calmata dalla parola di Gesù? Gesù che cammina sulle acque? No, nessuno di questi segni rappresenta la pienezza del mistero che si compie nella vita e nel tempo, se non la consapevolezza di Simone di essere un peccatore.
Fin dall’inizio Simone appare come l’interlocutore privilegiato; tutto il resto è in secondo piano, anche se costantemente interconnesso con Simone: singolare e plurale si intrecciano in modo complementare e meraviglioso. Il cuore di tutto è la chiamata fatta a Simone: «Sarai pescatore di uomini». Ma solo dopo aver detto il suo eccomi, la storia si riempie di una possibilità unica e inimaginabile… tutto inizia da un piccolo sì, da una disponibilità da niente, da un gesto di semplice cortesia. È questo il vero miracolo del lago.

mercoledì 2 settembre 2026

Gesù per ogni uomo e donna

1Cor 3,1-9 e Lc 4,38-44

Ogni uomo, ogni donna è importante agli occhi di Dio; ogni uomo e ogni donna hanno un’infinita dignità, nella quale risplende la gloria di Dio, perché sono “l’unica creatura voluta per se stessa”. È questo il fondamento per realizzare una società dal volto umano. Questa sfida oggi riguarda anche noi, ma il Vangelo ci mostra come lo stesso Gesù abbia riconosciuto lo splendore divino nascosto in ogni creatura. La quotidianità del Signore è fatta di insegnamento nella sinagoga, di lotta contro il diavolo, di guarigione della suocera di Pietro… ma ecco che, dopo il tramonto del sole, Gesù viene assalito da una moltitudine di malati che vengono condotti a lui: è una folla che appare anonima, ma per Gesù si tratta di persone. C’è un gesto che svela tutto: “Imponendo su ciascuno le mani”, Gesù guarda alla singola persona e desidera incontrare ciascuno nella sua irripetibile singolarità.